bracco M5S

L’Aquila. Delegato ieri a “Cultura, Estetica e Creatività” dal presidente della Regione Abruzzo Luciano D’Alfonso, democristiano di sinistra abilissimo nel reclutamento trasversale, Leandro Bracco è oggi il consigliere regionale a 5 stelle più “braccato” sul web. Il popolo grillino è insorto, chiedendone e ottenendone la testa. Metaforicamente, s’intende. Le giustificazioni addotte dal destellato consigliere – “accetto, ma resto all’opposizione” – non hanno convinto i suoi colleghi. Non è possibile tenere il piede in due scarpe, hanno tuonato. Tanto più perché, quando ieri, in aula, si è trattato di votare contro la chiusura dei punti nascita di Atri, Sulmona, Penne e Ortona (decisione scellerata decretata dal governo regionale di centrosinistra), la proposta di un ripensamento avanzata da Forza Italia e Movimento 5 Stelle è stata bocciata con 14 voti contro 12. Il consigliere Bracco si è defilato: non ha votato né sì, né no. Né lotta né governo, per intenderci. Poco apprezzata, a dirla tutta, anche l’interpretazione che l’interessato ha dato della sua nomina:  “D’Alfonso, aprendo alle opposizioni, sta scrivendo la storia dell’Abruzzo poiché invece di spartire gli incarichi all’interno della maggioranza, sta deparlamentarizzando il parlamento regionale”. Altri, meno romantici e più disincantati, hanno letto nell’incarico il tentativo di indebolire (numericamente) la minoranza consiliare. Una cosa è certa: i più inferociti sono gli elettori di Bracco, tra l’altro abruzzese per caso. Nato a Biella nel 1977, giornalista professionista freelance appassionato di Medio Oriente, ha studiato e vissuto per lungo tempo a Torino e Milano, salvo poi trascorrere una vacanza estiva in Abruzzo e innamorarsene, decidendo di comprar casa e passare a miglior vita (sul piano della qualità della vita, beninteso) pochi anni or sono. Candidato lo scorso maggio alle elezioni regionali nella lista circoscrizionale di Pescara, è stato eletto con 1103 voti di preferenza e 351 euro di spese elettorali dichiarate. Più o meno quanto avrà a disposizione per amministrare la Cultura, mai così trascurata come con l’amministrazione regionale in carica. La delega alla Creatività, probabilmente, è finalizzata a questo: cercare finanziamenti per sostenere nuovi progetti. Quella all’Estetica, poi, ci verrà spiegata in seguito. Nessuno si azzardi, tuttavia, a richiamare l’epopea tutta romana dell’Effimero di Renato Nicolini, buon’anima, assessore all’Effimero in un epoca lontana e complicata.  Quel comunista creativo, lui sì, da irregolare qual era, ruppe radicalmente con i metodi del passato, cambiando per prima cosa interlocutori. Non più intellettuali e istituzioni deputate per “statuto” alla cultura. Si rivolse a realtà associative nuove quanto spontanee, valorizzando le tante voci di una società italiana in piena trasformazione, più di quanto raccontino le cronache di quegli anni, la cui attenzione era rivolta soprattutto all’allarmante escalation di violenza urbana. Nicolini investì su un nuovo ceto medio creativo, che era quello che usciva dalle esperienze dei cineclub, delle radio libere, delle università. La sfida risultò vincente, perché rispose all’attesa del pubblico. Come ha scritto Giampiero Mughini, la gente «voleva tornare a ridere, a far tardi la sera, a godersi l’insostenibile leggerezza dell’essere. Tutti volevano dimenticare i giorni lividi dell’orrore, indossare delle belle giacche, fare lunghe vacanze, incontrare ragazze che non avessero più l’aria minacciosa dei ’70, ascoltare della musica la più assordante possibile». Umberto Croppi, a tal proposito, ha sottolineato i tanti aspetti positivi di quella stagione, anche per gli allora “giovani di destra”: «Il ’77 non segna l’inizio degli anni di piombo, semmai l’inizio della fine di un clima reso cupo dal marginalismo e dalla disperazione di pochi epigoni che, di fatto, finiscono per tenere sotto assedio le città italiane. Ed è anche grazie al moltiplicarsi delle iniziative culturali di Nicolini che migliaia di romani rompono il coprifuoco dettato dalla paura e riscoprono il piacere di stare all’aperto, di frequentarsi e divertirsi, riappropriandosi di aree della cultura popolare che, sino a quel momento, erano letteralmente proibite a molti e soprattutto ai “fascisti”, come ad esempio i concerti rock, decisamente impraticabili per chi non indossasse il look d’ordinanza».  L’operazione cui abbiamo assistito ieri, invece, è di tutt’altro segno, decisamente meno “alto”: la sollecitazione (il solleticamento) da parte di un presidente di Regione della legittima ambizione/aspirazione del singolo per allargare il proprio consenso. Punto e a capo.

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