Disoccupazione, giovani che non lavorano e non studiano, giovani costretti ad emigrare all’estero per trovare un impiego dignitoso, “lavori atipici” ad alto tasso di precarietà, sistema pensionistico al collasso.
Di queste notizie purtroppo ogni giorno abbiano ampi resoconti sui giornali.
Ma esiste anche un’Italia che nonostante tutto – nonostante la burocrazia, un fisco opprimente, una politica spesso non all’altezza delle sfide dettate da un mercato del lavoro in continua evoluzione – prova a farcela, prova ad emergere.
E’ vero, gli anni facili sono finiti per tutti, ma arrendersi non è mai la soluzione
A partire da oggi questo blog ospiterà la testimonianza di un’Italia che prova a uscire dalla crisi, attraverso il racconto e la testimonianza di chi ogni giorno si impegna, lavora, produce e innova. Con sacrificio, dedizione, coraggio e ottimismo. Solo così l’Italia potrà tornare ad essere un paese per giovani.

Negli ultimi anni, infatti, si è sentito parlare quasi solo esclusivamente di “Neet”, «Not in education, employment or training», ovvero tutti quei giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono iscritti né a scuola né all’università, che non lavorano e che nemmeno seguono corsi di formazione o aggiornamento professionale. I Neet ancora ci sono e ancora sono numerosi, la generazione dei cosiddetti “millennials” è quella che più ha pagato il prezzo della crisi ma esistono anche i cosiddetti “Eet”, ”Employed-Educated and Trained”. Il Censis di giovani italiani che ce la fanno o, meglio, vogliono farcela, ne conta ben 175.000. Sono ragazzi che si impegnano nei più svariati campi o discipline, dall’informatica alla ristorazione.

Il Made in Italy in ambito agroalimentare è sicuramente un settore chiave, un’eccellenza da valorizzare e su cui puntare, anche per i giovani.
Ne parliamo con Alessandro Squeri, classe 1983, laurea in General Management alla Bocconi, dopo aver lavorato come consulente strategico per Accenture è attualmente direttore commerciale nell’azienda di famiglia Steriltom, che ha sede a Piacenza ed è attiva da quattro generazioni nella produzione di Polpa di Pomodoro 100% italiana per ristoranti e clienti B2B. Da quando è entrato in Steriltom si è occupato soprattutto di vendite e di export portando l’azienda ad esportare da 24 a 70 paesi nel mondo. Da ottobre 2016 è Presidente del Gruppo Giovani di Federalimentare.

Alessandro Squeri

Alessandro Squeri

 

I nostri giovani sono stati definiti bamboccioni, choosy, è stato consigliato loro si giocare a calcetto invece di mandare cv. Lei che anche per il suo ruolo ha a che fare con giovani che idea si è fatto?

«In Federalimentare ho trovato un gruppo di giovani imprenditori che si sono dovuti confrontare con il mondo del lavoro in un periodo di crisi e la loro reazione non è stata quella di demoralizzarsi ma al contrario di rimboccarsi le maniche. E’ un ambiente attivo, di ragazzi che stanno cercando di promuovere ed esportare il made in italy nel mondo, nel settore alimentare – che ovviamente è quello che personalmente conosco meglio – ma non solo. Stiamo cercando di fare sistema attraverso sinergie sia all’interno della filiera che fra imprese».

Il Made in Italy ha ancora un importante vantaggio competitivo rispetto ad altre culture, in generale e nel settore alimentare?

«Certo, vale ancora tanto, soprattutto all’estero perché dietro al Made in Italy c’è una cultura di prodotto che è fortissima. Per un’azienda un prodotto di qualità è la priorità, il consumatore rispetto al passato e più attento e fortunatamente la qualità conta sempre di più. Nel settore alimentare la percentuale di spesa del portafoglio sta crescendo proprio perché sta maturando la consapevolezza che noi siamo quello che mangiamo»

Spesso il consumatore rischia di essere vittima del riduzionismo economicista che identifica con la riduzione dei prezzi dei prodotti il maggior beneficio. Far apprezzare la qualità dei nostri prodotti e cercare di cambiare la mentalità oggi predominante è una sfida che anche in Federalimentare vi state prefiggendo?

