I lettori del Giornale lo conoscono da anni come editorialista. Ma Claudio Borghi Aquilini, docente di Economia degli intermediari finanziari all’Università Cattolica di Milano, è soprattutto una voce eterodossa rispetto al conformismo europeista che domina sui media. Ecco perché Wall & Street hanno voluto ascoltare il suo parere.

Lo spread è un indicatore economico?

«Lo spread non dovrebbe esistere. Nel 2011 non sapevamo nemmeno cosa fosse perché sul mercato c’era la percezione che il debito europeo fosse condiviso. Il caso si è creato quando Merkel e Sarkozy hanno preso la scriteriata decisione del PSI (acronimo di Private Sector Involvement, cioè la ristrutturazione del debito greco tramite il coinvolgimento degli istituti di credito privati che detenevano i Sirtaki-bond). Allora si è compreso come i titoli di Stato non fossero garantiti ed è partita la speculazione. Infatti lo spread è aumentato a prescindere dai fondamentali economici».

Lo spread lo ha abbattuto Mario Monti o Mario Draghi?

«Lo spread è sceso quando il presidente della Bce Mario Draghi ha detto che avrebbe fatto tutto il possibile per difendere l’euro anche con acquisti potenzialmente illimitati di titoli di Stato, cioè mostrando la capacità dell’eurozona di monetizzare il debito. Come fa la Bank of England con i titoli britannici».

La politica di austerità è sbagliata?

«Sì. Gli economisti Paul de Grauwe e Paul Krugman hanno svelato l’inganno: consolidare i bilanci pubblici in periodo di recessione porta altra recessione e aumento del debito».

Ma la vulgata europeista dice che senza misure strutturali la Bce non sarebbe intervenuta a favore dell’Italia?

«La Bce sarebbe intervenuta ugualmente perché l’alternativa era rappresentata dalla dissoluzione dell’eurozona. L’Italia ha dimensioni troppo grandi. Magari qualcuno si sarebbe opposto a una replica dell’operazione greca con la mutualizzazione del debito attraverso il fondo salva-Stati e così non ci sarebbe stata alternativa al default che avrebbe travolto ».

Che cosa intende per «mutualizzazione del debito»?

«Nel momento in cui la Grecia è andata in default i principali creditori erano i Paesi dell’Europa “core” (Francia e Germania soprattutto; ndr). Con l’intervento dei fondi salva-Stati, Efsf prima e Esm adesso, questo credito è stato diviso anche con nazioni meno coinvolte come l’Italia».

Perché la Grecia è in ginocchio nonostante gli aiuti?

«La distruzione della Grecia era nei fatti. L’euro è una moneta troppo forte per quella economia. Faccio un esempio concreto: ammettiamo di azzerare il debito italiano con la bacchetta magica, non è per questo motivo che Fiat venderà di più. Al contrario, il gruppo di Torino venderà più auto prodotte in Italia se il loro prezzo sarà competitivo sul mercato. La differenza sostanziale è il valore della moneta. Se a questo si aggiungono le misure di austerità, un Paese è messo sotto scacco. Come fa un’impresa a investire in Grecia? I capitali fuggono e la gente continua a perdere il proprio posto di lavoro e quindi la recessione peggiora. L’aiuto ad Atene è stato solo un recupero crediti alla maniera di uno strozzino».

E la bancarotta di Cipro come si spiega?

«È un fallimento della vigilanza perché la Bce sapeva della concentrazione di depositi a Cipro, lo sapeva anche dagli stress test e ha fatto finta di nulla. E poi è un fallimento dell’Europa, cioè di Angela Merkel che, lasciando andare in default la Grecia, ha fatto andare in bancarotta le banche cipriote che vi investivano».

Il prelievo forzoso sui conti correnti può risolvere tutto?

«Se Merkel ha creato un buco lasciando fallire la Grecia, non si può tapparlo col prelievo forzoso. Cipro è un paese che dovrebbe essere tutelato dall’euro e ha le banche chiuse da quasi due settimane. Nemmeno in Egitto e in Tunisia durante le rivoluzioni è accaduta una cosa del genere».

È più grave mettere le mani sui conti correnti o chiedere a uno Stato che si dovrebbe salvare 5,8 miliardi di garanzia su 10 miliardi di aiuti?

«La garanzia sui depositi fino a 100.000 euro l’ha introdotta l’Ue. L’Islanda si è salvata con una garanzia di soli 20.000 euro rimborsando i creditori domestici prima e quelli esteri in seguito. Cipro può fallire ma se deve rimborsare i conti fino a 100.000 euro, bisogna costruirgli una via d’uscita praticabile. L’Ecofin ha adottato una strategia da magliari: la tutela dei depositi costruita tassando i depositi».

