{"id":350,"date":"2017-08-02T19:08:19","date_gmt":"2017-08-02T17:08:19","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/acerbi\/?p=350"},"modified":"2017-08-02T19:08:19","modified_gmt":"2017-08-02T17:08:19","slug":"la-fuga-pochi-mezzi-cuore-grande","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/acerbi\/2017\/08\/02\/la-fuga-pochi-mezzi-cuore-grande\/","title":{"rendered":"La Fuga: pochi mezzi, cuore grande"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/acerbi\/files\/2017\/08\/lafuga.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-full wp-image-351\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/acerbi\/files\/2017\/08\/lafuga.jpg\" alt=\"lafuga\" width=\"196\" height=\"110\" \/><\/a>Non \u00e8 un caso che gli ultimi due post, del mio blog, siano dedicati a Stefano Calvagna. Evidentemente, il suo modo di fare cinema colpisce chi, come me, per lavoro, deve praticamente vedere tutto quello che passa il convento cinematografico. Da qualche giorno, \u00e8 uscito il suo ultimo film, <strong>La fuga<\/strong>, che riassume, al meglio, gli stilemi del suo rapporto con la settima arte. I suoi non sono prodotti autoreferenziali, \u00a0chiusi in se stessi, relegati a manifesto ideologico, espressione del proprio ego. Calvagna non si erge sul pubblico. Lui dialoga con la gente, la fa sentire protagonista. Il suo neorealismo borgataro \u00e8 fatto con arte, \u00e8 vivo, vero, genuino (a volte, \u00e8 un limite nei suoi film). Nei suoi noir metropolitani, girati con pochi mezzi, d\u00e0 voce ai perdenti (che tali non sono), li esalta, li elegge a eroi romantici e sognatori (il desiderio di fuga); che \u00e8 un po&#8217; il riassunto della sua storia artistica. Pur essendo uno dei rari registi di destra, con tutte le difficolt\u00e0 di chi rema controcorrente in un mondo che guarda praticamente solo a sinistra, Calvagna riesce, miracolo, a sopravvivere nel grande circo della cinematografia italiana. Facendolo di tasca propria, senza chiedere, cio\u00e8, i soldi a noi cittadini con gli insopportabili finanziamenti. In pratica, il Custer de noantri. Per farlo, deve adattarsi a fare un po&#8217; tutto.<strong> La Fuga<\/strong> \u00e8 stato scritto da lui, diretto da lui, interpretato (anche) da lui, cantato da lui (una canzone con testo di Vecchioni), nel quale ha un piccolo ruolo anche il giovanissimo figlio Niccol\u00f2, volto noto (sia al cinema, sia nelle fiction tv) \u00a0e ormai attore affermato Con l&#8217;aggiunta di un cast di supporto composta da ottimi professionisti, nel quale non sfigura una convincente Mietta. La storia \u00e8 quella di Saverio (il bravissimo e intenso Claudio Vanni) che dopo una rapina in banca, si nasconde in casa di una escort. Ci \u00e8 scappato il morto, ma anche se il ladro \u00e8 innocente, cercano di addossargli la colpa, mentre la polizia lo circonda. Non aggiungo altro per non guastare la visione, raccomandando un occhio di riguardo per la sorprendente fotografia.\u00a0E&#8217; un film con tante virt\u00f9 e pochi perdonabili vizi. Ribadisco, <strong>La Fuga<\/strong> \u00e8\u00a0girato con pochi mezzi, ma con un cuore grande.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Non \u00e8 un caso che gli ultimi due post, del mio blog, siano dedicati a Stefano Calvagna. Evidentemente, il suo modo di fare cinema colpisce chi, come me, per lavoro, deve praticamente vedere tutto quello che passa il convento cinematografico. Da qualche giorno, \u00e8 uscito il suo ultimo film, La fuga, che riassume, al meglio, gli stilemi del suo rapporto con la settima arte. I suoi non sono prodotti autoreferenziali, \u00a0chiusi in se stessi, relegati a manifesto ideologico, espressione del proprio ego. Calvagna non si erge sul pubblico. Lui dialoga con la gente, la fa sentire protagonista. 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