Se volete capire qualche cosa di più dell’Italia dovete comprare un libro appena uscito: “Perché il sud è rimasto indietro” (Il Mulino). L’autore, Emanuele Felice, abruzzese di Lanciano, classe 1977, insegna  all’Università autonoma di Barcellona e tenta una sorta di sesto grado :  leggere storia e cause dell’arretratezza del Mezzogiorno superando le sterminate biblioteche scritte sull’argomento e utilizzando le più moderne chiavi interpretative offerte dalla storia economica.

Il giovane professore, con un linguaggio di una chiarezza anglosassone, fa giustizia di molte delle tesi tradizionali sul meridionalismo. Quella assolutoria, che attribuisce le colpe di un ritardo “atavico” del Sud agli altri (di volta in volta identificati) e che è stata resa popolare a livello mediatico dai libri di Pino Aprile. E quella accusatoria che fa risalire i mali del Mezzogiorno a tare intrinseche e addirittura genetiche (può sembrare sorprendente ma non mancano, soprattutto negli Usa, testi con pretese scientifiche in questo senso). Lo schema più innovativo utilizzato da Felice è quello proposto da due studiosi, il turco Acemoglu e l’americano Robinson, padri, secondo molti, di una svolta negli studi sulla crescita economica. Robinson e Acemoglu mettono l’accento sulle istituzioni: le regole del gioco (esplicite e implicite) che possono far da premessa al decollo di un Paese, o che al contrario sono in grado di condannarlo alla stagnazione e alla miseria. Condizione necessaria per la crescita è che le istituzioni  che governano un sistema economico siano ispirate a un atteggiamento “inclusivo”, che  favorisca cioè lo sviluppo economico e civile dell’intera comunità. Premessa sicura del fallimento sono invece istituzioni “estrattive”, create e tenute insieme dalla volontà di garantire vantaggi esclusivi  a una minoranza di privilegiati.

E’ questo il caso del Meridione d’Italia. Il momento decisivo della storia del Sud, secondo Felice, va dall’inizio del Settecento alla metà del secolo successivo. Di fronte all’impatto della duplice rivoluzione  rappresentata da Rivoluzione industriale in campo economico e Rivoluzione francese in campo politico la classe dirigente del Sud si sottrae alla sfida. Si rifiuta di aprirsi alla modernità o, meglio, adotta quella che viene definita  modernità passiva: pronta ad accogliere gattopardescamente le sollecitazioni che arrivano   dall’esterno solo se e quando contribuiscono al mantenimento dei propri privilegi. L’aristocrazia del latifondo e  la borghesia dei ”paglietta” tanto aborriti da Gaetano Salvemini sono dunque i peggiori nemici dello sviluppo del Mezzogiorno. E i “paglietta” comandano ancora oggi. E, anzi, oggi rischiano di far affondare l’Italia intera, che non ha più la forza di liberarsi dalla presa della classe dirigente “estrattiva” del Meridione.

Schematizzata e impoverita, è questa  la tesi di fondo del libro,  che per abbondanza di riferimenti può anche essere utilizzato come una sorta di bigino sugli studi meridionalistici e che dovrebbe diventare “required reading” per chiunque partecipi al dibattito pubblico. Non si può che dare ragione all’autore quando scrive: “I meridionali sono privati non soltanto della libertà: la libertà di potere decidere del proprio destino, che solo un reddito decente, una buona istruzione, la fruizione di diritti collettivi e personali consentono. Sono privati della verità, quella di poter capire perché sono a questo punto, quali le ragioni, le eventuali colpe e di chi”.

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