«L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro».  I principi della nostra Carta costituzionale stridono con la realtà lasciata dalla crisi:  al Nord come nel Mezzogiorno si moltiplicano le famiglie dove perlomeno uno dei due coniugi ha perso l’impiego o che vedono i propri figli costretti alla completa inattività. Né studio né lavoro per molti giovani italiani, che vanno così a ingrossare le fila di quelli che i Paesi anglosassoni hanno definito i «Neet» (Not in Education, Employment or Training).

Per questo motivo Wall & Street ha pensato di proporre questa guida,  con tutto ciò che c’è da sapere per ottenere un impiego nell’Italia di oggi. I consigli sono suddivisi in tre blocchi logici, mirati sull’età del potenziale aspirante lavoratore (18 anni, 25 anni e over 50). Per farlo ci siano ispirati anche alla  traccia contenuta nel libro curato l’anno scorso dal presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, Marina Calderone  (“10 idee per trovare lavoro dei nostri figli” –  Laurana Editore).

Iniziamo quindi con  il problema forse più grave, quello dei diciottenni che hanno terminato le scuole superiori ma non sanno se calcare le aule universitarie o infilarsi guanti e tuta da lavoro.

Il grafico qui sopra evidenzia la preoccupante crescita della disoccupazione giovanile dall’inizio del 2010. L’Istat ha certificato che a  febbraio si attestava al 37,8%. In sostanza quasi quattro giovani su dieci in età compresa fra i 15 e i 24 anni non hanno un posto di lavoro.  Certo, è l’effetto della crisi che si riverbera sulla generazione più debole e meno tutelata. Ma è anche una questione di scelte di vita che vanno rimodulate rispetto a un mondo che sta cambiando e che non potrà più essere uguale a quello pieno di «uscite di sicurezza» che caratterizzavano il percorso lavorativo dei genitori e nonni.

 

L’Università? Meglio trapano e chiave inglese

Inseguire le proprie aspirazioni è fondamentale per realizzarsi dal punto di vista professionale, così come ottenere un impiego il più possibile prossimo alle proprie caratteristiche. Ma non si può chiudere gli occhi sulla realtà:  una buona formazione tecnica oggi assicura maggiori sbocchi nel mondo del lavoro. In sostanza non esistono studi o mansioni di «serie A» e di «serie B», ma soltanto competenze più o meno richieste sul mercato. Dove a scarseggiare sono soprattutto i tradizionali lavori artigianali e manuali in genere, oltre alle mansioni più strettamente legate al mondo del web. In sostanza, sebbene sia naturale per un genitore disegnare per i propri figli un futuro da manager, avvocato o docente universitario, lo studio non rappresenta di certo la scelta migliore per tutti, una volta terminata la scuola dell’obbligo. Oggi sul mercato continuano infatti a essere richiesti cuochi e baristi, magazzinieri e meccanici, muratori e idraulici, riparatori di serramenti ed elettricisti, così come addetti in grado di guidare macchine per movimento terra, mezzi pesanti e camion. Così come sono sempre gettonati gli addetti per  i servizi alla famiglia.

 

Archimede batte Dante

I giovani che decidono di accedere all’università, devono prima di tutto tenere presente che ci sono Corsi di laurea, e quindi Facoltà, seguite con grande interesse dal mondo della produzione o dei servizi. Altre, invece, che sono poco «spendibili», come ad esempio quelle umanistiche e quindi che rischiano di diventare una fabbrica di disoccupati. La domanda resta per esempio superiore all’offerta sia per i laureati in chimica (oltre il 40% degli attuali iscritti all’Albo ha più di 50 anni), sia per professionalità in ambito economico quali il consulente per il lavoro o l’attuario (anche per valutare il rischio di impresa) o il geologo vista la rinnovata attenzione del nostro Paese al rischio sismico prima di ogni intervento edilizio. In ambito sanitario rimane invece elevata la domanda di infermieri e tecnici di radiologia medica.

 

La carta delle lingue straniere

Le competenze linguistiche sono fondamentali nella carta d’identità di un giovane che si affaccia al mondo del lavoro. La società è globalizzata e parlare solo l’idioma di casa propria, al giorno d’oggi, può considerarsi alla stregua di una “dialettofonia”. Anche la sola conoscenza scolastica dell’inglese non è più sufficiente. L’Italia è in letargo: le ore dedicate alle lingue straniere sono troppo poche e questo crea uno svantaggio cognitivo ai giovani rispetto ai loro colleghi europei. Partire un passo indietro agli altri nella corsa verso l’occupazione non è un buon affare. Ecco perché un periodo di studio all’estero ha un valore sicuro: l’apprendimento della lingua straniera si velocizza e, soprattutto, si cala nel concreto delle esperienze di vita. Attenzione!!! La solita «vacanza-studio», oltretutto costosa, non basta: la permanenza all’estero dovrebbe essere di un intero anno accademico o, meglio ancora, scolastico. Conoscere più lingue è fondamentale nel settore turistico, uno degli ultimi a risentire della recessione. Ma non si tratta solo di saper parlare inglese, francese e un po’ di tedesco. Servono  il cinese, il giapponese e anche il russo. Il discorso vale anche per l’artigianato: esportare il «Made in Italy» richiede una formazione linguistica e culturale specifica.

