In Italia siamo troppo spesso abituati a voltarci indietro per trovare una qualche sorta di indicazione (se non un oracolo che ci indichi la strada giusta per il futuro). Un anniversario, una celebrazione, un ricordo diventano quasi un obbligo anche per avvenimenti che italiani non sono. Nelle scorse settimane molte parole sono state spese per ricordare il venticinquesimo anniversario del Black Monday, ovvero del più grande crollo di Wall Street in una sola seduta (-22,6% in un giorno, -30% considerando anche il venerdì precedente). Negli Stati Uniti l’anniversario è stato abbastanza trascurato, ma vale la pena esaminare che cosa accadde per confrontarci con quello che potrebbe accadere.

Questo è il grafico del Dow Jones nel periodo precedente e successivo al Black Monday. A Wall Street la parte finale del 1987 segnava il conseguimento di un nuovo massimo storico per l’indice di Borsa intorno a quota 2.700 punti. Poi, l’apertura di un nuovo fronte di conflittualità nel Golfo Persico indusse gli operatori a dare il via alle vendite, anche per prendere profitto sui guadagni appena realizzati. L’assenza di meccanismi di compensazione che instradassero le operazioni entro una «fascia di sicurezza» produssero il crollo che evocò gli spettri della crisi del 1929 (ben prima di quella che stiamo attraversando).

C’è però un altro dato da analizzare nel grafico: il fatto che le quotazioni si siano mantenute entro una fascia di oscillazione molto contenuta attorno ai 2.000 punti per circa due anni. Si è trattato solo di una questione di paura?

Come si vede dall’immagine qui sopra la risposta è negativa. L’«ingorgo» delle quotazioni è stato in parte determinato dalla Fed. La banca centrale americana, infatti, mantenne i tassi di interesse su livelli elevati (tra l’8 e il 10%) nonostante l’economia americana fosse in una fase di assestamento. Insomma, Washington aveva frenato la liquidità alzando i tassi di interesse nonostante l’inflazione già a partire al 1986 non costituisse più una minaccia per l’economia statunitense. È chiaro che se tenere il denaro fermo in banca consente di ottenere un guadagno sicuro (e anche protetto visto un incremento moderato dei prezzi), la tendenza generalizzata sarà quella di prelevare i risparmi dalla Borsa e metterli sul proprio libretto di risparmio.

La storia, però, non si ferma.

Wall Street in questi 25 anni è andata avanti e oggi veleggia abbastanza costantemente sopra quota 13.000. Questi 25 anni non sono passati invano, ma – indipendentemente dal governo (si chiamasse Clinton, Bush oppure Obama) – il mercato finanziario e le imprese sono sempre stati considerati un vero patrimonio da salvaguardare. L’11 settembre e anche la crisi dei subprime hanno rappresentato una pausa in un movimento comunque espansivo.

Il dubbio che continua a tormentare i risparmiatori resta però sempre lo stesso: può ricapitare un altro Black Monday? Oggi i software di gestione degli scambi fermerebbero le contrattazioni in presenza di flessioni super come quelle registrate 25 anni fa.

Wall & Street

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