«Federalimentare è molto attiva nell’ambito della “formazione” del consumatore, soprattutto per proteggerlo da quelle che sono le fake news e i falsi miti sull’alimentare. Il settore alimentare in Italia è il più controllato del mondo e nonostante questo spesso vengono montate polemiche ad arte: penso al a caso dei pomodori cinesi. Ovviamente se esistono aziende che utilizzano un prodotto non italiano spacciandolo per tale e vanno denunciate ma non si può certo mettere sotto accusa l’intero settore. Il 99% opera in maniera regolare. Federalimentare punta molto sulla trasparenza, abbiano lanciato un progetto che si chiama “Apertamente” per permettere ai consumatori di visitare le aziende per consentire una conoscenza diretta».
E l’UE fa abbastanza per contrastare fenomeni quali l’Italian sounding e la contraffazione ma anche per tutlarci rispetto a mercati extraeuropei?
«Se non si sviluppa un mercato unico europeo non si va da nessuna parte, oggi il futuro dell’alimentare si gioca sulla qualità e sull’export. Non possiamo pensare di basarci sul mercato interno. Le istituzioni politiche europee però non ci soddisfano per niente: abbiamo per ogni Paese membro leggi diverse, etichette diverse, terminologie diverse. Faccio un esempio: nel Nord Italia abbiano un sistema di coltivazione che si chiama “produzione integrata”, un sistema al top in tutta Europa in termini di sostenibilità. In Spagna hanno anche loro una produzione integrata ma con regole assimilate a quelle cinesi, il paradosso è che anche loro posso definirla con quel termine perché per l’UE ogni stato è libero di autodefinirsi… Il consumatore in questo modo pensa che il prodotto spagnolo dia le stesse garanzie in termini di qualità e di pesticidi utilizzati di quello italiano ma invece non è così»
Internazionalizzazione e delocalizzazione sono oggi condizioni necessarie per le nostre aziende?

«Con Internazionalizzazione si intende essenzialmente vendita all’estero e creazione di basi commerciali estere e da questo non si può prescindere. La delocalizzazione invece è più complessa, soprattutto nel settore alimentare – ma non solo – perché il Made in Italy è cultura di prodotto e presuppone un know how difficilmente replicabile all’estero. Ciò non toglie che in Italia purtroppo la tassazione e e la burocrazia spesso sono un ostacolo».

Il ruolo delll’istruzione e la scelta dell’Università sono aspetti fondamentali?

«Vorrei premettere una constatazione che sembra banale ma non lo è affatto: in Italia esiste ancora una grossa fetta di neolaureati che non conoscono o conoscono superficialmente la lingua inglese. Ecco, non si può pensare oggi di entrare nel mondo del lavoro trascurando questo aspetto. Inoltre i percorsi universitari italiani durano troppo e soprattutto sono troppo teorici, il collegamento con il mondo dell’impresa è del tutto insufficiente».

Sì, però se poi mondo dell’impresa vuol dire pagamento in voucher e precarietà a vita…

«Personalmente nella mia azienda, ma anche in quelle di molti colleghi quando assumiamo una persona lo consideriamo un investimento, un’assunzione comporta formazione, tempo, un obiettivo a lungo termine. E’ vero che sempre più le aziende hanno una concezione del lavoro diversa rispetto a cinquant’anni fa e questo è inevitabile, oggi molte attività sono informatizzate o automatizzate sia nelle fabbriche che negli uffici. Le attività che restano “all’uomo” sono quelle ad alto valore aggiunto, dove veramente la persona fa la differenza a. Io credo che un giovane capace che ha voglia di fare può ancora avere un futuro».

Si parla ormai da un po’ di anni di start up. Lei che ne pensa?

«Come Federalimentare Gruppo Giovani stiamo supportando degli incubatori Food sia in Italia che all’estero. Io ci credo molto perché il tasso di innovazione oggi è altissimo e non sempre le aziende al loro interno riescono a stare al passo coi tempi per cui la collaborazione con delle realtà esterne, giovani, come sono appunto le start up può facilitare l’azienda. Questo è un po’ il concetto di “Open innovation“».

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