La nuova Saipem, guidata da Umberto Vergine, ha un problema. E non è l’Algeria. Un recentissimo report di Mediobanca ha sottolineato con maggiore enfasi come l’allarme utili lanciato tre settimane fa dal nuovo ad non sia da prendere sottogamba. Non solo perché i profitti e i margini quest’anno saranno pressoché dimezzati, ma soprattutto perché «manca visibilità» sulla redditività dei nuovi mega-contratti.

A questo punto il debito della società (4,3 miliardi) di euro non è più un dato trascurabile perché l‘Ebit è destinato a essere un po’ meno gratificante (770 milioni le stime di Mediobanca per quest’anno). È chiaro che finanziariamente la società è un po’ sotto stress perché l’indebitamento è di 5,7 volte l’Ebit atteso, dato lievemente superiore alla media del settore.

Due le conseguenze di questo stato di cose sia per la società che si occupa di engineering per l’industria degli idrocarburi sia per la sua controllante Eni che ne detiene il 42,9%:

  1. Il settore dei servizi per le imprese petrolifere sta diventando meno ricco rispetto al recente passato e le integrazioni tra i grandi player diventeranno necessarie se si vorrà salvaguardare la redditività.
  2. Eni potrebbe avere sempre meno interesse nel mantenere all’interno del gruppo la controllata attiva nell’E&C (Exploration & Construction) concentrandosi sull’E&P (Exploration & Production) e magari conservando una quota inferiore al 30% di Saipem

Collocare le azioni sul mercato? Deprimerebbe il titolo e non risolverebbe alla radice il problema. Oltretutto l’ad di Eni, Paolo Scaroni, ha già detto che al momento «vendere Saipem non sarebbe nell’interesse degli azionisti». Inoltre, si lascerebbe in balia dei mercati un asset importante (oltreché un’eccellenza) del sistema-Italia. E, soprattutto, non si risolverebbe il problema del debito.

L’ipotesi avanzata da Mediobanca è più suggestiva. Un bell’aumento di capitale riservato da 3 miliardi: consentirebbe l’ingresso di un socio forte e ridurrebbe l’indebitamento a 1,3 miliardi. Ipotizzando uno sconto del 10% circa sulle azioni di nuova emissione (18,5 euro), il nuovo azionista entrerebbe con il 26% ed Eni resterebbe con il 31% circa. Insomma, sarebbe il socio numero 2 ma con un’influenza notevole. Entrambi, inoltre, potrebbero beneficiare di un’eventuale dismissione del business delle perforazioni il cui valore Mediobanca stima in 2,8 miliardi (a cui però dovrebbero essere connessi circa 2,2 miliardi di debiti).

Eni potrebbe continuare a volare (rating outperform e target price a 22,2 euro), mentre Saipem avrebbe le energie giuste per un nuovo inizio (rating underperform e target price a 19 euro che non include gli effetti diluitivi sugli utili di un eventuale aumento di capitale). Potrebbe finalmente ballare da sola.

Wall & Street

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