No, Beppe Grillo non è Piero Fassino. E sicuramente il presidente di Monte Paschi, Alessandro Profumo, ha uno standing differente (e meno «politico») di Giovanni Consorte. Ma ciò non toglie che – nel caso di un non improbabile ballottaggio alle prossime elezioni comunali – il popolare comico possa anche lui pronunciare la celebre frase: «Abbiamo una banca?».

Uno scenario apocalittico? Gli apostoli dell’anticasta nei gangli della terza banca italiana? Può accadere, ma spieghiamo perché questa ipotesi non è campata per aria. Siena è un Comune di oltre 50mila abitanti e il 26 e il 27 maggio prossimi si svolgerà il primo turno delle amministrative dopo che l’ex sindaco Franco Ceccuzzi ha rinunciato alla ricandidatura (si era dimesso dall’incarico dopo che la maggioranza di centrosinistra si è spaccata sul bilancio; ndr) perché indagato nell’ambito del crac del pastificio Antonio Amato, una vicenda nella quale è coinvolta anche la precedente gestione del Monte dei Paschi.

Primarie avvelenate

E così lo scorso fine settimana si sono svolte nuovamente le primarie del Pd, per individuare il nuovo candidato sindaco. Trattandosi di una città toscana, la sindacatura è da sempre una partita interna agli eredi dell’ex Pci, quindi chi vince le primarie è sindaco in pectore, Va da sé. Ma questa volta è accaduto un fatto singolare. In primo luogo: l’affluenza è stata di gran lunga inferiore a quelle di dicembre che incoronarono Bersani contro Renzi (4.500 votanti contro 6.800). In seconda istanza, è vero che il vincitore, il renziano Bruno Valentini, ha ottenuto il 55% delle preferenze, ma si tratta di uno scarto di soli 510 voti sul rivale, il «ceccuzziano» Alessandro Mugnaioli.

Guerre di potere

Le primarie si sono svolte nel bel mezzo della tempesta che ha attraversato il Nazareno, con un partito completamente spaccato sull’elezione del capo dello stato che ha costretto il suo segretario Pier Luigi Bersani al passo indietro. La bassa affluenza è sicuramente un termometro della situazione difficile che sta vivendo il Pd. Il problema è che il rischio-spaccatura è ben presente anche a Siena. E non è un caso che la prima mossa del renziano Valentini sia stata quella  di volere nella propria squadra Mauro Marzucchi, assessore al bilancio di Ceccuzzi e vicesindaco all’epoca di Maurizio Cenni. Si tratta di un nome influente di quel “sistema Siena” che da Piazza del Campo governava anche Rocca Salimbeni e viceversa. I contradaioli, infatti, mormorano che i fratelli Monaci (Alberto e Alfredo, ex margheritini, potenza di fuoco dell’ala centrista del Pd e da sempre vicini alla Fondazione anche attraverso l’attuale presidente Gabriello Mancini) abbiano appoggiato Valentini in opposizione all’ex sindaco, che contribuirono a mettere in minoranza. Ecco perché il candidato renziano ha tutto l’interesse a coprirsi a sinistra.
Insomma, il rischio di una frattura è sempre incombente perché la sinistra di «rito senese» non ha la disciplina tra le sue caratteristiche peculiari. Basti pensare che il segretario della Fisac-Cgil, Agostino Megale, giunto da Roma per sottoscrivere con i vertici di Mps l’accordo sugli esuberi e sul contratto si è visto sconfessato dalla base locale del sindacato che gli ha mandato a monte l’accordo. E da una partita grossa come quella interna alla banca si capisce bene come Valentini non possa dormire sonni tranquilli.

Un sindaco a misura di Siena

Ma chi è Bruno Valentini? Da qualche giorno è l’ex sindaco di Monteriggioni, la«porta» di Siena, il paese nel quale vive la sorella di Alessandro Profumo e dove il presidente ha preso la residenza perché lo statuto della banca impone al suo numero uno la dimora nella Val d’Elsa. Come numerosi sindaci di Siena, anche Valentini (57 anni) è un dipendente Mps, è responsabile settore Family nella Provincia, si è iscritto al Pci da ragazzo ed è un sindacalista della Fisac-Cgil, l’organizzazione leader nella banca. La carta d’identità non è proprio quella del «rottamatore», piuttosto è la fotografia dell’apparatchik in salsa senese.
Molte polemiche inoltre scaturiranno dall’inconsueto abbandono di Monteriggioni, come ha già raccontato il Giornale. Valentini non si è dimesso per correre alle primarie, ma si è fatto dichiarare decaduto dal suo consiglio comunale avendo assunto la presidenza della controllata Monteriggioni AD 1213, la srl che si occupa del turismo e del castello nella cittadina. Insomma, se dovesse andar male, Valentini un posto comunque ce l’ha…

