Con le dimissioni di Umberto Bossi, dopo l’esplosione del caso Belsito e le inchieste sull’uso dei rimborsi elettorali, la spinta propulsiva della Lega, che aveva perso colpi con il logoramento del governo Berlusconi e, passata all’opposizione era tornata solo di lotta, ha subito una formidabile battuta d’arresto. Per di più mentre il partito era impegnato nella battaglia della “bella opposizione” allo strano governo Monti, condotta quasi in solitario su temi all’ordine del giorno per l’italiano medio, pressanti e preoccupanti a partire da quelli su fisco, tasse, lavoro, ammortizzatori sociali, credito alle imprese.
Così, la prima e unica domanda che mi sono posto a caldo è stata: sopravviverà il Carroccio – non dico alle amministrative – ma alle prossime elezioni politiche e da che parte starà?

Il passaggio a una nuova leadership (leggi Maroni) se non spaccherà il partito (e Bossi infatti dice di lavorare per tenerlo unito) rimetterà in moto quella spinta? Già, perché – volenti o nolenti – il nodo della questione settentrionale è tutt’altro che risolto (dal federalismo allo stato leggero) e si è aggravato con la crisi. Chi sarà in grado di intercettare sentimenti e pulsioni di un elettorato più vasto che si è identificato – al di là della militanza – con le parole d’ordine e le battaglie della Lega?

In parole povere, abbattuto il leader carismatico Umberto Bossi, caduto malamente sulle vicende della gestione dei soldi del finanziamento pubblico e sull’italianissimo “tengo famiglia” (ma che secondo me si è fatto da parte tatticamente “per ora” e non per sempre…), sono state forse rimosse le ragioni profonde attorno alle quali si è coagulato il consenso attorno alla Lega e a molte delle sue battaglie, le ragioni della rappresentanza politica di una parte dell’elettorato del Nord?

Penso proprio di no e penso la Lega non sia del tutto fuori gioco. C’è ancora una parte consistente della classe dirigente leghista apprezzata e con un largo seguito territoriale – come ad esempio il sindaco di verona, Tosi e il presidente del Veneto, Zaia e attorno alla Lega (e all’alleanza con il Pdl) si è creato un consenso che negli anni, con alti e bassi, si è manifestato spesso “nonostante” la Lega e un certo modo di interpretare il “leghismo”. A dispetto delle semplificazioni politiche di comodo. E se la Lega ora deve pensare a “ricostruire” velocemente la propria leadership – la bisogna più immediata e stringente – alle politiche forse potrebbe arrivare meno azzoppata di quanto si creda ma con la pesante incognita di decidere da che parte stare.

Consenso da riconquistare e progetto politico da rilanciare, nel tempo del governo tecnico voluto da Napolitano. Con molte decisioni che penalizzano il Nord, come dice la Lega e il Paese, in generale, in sofferenza. Basta leggere la valanga di mail, commenti, appelli che arrivano ai giornali – e in particolare a nostro – sul tema delle manovre del governo, sulla tragedia dei suicidi per motivi economici, della tassazione di imprese e cittadini a livelli asfissianti per non dire di peggio. Il “salva Italia” del professor Monti è percepito in realtà come un “tassa Italia” che si ingiganisce giorno dopo giorno mentre il “taglia Italia” per ora non è alle viste e il “cresci Italia” stenta a prendere forma.

Basta pensare ai sacrifici chiesti ai pensionati, alla riforma del lavoro che thatcheriana proprio non è (come ammette lo stesso premier…), alle 53 tasse che ho ricordato nel precedente post, alla stangata sulla casa e sugli immobili in genere con la vergogna della bastonata riservata a chi è ricoverato in una casa di riposo – di fatto una pesante patrimoniale non dichiarata ma dalla rozzezza conclamata – che mette in ginocchio in particolare i ceti medi e la piccola proprietà (quella che non ha investito nelle scommesse borsistiche ma sul mattone inteso come “salva vecchiaia” e “aiuta figli”, non ha sperperato in yacht, auto di lusso, vita gaudente…). E che viene ancora tassata per finanziare gli ammortizzatori sociali della riforma del lavoro a-tachtheriana della professoressa Fornero (altri 1,1 miliardi).

Venerdì scorso Italia Oggi ha titolato in prima pagina “Monti, il tassator cortese” (riprendendo e mi fa piacere il titolo del mio post del 5 dicembre) per riasumere la situazione non facile, le cose fatte e non fatte… Misure “rozze” come le ha definite Mario Monti, a cui quello di “Tassator cortese” è un abito che ho cucito addosso con il filo dell’ironia sobria ma amara… Se è vero che la crisi incombeva sull’onda della marea dello spread e l’Italia era a un passo dal baratro, dunque via libera alle misure rozze,  resta da capire se ci sarà un “Monti 2″ diverso, ovvero “Riformatore e taglia costi scortese“.

Ecco perché non me la sento di dare la Lega per spacciata al Nord, soprattutto se avrà la forza e la visione per capire che non potrà correre da sola chiusa nella ridotta padana o magari guardando a sinistra verso il Pd di Bersani che continua a considerare strategica l’alleanza con Vendola e Di Pietro e dopo il suo insediamento disse che il primo avversario della sinistra era proprio il Carroccio, perché questo sarebbe un errore fatale.

Che fine farebbe la Lega in una riedizione allargata dell’Unione? I leghisti moriranno forse ulivisti e di fatto centralisti? L’elettorato della Lega è davvero una “costola della sinistra” come disse Massimo D’Alema, o è in realtà una costola di quel ceto medio produttivo del Nord considerato dalla sinistra la base elettorale del centrodestra? Maroni afferma: “Ora voltare pagina, avanti tutta”. E ripete per tre volte alla Borrelli: “Pulizia, pulizia, pulizia”. Bene, ma verso quale approdo?

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