Secondo lei, cosa dovrebbe fare Cipro?

«Uscire dall’euro. È entrato da poco, non avrebbe nemmeno problemi di inflazione. Dovrebbe far andare le banche in default anche sui prestiti della Bce e poi stampare lire cipriote per rimborsare i creditori. Se anche così fosse troppo oneroso, potrebbe abbassare la garanzia sui depositi».

Condivide l’opinione secondo cui la situazione europea attuale assomiglia molto a quella del 1913?

«No. È molto più simile a quella del ’92 quando l’Italia uscì dal Sistema Monetario Europeo perché non riusciva a sostenere il regime di cambi fissi con le altre monete. La speculazione di Soros ha fatto saltare un sistema di cambi artificiale. Faccio un altro esempio: ci sono due atleti che devono correre i 100 metri in 10 secondi. Uno pesa 150 chili e l’altro 40 ma riescono a ottenere la stessa prestazione. Se metto loro in spalla uno zaino di 30 chili, il primo ce la fa in 11 secondi, quello più leggero impiegherà il doppio del tempo».

Si può uscire da questa spirale mantenendo la moneta unica?

«No. Le due alternative possibili sarebbero un’ammissione di fallimento. Il primo è quello dei trasferimenti interni: chi è più ricco dà a chi è più povero e il caso italiano con la Lombardia che finanzia la Calabria dimostra che il modello non funziona. La seconda ipotesi è la deflazione interna: si tagliano i prezzi tagliando i salari, ma se la gente guadagnasse il 30% in meno a parità di condizioni, si creerebbero squilibri sociali e, per altro, il debito non diminuirebbe».

Quanto ha guadagnato la Germania con l’euro?

«Il saldo della bilancia commerciale (esportazioni meno importazioni; ndr) era in sostanziale pareggio fino al 2002. Nei primi dieci anni di introduzione dell’euro è andata in attivo per complessivi 1.500 miliardi. Considerato che gli altri Paesi dell’eurozona sono i primi partner commerciali, il calcolo del trasferimento di ricchezza è presto fatto. Molti obiettano asserendo che la Germania ha compiuto importanti riforme che le hanno consentito di essere competitiva. È vero, ma è altrettanto vero che con l’euro del “tutti contro tutti” la Germania ha fatto deflazione salariale. Il suo successo corrisponde all’insuccesso della spagna e di altri Paesi in difficoltà».

Come si potrebbe uscire ordinatamente dall’euro?

«Se fosse successo due anni fa all’inizio della crisi greca, ora saremmo belli come il sole. Innanzitutto, bisogna precisare che i bassi tassi di interesse non derivano dall’essere parte di un’unione monetaria. In secondo luogo, bisogna sfatare il tabù secondo il quale con un’uscita dall’euro servirebbero cariolate di banconote per fare benzina e il costo dei mutui sarebbe insostenibile. Tra svalutazione e inflazione non c’è automatismo. L’euro all’inizio della sua storia ha perso il 30% del suo valore contro il dollaro e per noi non cambiò assolutamente nulla. Dopo la svalutazione della lira nel 1992 il tasso di inflazione scese dal 5 al 4,5 per cento. Magari le patate non si importerebbero più dalla Germania, ne produrremmo di più e anche i prezzi di beni prodotti all’estero si adeguerebbero e le Bmw costerebbero un po’ di meno se la casa tedesca intendesse non perdere troppo terreno sul mercato italiano».

E il debito?

«Anche qui bisogna specificare che cambiare moneta non equivale a fare default! Il debito sottoscritto con un contratto italiano sarebbe automaticamente traslato nella nuova valuta, a partire dai Btp e dai mutui. Ci sono però porzioni di debito stipulate con contratti esteri. Si tratta di debito pubblico (in minima parte; ndr) e soprattutto privato, a partire dai finanziamenti di lungo termine ottenuti dalle banche italiane tramite la Bce. Il vero problema è proprio questo…».

C’è una soluzione anche per questo?

«Sì. Una volta recuperata al suo ruolo Bankitalia, se Unicredit e Intesa Sanpaolo avessero problemi sui debiti con l’estero, si potrebbero nazionalizzare temporaneamente».

E a chi dice che senza euro faremmo la fine dell’Argentina cosa risponde?

«L’Argentina non ha avuto problemi in quanto ha fatto default. Anzi, da quel momento in poi è ripartita. La produzione è crollata prima quando hanno surrettiziamente agganciato il peso al dollaro Usa, strangolando così l’economia. E poi nel caso dell’Italia, lo ripeto, uscire dall’euro non sarebbe fare default!».

Wall & Street

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