En attendant che Matteo Renzi sciolga la “riserva” e dica ufficialmente se correrà per la segreteria e quindi per la leadership del Pd ed eventualmente anche la premiership se il segretario del partito (o di quello che ne resterà) sarà automaticamente il candidato alla presidenza del Consiglio, si va avanti con tatticismi e manovre che, visti i riti e i rituali piddini non saranno di breve periodo. Nonostante la vittoria in questa tornata di amministrative, coperta di breve momento, come dimostra la battaglia congressuale ormai in pieno svolgimento e nonostante la vistosa battuta d’arresto di Pdl e Lega.

Previsione facile, la mia, perché come ha detto Matteo rispondendo a una domanda di Gianluigi Paragone alla trasmissione L’Ultima Parola, “non è Renzi che deve decidere cosa farà da grande, ma il Pd a dover decidere se vuol diventare grande…” (risposta indiretta alla domanda che ho posto con il titolo del mio post del 5 giugno). Risposta che chiarisce bene un punto essenziale dello scenario politico: in questo momento il Pd “è” il problema. E lo si capisce da tante cose, a cominciare dallo scontro a tutto campo legato alla battaglia congressuale: sulla data di svolgimento e soprattutto sulle regole.

Regole subito, stavolta non mi fregano…” dice il sindaco di Firenze che di fregature se ne intende visto quel che era successo alle primarie contro Bersani dove il buon Nico Stumpo ha organizzato il “pacco anti-Renzi”) e lo ha fatto con successo con polemiche che non sono mai finite fra chi alle primarie vuol far votare solo gli iscritti e chi le vuole aperte e senza trucchi. Insomma, fa bene Renzi a diffidare e a tenere la guardia alta, Apparato e la nomenklatura sono sempre in agguato, vivono e lottano per non perdere potere e posizioni. La mossa ha costretto il segretario Epifani a fare un passo avanti: congresso “entro l’anno” e regole “entro un mese”.

Poi c’è l’altra questione in ballo e non è secondaria. Il rapporto fra il fiorentino Matteo Renzi e il pisano Enrico Letta. Perché i due “giovani” democrat hanno il mano il pallino del futuro del partito ed entrambi vengono dalla casa comune Dc-Ppi-Margherita e giustamente nella sua analisi Fabrizio Rondolino sostiene che ormai il Pd è roba loro e si chiede “ma chi è più democristiano?”. I due dialogano, si stringono la mano, ma da qui a dire che non sono in competizione ce ne corre. La situazione è in evoluzione e bisogna capire se in realtà saranno i nuovi Bibì e Bibò del Pd, come l’altra celebre coppia di fratelli coltelli D’Alema e Veltroni. Perché se è vero che possono giocare in ticket la partita del rinnovamente, è altrettanto vero che Renzi pungola e critica continuamente il governo delle larghe intese guidato da Letta (“se Letta cambia il Paese io sto con lui” altrimenti… “Lui è bravo a governare con Schifani e Brunetta, io non lo sarei…”). Il quale Letta fa sapere all’amico (uso un termine della vecchia Dc) di andare avanti col governo, anche per tutta la legislatura se reggesse, altrimenti c’è il diluvio… Insomma nel mare del centrosinistra che ora ha il trattino fra centro e sinistra le acque continuano a essere più che agitate, in superficie ma soprattutto in profondità.

Una diarchia, un patto più o meno esplicito ci può stare, ma sarebbe solo temporaneo e tattico in attesa del “grande chiarimento”: ovvero di capire chi sarà il nuovo dominus di un partito che si vuole ricostruire “nuovo e moderno”, quindi meno “rosso” e non più vincolato al continuismo con Pci-Pds-Ds eccetera. Gli ultimi attacchi Renzi li “dedica” proprio al lato sinistro del Partito Disastrato e alla Cgil che sull’occupazione fa “terrorismo psicologico”. E qui si ritorna al problema Pd perché la componente di sinistra si sta riorganizzando grazie alla tregua imposta con la scelta del segretario pro tempore Epifani, che conta su Barca come uomo da spendere nella madre di tutte le battaglie da combattere per non cambiare e si salda “naturalmente” con tutte le anime e i cespugli di sinistra e giustizialisti esterni al partito. Si batteranno per mantenere la storica “egemonia” politica e culturale, questo è sicuro. Per i novelli Bibì e Bibò (ma li definisco così senza alcuna cattiveria, con una battuta alla Renzi, sperando che non si ripeta il tormentone, anzi, la sindrome amici-nemici alla D’Alema e Veltroni) la partita sarà difficile perché le vecchie logiche sempre in campo – dall’anti Berlusconismo senza se e senza ma che arriva fino all’ineleggibilità del Cav, dalla politica dei veti perenni e sempre efficaci nel bloccare ogni volontà di cambiamento nel Paese, sono davvero dure a morire.

