«Sol chi non lascia eredità d’affetti
poca gioia ha dell’urna…»

Non fate i debiti scongiuri! La citazione foscoliana non serve per parlare dell’urna cineraria, bensì di quella elettorale. E i versi del poeta calzano a pennello: chi ha eredità (o patrimoni) nel risultato delle ormai prossime consultazioni politiche nutre crescenti aspettative e, dunque, in base a quello si orienterà. Ecco spiegato il motivo per il quale assistiamo in queste settimane a un sostanziale appiattimento dell’attività di fusioni e acquisizioni. Troppo alta la posta in gioco il 24-25 febbraio per assumersi il rischio di un investimento che maggioranze con poca dimestichezza col mondo dell’impresa potrebbero far saltare da un momento all’altro.

Ovviamente, ogni regola ha la sua eccezione. Non parleremo di Telecom e del processo di cessione de La7 (si tratta di un iter avviato da mesi, che si è intersecato col periodo elettorale e che, anche per motivi prudenziali, sarà rivisto nelle prossime settimane), ma della riorganizzazione interna alle società controllate dalla famiglia Benetton. Da una parte la holding dei servizi Sintonia sta pensando di fondere in un’unica realtà le autostrade di Atlantia e gli aeroporti romani controllati da Gemina attraverso Adr. Dall’altro lato, Autogrill vuol fare emergere il valore (finora sottostimato) del retail aeroportuale di World Duty Free.

Fin qui tutto ok. Si tratta di proprietà della famiglia Benetton (cui fanno capo tramite la holding Edizione)  e il legittimo proprietario può disporre dei propri beni come meglio crede, è un diritto garantito dalla Costituzione. Si tratta però di settori nei quali lo Stato ha una golden share (non reale, ma formale). Al governo spetta infatti stabilire le tariffe delle concessioni autostradali, i contratti di programma per gli aeroporti e anche indire le gare per la concessione delle aree di ristorazione sulle autostrade.

Insomma, non è del tutto indifferente chi vincerà le prossime elezioni politiche. Ciononostante, i Benetton hanno voluto coraggiosamente andare avanti. Certo, la fusione tra Atlantia e Gemina – che dovrebbe avvenire carta contro carta – è in stand-by, nel senso che i rispettivi consigli di amministrazione la stanno valutando. La sua importanza non si può definire  in senso stretto «strategica» in quanto le sinergie tra autostrade e aeroporti sono limitate. Serve per risparmiare qualche costo connesso al tenere in piedi la struttura di una holding (Gemina) che fondamentalmente ha solo una partecipazione core. E serve alla stessa Adr a risparmiare sul costo del debito che per Atlantia è più bassa. Ogni 1% di tassi in meno per Gemina sono 13 milioni di Ebit in più all’anno, ha calcolato Citi.

Discorso un po’ diverso per Autogrill. Dell’entusiasmo degli analisti per lo spin-off vi abbiamo già parlato. Mediobanca ha di recente rimodulato il proprio giudizio da neutral ad outperform con un prezzo obiettivo elevato a 11,8 euro. Anche perché il «divorzio consensuale» con World Duty Free farà emergere valore e renderà l’operatore di retail aeroportuale più libero di stringere alleanze e partnership (magari con il big del settore, la svizzera Dufry). Anche in questo caso si tratta di un’operazione in corso di valutazione.

La politica, però, può sempre cambiare le carte in tavola. Ci può essere sempre un Antonio Di Pietro che minaccia Romano Prodi di far saltare il governo se Autostrade si «fidanza» la spagnola Abertis, come accaduto nel 2006. I Benetton hanno pagato in prima persona le scelte sconsiderate della classe dirigente, ma non per questo rinunciano ad affermare i propri diritti. Stavolta ce la faranno?

Wall & Street

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