Una volta, ai tempi della Prima Repubblica, c’era il fattore K a pesare sulle vicende della politica italiana. Fu il giornalista Alberto Ronchey a coniare la definizione nel 1979 per spiegare le ragioni della mancata alternanza al potere con il Pci grande partito destinato a restare all’opposizione non solo per motivi elettorali.

Oggi le cose sono cambiate molto più modestamente, a dire il vero, e  sulla politica italiana ha fatto irruzione il fattore R, ovvero Renzi: professione politico con ambizioni nazionali (legittime per carità…) che nei ritagli fra una dichiarazione a giornali e tv (inclusa qualche incursione gossippara), incontri anche internazionali come l’ultimo con Angela Merkel, assemblee alla Leopolda, feste di partito, dibattiti alle primarie, uscite in campagna elettorale, fa anche il sindaco di Firenze.  E che, dopo aver rivestito e poi dismesso (almeno a parole) il ruolo di “rottamatore” sta creando più di uno sconquasso nel Partito Democratico e nel governo delle larghe intese guidato dal premier Enrico Letta che dello stesso partito democratico è uno degli esponenti più autorevoli e preparati…

A Renzi l’alleanza con il Pdl non va giù (come all’ala massimalista, giustizialista e antiberlusconiana del Pd) e non risparmia critiche anche pesanti al governo e di conseguenza all’ala governativa del Pd che cerca in ogni modo di indebolire. Mettendo a rischio la poltrona (scomoda) di Enrico Letta e il disegno del presidente Giorgio Napolitano che nel governo della larghe intese ha visto l’unica strada percorribile per uscire dall’impasse di un risultato elettorale segnato dalla “non vittoria” di Bersani con la conseguenza di entrare in una pericolosa fase di ingovernabilità nel pieno della crisi economica e della recessione rischiando di far pagare al Paese un conto molto più salato di quello che sta già pagando. Tanto che il Capo dello Stato ammonisce: “Il clima di fiducia verso l’Italia può variare positivamente in presenza di una valida azione di governo e di un concreto processo di riforme” ma “potrebbe peggiorare anche bruscamente dinanzi a una nuova destabilizzazione del quadro politico italiano”.

L’ultimo scossone è arrivato con la vicenda kazaka che vede il Pd spaccato sulla sfiducia ad Alfano, difeso però da Letta. Un garbuglio in cui Renzi fa la parte – di fatto – del rottamatore del governo insistendo perché Palazzo Chigi (ovvero Enrico Letta) “chiarisca”.  Il che è subito apparso come un pretesto, l’incidente di percorso, il grimaldello per far saltare il banco delle larghe intese. Eppure all’inizio piacevano al sindaco di Firenze, le larghe intese, e eveva avvertito Bersani dopo le lezioni: “O si fa il patto con il Pdl o si va al voto…”.  Ci ha ripensato, evidentemente.

In mezzo al prima e al dopo che la questione del congresso del Pd, con le regole delle primarie, la segreteria, la leadership, la premiership e quant’altro è legato a correnti, lotte di potere interne, linea politica e alleanze future. In fondo Renzi di sente come un altro toscano, quel Gino Bartali che ripeteva “è tutto sbagliato, tutto da rifare”. Forse sarebbe utile capire in che modo, ma per ora questo Renzi non lo dice…

Intanto però alla Stampa dice altro: “Sono stufo del partito e di questo fuoco di sbarramento incomprensibile su ogni cosa che faccio. Se non devo partecipare al congresso lo dicano, ma non strumentalizziamo per vicende del Pd una bimba di sei anni che è stata presa dalle forze speciali… Andare avanti con questo clima di guerriglia permanente contro di me è davvero incomprensibile… Non voglio far cadere questo governo”.

E si torna punto e a capo, perché Matteo (che ha deciso di interrompere il suo tour europeo) teme l’asse fra Letta ed Epifani, teme il rinvio del congresso che finirebbe per logorlo e ridimensionarlo (anche se le le sue uscite stanno già producendo più di un effetto negativo) e si è reso conto che il partito non ha intenzione di far cadere il governo perché al di là delle manovre di chi nel Pd guarda a una possibile maggioranza con Grillo, dietro l’angolo ci sarebbero solo le elezioni anticipate con il Porcellum ancora in vita.

Il caos è grande nel Pd e forse Renzi si è messo a volare un po’ troppo basso rispetto alle sue ambizioni e al consenso che ha saputo raccogliere. Vedremo le sue prossime mosse e quelle dei suoi  (tanti) avversari. Intanto in un’ennesima esternazione, stavolta al sito di Famiglia Cristiana, a proposito della sua discesa in campo non scioglie la riserva: “Vediamo se cambiano le regole un’altra volta e, soprattutto, se verrà rispettata la scadenza prevista dallo Statuto di fissare la data del congresso entro il 7 novembre. Comunque se ne parla a settembre, non prima”. E ancora: “Mai pensato di lasciare il Pd, anche se sarebbe comodo…”. Poi su La7 ha spiegato che si candiderà solo se ci saranno primarie aperte. Quindi ha annunciaro il silenzio stampa (quanto durerà?).

Tattiche e tatticismi che non scacciano lo spettro del rischio spaccatura che molti democrat paventano: se si verificasse davvero viene da chiedersi se sarà il Pd a lasciare Matteo o Matteo a lasciare il Pd. In ogni caso la domanda è: sovravvivrà il Pd al fattore R?

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