Quarto appuntamento con la corsa alle presidenziali del 2020 negli Stati Uniti. Dall’ultima volta che ho scritto Donald Trump ha rivoluzionato la politica americana nel Medio Oriente, pezzi importanti dell’esecutivo si sono dimessi e gli Stati Uniti sono in shutdown. Ma andiamo con ordine.

Il poliziotto del Medio Oriente
Abbiamo sconfitto l’Isis in Siria, per me l’unico motivo di restare lì durante la presidenza Trump“. Con questo tweet, e non poteva essere altrimenti, il presidente degli Stati Uniti ha annunciato il ritiro delle truppe dal nord-est della Siria. Trump, a dire il vero, lo aveva già detto ed era un obiettivo che si era prefissato, ma fino ad ora aveva sempre avuto resistenze da parte del Pentagono e della Difesa. Subito dopo il cinguettio del tycoon, è toccato a Sarah Sanders (portavoce della Casa Bianca) confermare il ritiro delle truppe: “Abbiamo iniziato a riportare a casa le truppe degli Stati Uniti mentre passiamo alla fase successiva di questa campagna. Cinque anni fa l’Isis era una forza molto potente e pericolosa in Medio Oriente, e ora gli Stati Uniti hanno sconfitto il califfato territoriale. Queste vittorie sull’Isis in Siria non segnano la fine della Global Coalition o la sua campagna. Gli Stati Uniti e i suoi alleati continueranno a lavorare insieme per negare il territorio dei terroristi islamici radicali, i finanziamenti, il sostegno e ogni mezzo per infiltrarsi nei nostri confini“.
Ma come ogni mossa di Trump, le polemiche non sono mancate e, oserei dire, anche le dimissioni. Il Pentagono e la Difesa sono sempre stati contrari al ritiro delle truppe. E ancora una volta avrebbero cercato di dissuadere il presidente dal confermare questa scelta, anche perché per il Pentagono l’Isis non è stato affatto sconfitto. Così Diana White, portavoce del Pentagono: “la lotta all’Isis non è finita, anche se la coalizione ha liberato alcuni territori che erano in mano all’organizzazione“.
Nonostante tutto Trump ha confermato l’obiettivo: “Gli Stati Uniti non vogliono essere il poliziotto del Medio Oriente. Ora tocca agli altri combattere“.
Di diverse vedute il capo del Pentagono Jim Mattis, che ha subito lasciato l’amministrazione. “Divergenze con il presidente nei rapporti con gli alleati“, queste le parole dell’ormai ex capo del Pentagono. Anche perché, secondo alcune indiscrezioni, Mattis non sarebbe stato informato della scelta del ritiro delle truppe prima dell’annuncio. In più, Mattis non sarebbe stato informato neanche sulle valutazioni della Casa Bianca, o meglio di Trump, per ridurre la presenza americana anche in Afghanistan.

Dimissioni, dimissioni!
Mattis non è stato il primo a dimettersi in questa amministrazione, e scommetto che non sarà neanche l’ultimo. Pochi giorni fa infatti è toccato al segretario degli Interni Ryan Zinke. Ad annunciare le dimissioni di Zinke è stato lo stesso Trump, con un tweet: “ha raggiunto grandi risultati durante il suo mandato“. Zinke è un ex Navy Seal ed ex membro del Congresso dello Stato del Montana ed era era finito al centro di alcune inchieste federali per i suoi viaggi, per l’attività politica e per i potenziali conflitti di interesse. Era finito nel mirino dei Democratici perché avrebbe gestito 500 milioni di acri di suolo pubblico e l’assegnazione delle licenze per l’estrazione di carbone, petrolio e gas.
Prima di lui, come vi dicevo, si era dimesso anche il capo di Gabinetto della Casa Bianca, John Kelly. I suoi rapporti con Trump erano ormai deteriorati.
Se andiamo ancora un po’ più a ritroso, ma non di tanto, basta arrivare a novembre, subito dopo le elezioni di metà mandato, ricordiamo che a presentare le sue dimissioni era stato il ministro della Giustizia Jeff Sessions; mentre a metà novembre era stata la volta di Mira Ricardel, braccio destro del consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Bolton.

Shutdown
Nuovo shutdown per gli Stati Uniti, con conseguente blocco parziale blocco delle attività federali per mancanza di fondi. Il nodo principale resta quello sui cinque miliardi di dollari per finanziare la costruzione del muro tra gli Stati Uniti e il Messico che Trump aveva promesso due anni fa, in campagna elettorale. Per la cronaca, però, Trump aveva anche detto che il muro l’avrebbe interamente pagato il Messico e non l’americano con le proprie tasse.
Quindi arriva lo shutdown e dalla mezzanotte chiudono un quarto delle agenzie federali, comprese quelle che gestiscono la sicurezza interna, le forze dell’ordine, la raccolta delle tasse, i trasporti e i parchi nazionali.
Qualche giorno fa Trump aveva detto che sarebbe stato “orgoglioso” di provocare uno shutdown se fosse servito ad ottenere i fondi per il muro.

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Post Scriptum: darò un seguito a questi post, a cadenza settimanale o bisettimanale, in modo che possiate seguire anche voi la corsa alle presidenziali del 2020. Una piccola rubrica su questo blog, dunque. Due anni sembrano tanti ma, in realtà, volano. Intanto per ulteriori e piccoli aggiornamenti, anche quotidiani al di fuori di qui, se volete, potete seguirmi su Twitter cliccando qui o su Instagram cliccando qui.

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