La campagna grillina

I grillini senesi, che oggi presentano i loro candidati, hanno già cominciato ad attaccare e lunedì 29 manifesteranno all’assemblea del Monte dei Paschi che dovrà decidere l’azione di responsabilità contro i precedenti vertici (oltre a Giuseppe Mussari, l’ex dg Antonio Vigni e il capo della finanza Gianluca Baldassarri) per lo scandalo dei derivati «Alexandria», «Santorini»e «Nota Italia», che hanno comportato 730 milioni di perdite nel bilancio 2012 e obblighi di versamento di collaterale per 2,8 miliardi alla fine dello scorso marzo. Certo, le azioni risarcitorie contro Nomura e Deutsche Bank potrebbero portare qualche frutto, considerato anche il blocco di 1,8 miliardi disposti dalla Procura di Siena, ma è ancora troppo presto per parlarne. L’unica cosa certa sono i 4 miliardi di Monti-bond con i quali il Tesoro ha evitato il collasso del Monte e che però impongono ogni anno interessi al 9%.
Per i grillini il «buco» di Mps ammonterebbe a oltre 20 miliardi, perché il loro calcolo alla «carlona» somma i 10 miliardi per l’acquisto di Antonveneta, i 6 miliardi di restituzione del finanziamento con cui Santander aveva fornito liquidità all’istituto padovano e i 4 miliardi dei Monti-bond, per l’appunto. Grillo ha messo insieme patate e cipolle, ma sul grande pubblico la sparata fa presa. Anche perché il Monte non è l’unico problema di Siena, costretta a fronteggiare un disavanzo di 300 milioni a cui si aggiunge il «buco» da 200 milioni dell’Università.

Le «mani» sulla Fondazione

Per verificare come il Movimento 5 Stelle di Grillo sia un serio concorrente anche alla poltrona di sindaco basta guardare ai risultati delle politiche dello scorso 24-25 febbraio a Siena. Il centrosinistra ha preso il 39% di cui il 34% del Pd, M5s il 21%, il centrodestra il 20,5% e i montiani il 12,7%. Le candidature a sindaco sono molto frastagliate con i soliti «elementi di disturbo» della sinistra radicale e i moderati coagulati su Baricentro civico e Impegno per Siena. Se il Pd non dovesse tenere, se i moderati facessero flop e se i grillini continuassero sull’onda lunga di febbraio (circostanza non accaduta in Friuli), non è peregrino ipotizzare un ballottaggio Pd contro Grillo, con il secondo avvantaggiato dall’essere avulso dal cosiddetto «sistema-Siena» (ovvero una città impiegata in una banca che sostiene la città, che a sua volta governa la banca).
Alessandro Profumo e l’ad Fabrizio Viola stanno cercando con successo di spezzare questo meccanismo perverso e poco trasparente. Ma la Fondazione Mps con il suo 35% è ancora il primo azionista dell’istituto di credito anche se non ha più la maggioranza assoluta ed è destinata a diluirsi ovemai le cedole dei Monti-bond dovessero essere pagate in azioni e quando sarà effettuato l’aumento destinato a ripagare l’aiuto di Stato.
La Fondazione sta riformando il proprio statuto. Le modifiche prevedono che la sede della banca possa essere spostata da Siena e, soprattutto, un dimagrimento del suo cda, la deputazione generale che dovrebbe scendere da 16 a 12 componenti. Oggi il Comune di Siena nomina 8 consiglieri ed è il vero socio forte della banca. Anche se la sua presenza dovrebbe essere ridotta, sarebbe comunque il primo ente ad avere voce in capitolo sulla gestione del Monte. E se i grillini, per caso, vincessero, Beppe potrebbe chiedere ai suoi amici senesi: «Abbiamo una banca?».

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