marchi“come di consuetudine, per desiderio dell’autore, anche questo nuovo libro di moreno marchi è privo di indicazioni bio/bibliografiche”. Questa scritta bianca su sfondo nero, spoglia e priva di maiuscole, campeggia sulla quarta di copertina di Exitialis!, libro edito da Giuseppino (Pino) Bertelli nella collana “pamphlet” di Tracce nell’aprile del 1987. Studioso fieramente autodidatta dalla personalità schiva quanto autenticamente ribelle, Moreno Marchi, classe 1951, morì, dopo una lunga malattia, il 6 marzo del 1997. A diciotto anni di distanza, non c’è stato alcuno che ne abbia ricordato la prematura scomparsa e soprattutto il vuoto che ha lasciato dietro di sé. Eppure sono – siamo – in molti a nutrire un debito di riconoscenza nei suoi confronti. Senza le sue opere poco avremmo saputo o troppo avremmo dovuto attendere per apprendere qualcosa di più sui “duri di Parigi”, sui collaborazionisti francesi, di quanto non passasse l’avaro (al riguardo) mercato editoriale dell’interminabile secondo dopoguerra. I duri di Parigi è uno dei saggi dedicati a questo spinoso argomento, tra cui – tutti editi dalla Settimo Sigillo di Enzo Cipriano – figurano anche l’imprescindibile Con il sangue e con l’inchiostro; Europa Europae; Céline, Drieu La Rochelle tra schermo e palcoscenico; Drieu La Rochelle: una bibliovita e persino un Hermann Goring a Sanremo (quest’ultimo edito da Managò), cronaca del viaggio che nel 1938 il gerarca nazista fece nella città dei fiori. Sanremo, terra d’adozione per lui, toscano di nascita, che vi era arrivato giovanissimo, decidendo di trascorrervi una vita che sarà breve ma anche particolarmente  intensa. Uomo mite e intellettuale non conforme, attratto dalla ferocia dissacrante dell’anarchia e dal situazionismo di Guy Debord, di cui condivide la critica radicale alla società consumistica e all’industria culturale in senso lato, estimatore di Max Stirner e amico del richiamato Bertelli, l’ex operaio-editore di Piombino cui si deve la prima edizione del Mea Culpa di Louis Fernand Céline, Marchi scrive numerosi articoli per la pagina culturale dell’Eco della Riviera e per la siciliana Anarchismo, ma quello che colpisce è l’ampia produzione di scritti, interventi, traduzioni e libri: Fenomenologia unicistica del singolo, severa critica alla contestazione; Teoria del contrasto e il citato Exitialis, entrambi con prefazione di Bertelli, in cui approfondisce pensiero e caratteristiche di tutti i movimenti storici di ribellione e conia la definizione di quelli che lui chiama “gli uomini del no”. “Gli uomini del no sono innumerevoli – scrive – e le loro storie a volte s’intersecano interconnesse, a volte si sfiorano appena, a volte non s’incontrano mai”. E all’inizio degli anni Novanta risale il suo incontro con i proscritti per eccellenza, i collabos, le collaborazioni con Elementi e Futuro Presente, riviste dirette da Alessandro Campi. Trova anche il tempo di scrivere un romanzo, che però sarà pubblicato postumo nel 2002 da Settimo Sigillo: Tapis roulant. “Questa è una storia terribile – scrive Gianfranco De Turris nella prefazione – ma anche una storia in cui non accade assolutamente nulla. È terribile proprio perché non accade nulla. Sì, è vero, si va in macchina, si fa l’amore, ci si sposa, ci si suicida, ma tutto quanto si verifica senza il contributo diretto dei diversi personaggi, e soprattutto senza che questo provochi il benché minimo eco emozionale nell’intimo del protagonista, al punto che il lettore è indotto a chiedersi: ma costui ha un’anima?” Marchi, forse, ne aveva troppa. Lo saluto con un ricordo personale: poche settimane prima di morire, per eccesso di generosità, aveva accettato di partecipare a una conferenza su Drieu La Rochelle a L’Aquila. Eravamo in tanti ad aspettarlo nella bella cornice del Palazzetto dei Nobili, quando L’Aquila aveva ancora un centro storico. Poco prima dell’inizio, tuttavia, venimmo avvertiti che, a causa di un malore, era dovuto rientrare di corsa a Sanremo. Cosa fare a quel punto? La sala era gremita. Ci facemmo coraggio. Io, nella mia qualità di assessore provinciale alla cultura, mi sarei dovuto limitare a un saluto “istituzionale”. Parlai a lungo e dopo di me parlarono altri ma quel vuoto già si avvertiva, un vuoto che le nostre parole non riuscirono e non riescono ancora a colmare.

 

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