Prima una realtà sull’orlo del fallimento come Richard Ginori, poi un’icona delle gioielleria giovanile come Pomellato: in poco più di 24 ore i francesi di Pinault-Ppr  hanno messo le mani su due realtà del made in Italy di risonanza internazionale. E la maison – che già controllava Gucci e Bottega Veneta – è solo uno dei colossi internazionali che hanno preso posto alla tavolata delle pietanze d’eccezione apparecchiata dal gran cuciniere della recessione Mario Monti,  con la cura di sole tasse che sta facendo morire il Paese.

Nei periodi di magra, è noto, la Borsa non «paga» e anche chi come Moleskine sfida il mercato quotandosi, o al momento del collocamento accetta di concedere uno sconto sul prezzo di vendita ai grandi investitori o è probabile che questi stessi gli voltino in breve tempo le spalle. Scappando con in tasca il guadagno accumulato al primo rimbalzo del titolo o, se le quotazioni sono in discesa, volando come condor sulla matricola nell’attesa che i prezzi divengano stracciati. La speculazione fa parte del mercato. È probabile però che, dato il contesto, continuino a cadere nel vuoto gli appelli lanciati da Borsa Italiana e dal suo amministratore delegato Raffaele Jerusalmi nel tentativo di attrarre le aziende del made in Italy sul listino.

La quotazione, sia chiaro, è potenzialmente una valida alternativa di finanziamento per la corporate-Italia soprattutto in periodi come l’attuale in cui il canale bancario non presta quasi più un centesimo.  Le banche sono state «schienate» dai 130 miliardi di sofferenze accumulate negli anni in cui hanno prestato denaro anche ad imprese decotte e famiglie scarsamente affidabili sotto il profilo del reddito. Una politica che si prefiggeva il raggiungimento di obiettivi sempre più ambiziosi, fissati da piani industriali scritti quando ancora si sognava che la crescita dell’economia reale sarebbe stata quasi senza fine.

La storia dopo il fallimento di Lehman Brothers, era il 15 settembre  del 2008, è inutile ripercorrerla. La Borsa italiana si è ormai ridotta a valere solo il 20% del pil, peraltro anch’esso in contrazione, ed è piombata al ventesimo posto nella classifica mondiale, dopo i listini di molti Paesi cosiddetti «in via di sviluppo». Allo stesso modo si assiste da tempo alla caduta del numero delle società quotate: non per nulla la stessa Pomellato era una di quelle su cui aveva riposto le speranze Jerusalmi. L’azienda che produce i ciondoli più amati dalle ragazze era stata infatti tra le modelle  che a metà ottobre  avevano sfilato nell’ex salone delle Grida di Palazzo Mezzanotte, accompagnate per l’occasione dagli ambasciatori di MediobancaBank of America Merrill Lynch e  Jp Morgan tra i riflettori di Vogue. Di certo non aiutano le tossine, anche in questo caso ereditate dal passato, che stanno paralizzano i fondi di private equity né  il fatto di avere a che fare con un capitalismo familiare e senza capitali da sempre proprio dell’Italia.  Cucinelli è stata la sola «vera» matricola del 2012, così come quest’anno Moleskine, cui si è aggiunto qualche debutto sull’Aim, la porzione del listino dedicato alle piccole imprese che assicura costi e burocrazia ridotta, ma è precluso ai piccoli investitori.

Che cosa farà il governo di Enrico Letta se risulterà un insuccesso  anche il progetto “Più Borsa” con cui  Consob, Abi, Confindustria e Assogestioni puntano ora a trascinare di forza le piccole e medie imprese italiane sul listino? Mentre l’Italia si accontenta di una Borsa sempre più simile a una Borsetta, peraltro ceduta agli inglesi del London Stock Exchange  (Lse) sotto le spoglie di un’integrazione da subito apparsa squilibrata e sbagliata rispetto al polo alternativo che si andava formando tra i gradi listini europei, i colossi stranieri fanno incetta con le banconote in mano. Comprano i pezzi migliori del made in Italy, incuranti dei mille lacci che Monti ha messo a imprese e famiglie ad esempio con la limitazione al prelievo del contante, e felici che dopo l’Imu su capannoni e prime case, a molti imprenditori restino solo cambiali.

Non abiureremo, qui, ai principi dell’economia liberale: lo stesso gruppo Lse è nelle mani degli emiri e  dei loro petroldollari, ma come un boxeur sul  ring l’Italia dovrebbe cercare di assestare più cazzotti di quanti ne riceva. Altrimenti finirà al tappeto e  non avrà più la forza nelle gambe per rialzarsi, nemmeno cercando con i guantoni le corde del ring di Piazza Affari.

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