In Italia se ne sta parlando poco, forse troppo poco. Mi sto riferendo all’editoriale apparso qualche giorno fa sul New York Times (potete leggerlo qui). Questo Open-Ed è stato pubblicato in forma anonima, anche perché a scriverlo è stato un funzionario dell’amministrazione Trump, e alcuni passaggi sono piuttosto chiari ed espliciti: “Molti degli alti funzionari della sua amministrazione (Trump, ndr) stanno lavorando diligentemente dall’interno per sabotare parti del suo programma e le sue peggiori inclinazioni. Io lo so. Io sono uno di loro“.

Ecco anche altre frasi: “La radice del problema è l’amoralità del presidente. Chiunque lavori con lui sa che non è ormeggiato a nessun principio discernibile che guida il suo processo decisionale“; “mostra poca affinità con gli ideali a lungo sostenuti dai conservatori: menti libere, mercati liberi e persone libere“; “gli impulsi del presidente Trump sono generalmente anti-commerciali e anti-democratici“; “gli incontri con lui virano fuori tema e fuori dai binari, si impegna in ripetute invettive, la sua impulsività si traduce in decisioni maleducate, male informate e occasionalemente spericolate che devono essere riportate indietro“. E poi la chiusura della lettera aperta: “La preoccupazione più grande non è ciò che il signor Trump ha fatto alla presidenza, ma piuttosto ciò che noi come nazione gli abbiamo permesso di fare. Siamo caduti in basso con lui e abbiamo permesso che il nostro discorso fosse privato della civiltà. Il senatore John McCain ha espresso il meglio nella sua lettera d’addio . Tutti gli americani dovrebbero ascoltare le sue parole e liberarsi dalla trappola del tribalismo, con l’obiettivo elevato di unire i nostri valori condivisi e l’amore per questa grande nazione“.

Sull’opportunità di scrivere, o pubblicare, questa lettera si può discutere per giorni: questo funzionario avrebbe dovuto scriverla? Secondo me sì. Avrebbe dovuto firmarla? Secondo me sì. Avrebbe dovuto presentare le dimissioni? Secondo me sì. Per quel che riguarda il New York Times invece le domande sono altre: il giornale avrebbe dovuto pubblicarla anonima? Secondo me sì. La colpa della pubblicazione anonima è del New York Times? Secondo me no.

Trump e la portavoce della Casa Bianca, Sarah Sanders, stanno cercando di attaccare anche il quotidiano per distogliere l’attenzione principalmente da una cosa: questa amministrazione è la più attaccata, dall’interno, della storia degli Stati Uniti d’America. Vengono pubblicati articoli, memoriali e libri (l’ultimo, che promette di fare scalpore, è quello di uno dei giornalisti del Watergate Bob Woodward) che si basano su “gole profonde”. Sono per questo meno credibili? No. Però Trump ha un grosso problema, finalmente svelato da uno dei funzionari: qualcuno dei suoi collaboratori sta remando contro, adesso è palese.

Subito sono arrivate le smentite. Questo l’attacco di un altro pezzo del New York Times di oggi (visibile qui): “Uno per uno, si fecero avanti, quasi come in una fila virtuale. Non io, disse il vicepresidente. Neanche io, disse il Segretario di Stato. Neanche io, disse il procuratore generale“. È caccia alla talpa, e negli Stati Uniti quasi non si parla d’altro.

La chiusura della lettera, però, rimanda anche a un’altra cosa: quella che è possibile chiamare “l’Altra America“. Un’America impersonata dal Senatore John McCain, morto il 25 agosto scorso. Non a caso McCain era uno dei più acerrimi nemici del presidente Trump. Fu uno dei primi a contrastare il tycoon come candidato repubblicano alle presidenziali; nel 2015 Trump dichiarò che McCain non era un eroe di guerra (e che a lui piacevano quelli che non venivano catturati dal nemico).

Durante la presidenza Trump sono tante le sue opposizioni, ma una vale la pena di ricordarla: il suo voto contro la riforma della Sanità proposta da Donald per smontare l’Obamacare (potete vederla qui). Il suo voto risultò decisivo e la riforma naufragò. Forse l’ultima vittoria dell’Altra America.

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