distruzioneL’innominabile riposava, come si usa dire in questi casi, al cimitero Musocco di Milano. No, non ci riferiamo all’innominato manzoniano ma a un “personaggio” altrettanto scomodo e sicuramente meno noto: Dante Virgili. Nato il 21 marzo del 1928 a Bologna e scomparso il 20 giugno del 1992, Virgili – quel che rimane delle sue spoglie mortali – è oggi nel limbo degli estinti in attesa di finire nell’ossario comune. Dissotterrato due anni or sono, senza alcun parente disponibile a farsi carico delle spese di concessione per il loculo, la sua sorte parrebbe segnata. Gli unici parenti, del resto, rintracciati all’epoca della sua morte nelle Marche, fecero sapere già allora che non desideravano saperne niente. Basti pensare che del riconoscimento all’obitorio dovette occuparsene, come raccontai io stesso in Dante Virgili, il ritorno del distruttore (articolo pubblicato sul mensile Area nel novembre 2003), uno scrittore che gli era stato vicino, Ferruccio Parazzoli, uno dei pochi contatti con una realtà cui Virgili si sentiva estraneo. La macchina burocratico-cimiteriale, però, è stata bloccata almeno fino al prossimo 31 marzo grazie a Gerardo de Stefano e Andrea Lombardi, che hanno avviato una petizione affinché il Comune meneghino risolva la questione e trovi una sistemazione più degna all’illustre sconosciuto cui Antonio Franchini dedicò nell’aprile del 2003 un’onesta e appassionata biografia (Cronaca della fine, Marsilio Editore). Eccolo, il Virgili: «Un uomo solo, senza figli, senza moglie, senza nessuno, orfano di un’Europa germanizzata, collaborazionista fino all’ultimo, fedele ad un’idea di grandezza». In assenza di una foto “ufficiale”, persino la lapide ne era priva, Franchini ne ricordava l’aspetto ripugnante: «Che fosse un mostro anche fisicamente non era un’esagerazione. Era basso, con una dentatura ridotta ai soli incisivi, e portava pantaloni a vita talmente alta che la cinta, non potendo stringersi, se non dove terminava la prominenza del ventre, risaliva fin poco al di sotto del petto». Sul piano letterario, poi, era una tempesta di odio che si rivelò (e non poteva essere diversamente) una meteora. Il suo romanzo più conosciuto – di certo non famoso – si intitola non a caso La distruzione e venne pubblicato, con una inusuale dose di coraggio, dalla Mondadori nel 1970. Coraggio che in casa editrice venne meno quando si trattò di pubblicarne la seconda prova: Metodo della sopravvivenza, forse spaventati dalla citazione di Goethe nel Faust scelta come epigrafe: «Colui che in pace/ auspica la guerra/ è estraneo a ogni speranza/ di felicità». Coraggio che trovò, invece, la Pequod di Marco Monina, (oggi Italic Pequod) che ripubblicò il primo libro (2003) e diede finalmente alla luce il secondo (2008), di cui mi occupai in Dante Virgili: una voce dal cattiverio (articolo pubblicato sul Secolo d’Italia del 26 gennaio 2008). Sta di fatto che la campagna lanciata da Gerardo de Stefano è stata rilanciata oggi anche dalla popolarissima Satisfiction, rivista di critica letteraria ideata da Gian Paolo Serino (inesauribile!) e ottimamente diretta da Paolo Melissi: Salviamo dalla distruzione le ossa inquiete di Dante Virgili.

Voi che fate? Io aderisco!

La sottoscrizione la trovate qui oppure c’è Paypal: frundsberg@libero.it causale LA DISTRUZIONE

La pagina FB sull’iniziativa

Tag: , , , ,