Volendo usare una battuta viene da dire che queste elezioni le hanno vinte i due non candidati premier ovvero Silvio Berlusconi e Beppe Grillo. Il Cavaliere, che ha fatto campagna elettorale da solo, stringendo il patto con la Lega di Maroni, ha dimostrato con una rimonta straordinaria di non essere “morto” come vaticinavano i suoi avversari. Grillo e l’M5S hanno fatto il pieno di consensi sull’onda di una spinta anti partitocratica alimentata dagli scandali e dalla “cattiva politica”, della sottovalutazione del “fenomeno” rappresentato dal comico e della sua marcia iniziata tre anni fa con il “Vaffaday” occupando anche una vasta area elettorale che va dal Pd a Sel fino ad Ingroia e ai giustizialisti in servizio permanente effettivo (da notare che Antonio Di Pietro non è stato eletto…).

In un post dell’8 maggio maggio dal titolo “Il salto del Grillo”, tra le altre cose a commento dei primi successi elettorali locali dell’M5S, scrivendo della polemica fra Grillo e il Capo dello Stato, avevo sottolineato una frase di Napolitano: “Di boom ricordo quello degli Anni Sessanta, altri non ne vedo…”. Evidentemente – ma questo riguarda gli altri partiti, il boom c’è stato ed è sotto gli occhi di tutti. Aver esorcizzato Grillo e il suo elettorato a parole e non con i fatti è costato davvero caro, è il vincitore delle elezioni e il “Vaffaday” è sbarcato in Parlamento, l’M5S è il primo partito alla Camera. E’ lo tsunami con piazze e urne piene ad aver prodotto il terzo polo…

Così nella doppia tenaglia, dal punto di vista politico, a finire smacchiato è stato lo smacchiatore di giaguari: Pierluigi Bersani. Che ha vinto alla Camera solo per 120mila voti e al Senato non è in grado di formare una maggioranza sommando ai suoi i voti quelli di Mario Monti, visto che il Pdl ha conquistato le regioni in bilico (inclusa la Puglia di Nichi Vendola). Vittoria di coalizione dimezzata insomma, rispetto alle ambizioni e agli obiettivi.

Ambizioni e obiettivi che non ha raggiunto nemmeno l’area centrista di Monti, uscita ridimensionata dal voto (come hanno preso atto anche i media europei) assieme ai suoi alleati Casini e Fini (quest’ultimo è anche fuori dal parlamento, triste parabola per l’uomo che voleva costruire una nuova destra con il ribaltone del “che fai, mi cacci?” che aveva azzoppato il Pdl). Il professore bocconiano dice di essere “molto soddisfatto” del voto ma è difficile pensare che lo creda davvero, voleva tagliare le estreme di Pdl e Pd e di fatto ha tagliato i suoi alleati…

Il Pd comunque ha conquistato il premio di maggioranza alla Camera e Bersani dovrà giocare la prima mano. Nel partito democratico la delusione è forte e non serve aggrapparsi a voti persi da Berlusconi rispetto al 2008 (quasi 8 milioni) perché il Pd ha perso 4 milioni ed è andato peggio rispetto a quanto fece il candidato premier Walter Veltroni. Bisogna semplicemente prendere atto della realtà consegnata dal voto.

Bersani si è limitato a dire che il Pd “gestirà il risultato”. Aspettiamo di capire come, perché di sicuro non è che la battuta di D’Alema che su Grillo come un ircocervo un po’ Bossi e un po’ Gabibbo non aiuta e resta solo una battuta. La sostanza della politica è ben altra. Lo spettro dell’ingovernabilità aleggia e sui mercati è scattato l’allarme rosso. La strada è stretta e c’è chi parla di ritorno al voto. Il Pd ha aperto ai grillini e ci si chiede se davvero la via sarà quella indicata da Bersani: cioè lo scouting degli eletti dell’M5S al Senato. Perché aleggia un altro spettro: quello dell’Unione di Prodi e del suo clamoroso fallimento. Beppe ha subito chiuso la porta: “No a inciuci e inciucetti” e all’ipotesi di un governissimo.

Ma anche tornare al voto nel giro di pochi mesi potrebbe fare di nuovo il gioco di Grillo mentre per l’immediato c’è la realtà del semestre bianco e dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Si torna a parlare di governissimo, visto che il piano A di un esecutivo Monti-Bersani-Vendola è saltato. Qualcuno lancia l’idea di un governo “a tempo” o “governo di scopo” con poche cose da fare tra cui la nuova legge elettorale per poi tornare al voto. In attesa di capire come intende muoversi Bersani, Silvio Berlusconi dice di non credere “sia utile un ritorno al voto” e ragiona con prudenza su un’eventuale intesa con i democratici: “Credo che dovremmo prendere tutti del tempo per riflettere, credo che tutti con grande responsabilità dovremmo mettere come punto di riflessione centrale il bene dell’Italia. Tutti devono acconciarsi a fare qualche sacrificio, per il bene dell’Italia, ma credo che questa Italia non possa non essere governata, quindi bisognerà vedere su quali programmi si potrà convenire da parte delle varie forze politiche e da qui si comincia”.

Sul fronte del Pd Francesco Boccia, a proposito di una eventuale intesa con il Cav dice: “Penso che un accordo trasparente dovrà essere fatto in Parlamento su alcuni temi. Non ha senso oggi parlare di accordi tra persone, perché dopo questo voto nessuno può pensare di rappresentare tutti. Forse solo Grillo, e ne avrebbe ragione”.

Chi usa toni ben diversi da quelli degli endorsement europei pro Monti e pro Bersani contro Berlusconi è  il presidente del parlamento europeo, Martin Schulz: “Ora tutte le forze democratiche devono cercare la strada del dialogo e una collaborazione dove è possibile anche se ci sono disaccordi”. Tradotto: in Italia serve un governo stabile.
Intanto il segretario del Pd ha rotto il lungo silenzio dicendo, un po’ a sorpresa: “Chi non riesce a garantire governabilità non può dire di aver vinto, non abbiamo vinto anche se siamo arrivati primi e questa è la nostra delusione”. Poi ha aggiunto: ” Comunque la prima parola tocca a noi. La nostra intenzione sarà di proporre alcuni punti fondamentali di cambiamento, un programma essenziale da rivolgere al Parlamento su riforma della politica, nuova legge sui partiti, moralità pubblica e privata, nuove regole europee per il lavoro”.

Su eventuali intese ha poi precisato: “Niente alleanze a tavolino, a ciascuno le proprie responsabilità in Parlamento”. E su Grillo: “Diceva ‘tutti a casa’, ora ci sono anche loro o vanno a casa anche loro o dicono che cosa vogliono fare per questo paese”.  Messaggio chiaro, il Pd si prepara a un “governo di combattimento” e il dialogo con Grillo avverrà nelle “sedi istituzionali”.  “Su questioni istituzionali siamo favorevoli a corresponsabilità, tra l’altro il M5S è il primo partito alla Camera, allora secondo i grandi modelli democratici ciascuno si prende le sue
responsabilità”. Nessun cenno, invece, alla riforma della legge elettorale. Staremo a vedere come metterà in pratica queste intenzioni per trovare la maggioranza o le maggioranze che al Senato non ha. Tira aria da classico governo di minoranza, esposto a troppi venti. Ora la prossima mossa passa al presidente Napolitano. Una cosa è certa: da oggi è vietato navigare a vista.

Il Grande centro e la giusta disfatta dei traditori di Vittorio Feltri

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