Quella divisione fra “noi” e “loro” spesso sbandierata i buoni da una sola parte, i cattivi e il Nemico da abbattere dall’altra, hanno fatto del Pd un partito conservatore nei fatti, perdente e quando va bene “non vincente” alle politiche. I due, che si alleino o meno, per questa sinistra sono dei “loro”. E il gioco di Matteo Renzi, che pare intenzionato a tenere sulla corda il governo finché non diventerà “l’uomo del destino” credo sia molto rischioso per lui e, in questo momento, per il Paese. Gli ultimi dati sull’economia dovrebbero far riflettere sulla differenza tra politicismo e Paese reale: il Pil nel primo trimestre dell’anno è sceso del 2,4% rispetto allo stesso periodo del 2012, la produzione industriale è crollata del 4,6% ed è diminuito anche l’export. Forse qualcosa di importante e urgente, prima del liberi tutti e al voto, questo governo dovrà pur farla, come ripete il presidente Napolitano.

Poi c’è la questione su cui all’interno del Pd si discute molto, ovvero la capacità di attrarre consensi a livello locale dove il radicamento sul territorio ha il suo notevole preso che si scontra con la capacità di intercettare i voti fuori dall’area del centrosinistra quando si tratta di elezioni politiche come si è visto negli ultimi anni fino alla famosa o famigerata “non vittoria” di Bersani che peraltro ha dinmostrato l’incapacità di convincere chi alla fine,  di centrodestra o di centrosinistra ha espresso il suo scontento per i partiti tradizionali da tempo in crisi, rifuguandosi nel non voto o andando ad alimentare il fronte Grillo non tanto “per” Grillo ma “contro” la politica tradizionale.  Tema riproposto dopo i ballottaggi alle amministrative dove il centrosinistra è riuscito, aiutato e premiato anche  dall’astensionismo, a riconquistare Roma strappata ad Alemanno, Brescia a Paroli, Treviso al leghista storico Gentilini, ad esempio. Fatto che riporta al centro del dibattito la questione “nazionale”, come hanno spiegato il governatore del Lazio Nicola Zingaretti e l’altro piddino, Goffredo Bettini: questo è il tema forte rilanciato e torna giocoforza su Matteo Renzi e il suo ruolo che molti considerano essenziale per portare al Pd quei voti che altrimenti non potrebbe mai avere alle politiche: ovvero quelli degli elettori di Pdl e Lega in libera uscita sul fronte del centrodestra,  sconfitto ai ballottaggi e che fatica a recuperare il ceto medio e su quello della Lega alle prese con polemiche, scontri e divisioni di un dopo Bossi che sta costando carissimo al Carroccio che non pare più in grado di “ascoltare” i suoi territori. Il Pdl poi, senza l’effetto Berlusconi che dice “era una sconfitta annunciata…”, a livello locale non ha la forza e la struttura per competere con il Pd come è invece riesce a fare a livello nazionale. E questo pone con forza il problema del partito forte e davvero radicato fra la gente per sintonizzarlo sull’idem sentire nazionale degli elettori, visto che i sondaggi lo danno sempre in testa rispetto al Pd.

Il Pd incassa la vittoria netta ma al di là delle soddisfazione per la conquista dei sindaci di tante città ai ballottaggi, lo scontro all’interno del partito è solo momentaneamente sopito ma resta. Il dibattito sulla linea politica dei democratici e il sostegno al governo delle larghe intese assieme al Pdl continua a dividere, legato com’è alla partita congressuale. Tra l’altro Renzi pare sia entrato nelle simpatie di De Benedetti (auguri Matteo…). I giochi sono solo all’inizio, le manovre anche, ad esempio come scrive Repubblica, si rinsalda l’asse tra Bersani ed ex Ppi contro Renzi, ovviamente, cosa che scrive anche Europa, quotidiano del Pd e prende quota l’idea lanciata da Bettini di far correre per la segreteria Zingaretti, il governatore del Lazio… mentre Cuperlo avvisa: mi candido contro Matteo se lui corre per la segreteria e Walter Veltroni dice di volere primarie aperte con il segretario candidato premier… Ma D’Alema vorrebbe tener separati i ruoli. Ci risiamo.

Il Pd rialza la testa e prepara la trappola a Letta di Laura Cesaretti

Controribaltone, Bersani finisce isolato di Laura Cesaretti

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