 

L’orientamento inizia in famiglia

Spetta alla famiglia creare una cultura del lavoro nei propri figli e favorirne l’orientamento: ricordarsi, quando si avvicinano i 18 anni, che nella vita bisogna saper scegliere il percorso giusto, potrebbe infatti essere troppo tardi. A quel punto, molte importanti occasioni potrebbero essere già alle spalle. In primo luogo perché, se non si è portati per gli studi, aver frequentato un liceo non ha permesso di acquisire competenze subito spendibili nel mondo del lavoro. In seconda battuta perché un diploma di laurea qualsiasi, il famoso «pezzo di carta», preso con voti bassi e controvoglia, non avrà nessun appeal per i direttori delle Risorse umane. Ma anche una formazione tecnica, se non è quella giusta, non consente di approdare all’occupazione desiderata. L’orientamento deve, invece, avvenire già durante la frequenza alle scuole medie. E, soprattutto, non serve solo lo studio ma sono necessarie anche le esperienze: si tratti di lavori estivi o di stage durante l’anno scolastico. Formazione e lavoro devono andare sempre di pari passo, sin dall’adolescenza.

 

Le imprese vogliono “tecnici”

Non è una pubblicità per i “Professori” guidati da Mario Monti. Si tratta di un’esigenza oggettiva dell’offerta di lavoro in Italia e anche in Europa. Rispetto agli altri Paesi dell’Ocse, la Penisola ha meno diplomati negli istituti tecnici. Eppure per gli informatici la difficoltà di reperimento accusata dalle aziende è al 40%, per i venditori tecnici all’ 80%. Il primo consiglio è pertanto di non escludere a priori un percorso di studi superiori tecnico. L’eventuale accesso all’università non è precluso, e in ogni caso si può subito scegliere di «mettersi in gioco». Confrontarsi con chi già vive il mondo del lavoro (aziende o professionisti) è lo step più importante di questa fase. Bisogna ricordarsi che alcune professioni storiche – avvocati, architetti,veterinari e psicologi – sono ormai sature. Altre invece offrono ancora molte opportunità: è il caso appunto di consulenti del lavoro, geometri, chimici e tecnici del settore agro-alimentare. Per chi ha questo obiettivo, è utile quindi rivolgersi agli ordini professionali sia su Internet che con altri mezzi. Le associazioni potranno indicare quali sono le facoltà migliori e quali i percorsi migliori da seguire.

 

Il parere dell’esperto

I giovani laureati sempre più di frequente, per lavorare, sono costretti a «svendere il loro titolo di studio, accettando professioni sottopagate, poco qualificate e scarsamente coerenti con le competenze maturate soprattutto all’università. La laurea non è tuttavia  solo un pezzo di carta, rappresenta una chance importante che i ragazzi possono ancora giocarsi, anche in Italia», ricorda Cristina Pasqualini, docente di Metodologia delle scienze sociali all’Università Cattolica di Milano. «Se analizziamo i dati della XV Indagine 2012 realizzata da Almalaurea sulla Condizione occupazionale dei laureati, ci rendiamo conto che studiare paga tardi, ma paga ancora», prosegue la giovane docente della Cattolica. Nel medio-lungo periodo, infatti, «avere o meno una laurea fa la differenza, rispetto ad un semplice diploma, non solo in merito alla possibilità di fare carriera e di avere uno stipendio gratificante, ma, molto più banalmente, di essere occupato. Il fattore tempo svolge pertanto un ruolo fondamentale». Quali sono allora le ricadute più significative ad uno e cinque anni di un titolo di studio universitario? «Nell’arco di tempo considerato, i laureati che lavorano – dove per lavorano si intende una attività retribuita, cosa non scontata oggigiorno – passano dal 47,8% all’81,8%, i disoccupati dal 23,4% al 5,9%, coloro che svolgono un lavoro stabile (contratto a tempo indeterminato o autonomo) dal 32,5% al 69,6%. Non da ultimo, lo stesso guadagno mensile netto registra un incremento significativo: da 943 € a quasi 1.400 €. Complessivamente, il 62,8% degli occupati dichiara la propria laurea efficace per il proprio lavoro» , conclude Cristina Pasqualini.

Wall & Street    

1 continua – Si ringrazia per la collaborazione Laura Verlicchi

– Qui la  seconda puntata della guida: Che cosa fare per trovare lavoro a 25 anni

– Qui la terza puntata della guida: Che cosa fare per trovare lavoro a 50 anni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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