È cosa simpatica quando una gara, soprattutto una gara di golf, come l’Open d’Italia, pare già, dal suo abbrivio, una faccenda per pochi intimi. È cosa ancora più simpatica se fra questi pochi intimi c’è un ragazzo su cui l’Italia punta tutto, tale Matteo Manassero. «Oggi ho giocato bene, sono felice» ha chiosato lui, consegnando lo score ai referee. Ma non basta. L’importante è non perdersi di vista, tra un drive e un putt per arrivare al traguardo dei 250mila euro in palio per il vincitore e per sgombrare il campo dagli equivoci del massimo torneo che deve controllare anche se ha i soldi in cassa prima di distribuirli. Ma atteniamoci alla cronaca, rigorosamente delimitata dai tee-shot, di questo Open numero 68 partito ieri dai Roveri, Torino, dimora verdissima tratteggiata dalla penna dell’architetto Trent Jones, alla Mandria. Faccenda per pochi intimi, si diceva, perchè al comando si trovano, dopo le prime diciotto buche, Chris Wood e Robert Rock, due inglesi che, pedalando sullo stesso tandem, hanno chiuso con il signorile score di 64, otto sotto il par del percorso. Dando per scontato che chi ci legge sappia bene che cosa sono il par, il birdie e i vari termini del golf giocato e non sferruzzato, si può solo aggiungere che distanziato di un solo colpo c’è un terzetto multinazionale formato da uno scozzese (Jamieson), un danese (Olesen) e uno spagnolo (Cabrera Bello). E poi? Eccolo lì il Manassero, a 66. In agguato, il furetto veneto diciottenne vuole scatenare davanti al pubblico amico fulmini e saette non per divertirsi ma per vincere. E nel suo stesso plotoncino c’è anche sempre a 66, anche l’altro asso che l’Italia del golf può calare: Francesco Molinari. E se restassero così, intimissimi e in forma fino alla buca 72?