Una felpa lava l’altra. Lasciate alle spalle, anzi, riposte nell’armadio, quelle di Roma ladrona ecco il felpone romano che persino Totti avrebbe imbarazzo ad indossare.  Sì, Salvini ama Roma. La politica è bugiarda? Di sicuro è spregiudicata. Si nutre di parole d’ordine, risposte esemplari e definitive, pose plastiche e muscolari, semplificazioni, in una parola: slogan. L’immaginario collettivo non è poi così sofisticato e per infiammarlo a volte è sufficiente qualche badilata di retorica e un nemico, possibilmente comune. Senza esagerare nei contenuti: gli argomenti confondono, alimentano dubbi, predispongono al disfattismo. Siamo un paese impressionabile e dalla memoria corta, che si nutre di cattiva televisione e difetta di cultura dell’eroismo. Per quella, occorre ricorrere a qualche palliativo, magari ritagliandolo da qualche pagina di cronaca. Ed eccone uno bello e pronto. Pronto a fare fuoco, soprattutto. È Graziano Stacchio, benzinaio di Ponte di Nanto, eroe per caso, eroe che non si sente un eroe ma offerto, suo malgrado, in pasto all’eterogeneo popolo della piazza che fu di Almirante. “Io sto con Stacchio” è lo slogan che ha fatto bella mostra di sé sulla maglia di Salvini, che sabato s’è iscritto alla lista di collocamento degli uomini della provvidenza. Ruolo, quest’ultimo, che da un anno a questa parte interpreta l’altro Matteo, Renzi, l’uomo che ha scalato, parole sue, prima il Pd e poi il governo. L’uomo che mai avrebbe fatto il primo ministro se non passando per le elezioni. L’uomo che rassicurava il suo predecessore, Enrico Letta, assicurandogli incrollabile lealtà con l’ormai celebre hastag “enricostaisereno”. A ben pensarci, non sappiamo chi, tra i due Matteo della politica italiana, possa stare più sereno. Entrambi si sentono a favore di vento e, paradossalmente, sono due venti che solo apparentemente soffiano in verso contrario. A non esserlo più, tanto sereni, sono tutti coloro che, in un’epoca lontana, riempirono quella piazza con un popolo vero – nativi romani, potremmo definirli oggi – e non d’importazione, un popolo che sventolava il tricolore, non vessilli padani. Sì, parliamo degli italiani di Roma, come si rivolgeva loro Almirante, un popolo disperso, di orfani, diviso, litigioso e rassegnato, costretto ad assistere a improbabili alleanze. La prospettiva, tutt’altro che edificante, è quella di ritrovarsi tra qualche mese a turarsi il naso per scegliere il male minore. Non moriremo democristiani, come temevamo da ragazzi, ma morire renziani o salviniani non è che sia granché meglio. Non sarebbe forse il caso di ricominciare a pensare? Senza aspettare che a dare il là sia la classe politica, tantomeno chi di questa disgregazione ha le maggiori responsabilità, né l’intellettuale organico o (l’ingannatrice?) suggestione del momento. Elettori di centrodestra, suvvia, non delegate, non aspettate. Non marciate e non marcite. Interrogatevi: c’è da stare sereni?

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