Ricordatevi bene queste parole, perché provo a fare una scommessa. Il primo presidente donna degli Stati Uniti d’America (se un giorno decidesse di scendere in politica) sarà Michelle Obama.

Ci sono vari motivi che mi spingono a dirlo. Uno dei motivi è strettamente collegato al risultato elettorale delle presidenziali. Gli americani hanno confermato, ancora una volta, che il loro voto va alla persona più che al programma politico o al partito. Votano la persona che riesce a mobilitarli, votano la persona che riesce a fargli credere in qualcosa o, più semplicemente, votano per la persona che non è quella che sicuramente non vogliono. In questa elezione più che una vittoria di Trump (che comunque ha avuto il merito di vincere nonostante avesse contro non solo i media nazionali e mondiali ma anche il suo stesso partito repubblicano), abbiamo assistito alla disfatta della Clinton.

Non è mai entrata nel cuore degli americani, non ha mai suscitato emozioni tra gli elettori, non ha mai avuto il carisma e l’arte oratoria di suo marito Bill né di Barack Obama (giusto per citare gli ultimi due presidenti democratici). Bisogna darle atto che ci ha provato, fino alla fine ha provato a inseguire il sogno di poter diventare presidente degli Stati Uniti d’America. Ma adesso deve saper accettare la realtà: non piace agli Americani. Otto anni fa aveva l’attenuante di avere davanti Barack Obama, una macchina da voti eccezionale capace di mobilitare le folle. Adesso aveva davanti Donald Trump che in campagna elettorale non si propriamente dimostrato un animale politico. Trump ha commesso molti errori, è stato investito da qualche scandalo e ha attaccato gli ispanici. Eppure in Florida il voto ispanico non gli ha voltato totalmente le spalle. Perché? Perché tra i due hanno preferito non votare per Hillary Clinton. Se Trump ha vinto l’elettorato bianco, Clinton non ha conquistato l’elettorato latino e afroamericano.

Ma adesso torniamo all’inizio del mio post: Michelle Obama prossimo presidente donna degli Stati Uniti. Il discorso fatto fin qui può aiutarci a capire come gli americani votino la persona. E Michelle, che in Italia viene raccontata solo come giardiniera dell’orto della Casa Bianca, in realtà ha intrapreso una dura battaglia contro l’obesità infantile, ha sostenuto le famiglie dei militari, ha aiutato le donne che lavorano in equilibrio precario tra famiglia e carriera. E poi ha carisma, sa mobilitare le masse, strappa lacrime e cenni di assenso ad ogni frase pronunciata nei suoi discorsi. (In questo discorso pronunciato alla convention democratica del 2016 si vede facilmente quello di cui sto parlando)

Lei sì, a differenza di Hillary, è una trascinatrice. Non è partita con il favore del popolo. Otto anni fa non la descrivevano di certo come ora. Ma col tempo, mese dopo mese, la sua popolarità è salita alle stelle. Ora ci sono due strade davanti a lei: iniziare piano la sua carriera politica o partire col botto. Se dovesse scegliere la prima opzione allora tra quattro anni si libera il seggio del Senato per lo stato dell’Illinois. Da lì, dopo quattro anni, correrebbe per la carica di presidente nel 2024. Ma attenzione, perché anche se improbabile, potrebbe decidere di partire col botto e candidarsi subito come presidente nel 2020. Sui social network è già partita la campagna a colpi di hashtag #Michelle2020 #MichelleForPresident e foto di lei con la scritta “Hope” (speranza).

Attualmente, tra i democratici delusi dal voto elettorale, lei rappresenta la speranza. E qui lo affermo: se Michelle si candida per la casa bianca, sarà il primo presidente donna degli Stati Uniti. Con buona pace della fallimentare Hillary Rodham Clinton.