massimo tostiAlzi la mano chi di voi festeggerebbe il 70esimo compleanno lanciandosi con il paracadute. E adessso mettetele giù, perché non vi credo. Massimo Tosti, nomen omen, era quel tipo d’uomo. Era. Perché se n’è andato ieri, anzi: è morto, avrebbe scritto lui col suo stile asciutto da cronista  indisponibile a infiocchettare le notizie più sgradevoli. Non cercate foto sul web, non ne troverete. Io, almeno, non ne ho trovate altre che questa. Non saprei neanche dirvi quando è nato né offrirvi dettagli sulla morte, che lo ha colto ieri all’ospedale di Cassino. Non vi racconterò che lo conoscevo, mi limiterò a dirvi come l’ho scoperto: per caso, come accade nei migliori “incontri”. Scovai in una bancarella una copia del suo romanzo “Dentro la notizia”, edito nel 2008 da un piccolo editore, Barbera, salvata chissà come dal macero e venduta a pochi euro. Mi incuriosì, lo presi, lo lessi, un libro sull’intreccio perverso tra politica e malaffare in una Roma corrotta e corrutrice, un vero e proprio j’accuse nei confronti dei protagonisti della Prima Repubblica. Un romanzo politico su Tangentopoli, pensai. Solo dopo venni a sapere che l’autore, cronista parlamentare di lungo corso, l’aveva scritto nel 1988, molto prima dell’anno di grazia 1992, e che, com’era prevedibile, non aveva trovato un editore disposto a rischiare di inimicarsi un sistema di potere che sembrava ancora godere di sana (si fa per dire) e robusta costituzione. Perché Tosti era un liberale autentico prima che in Italia i liberali tornassero di moda ed era un liberale scomodo, spigoloso, pungente e disincantato al tempo stesso, che dal suo “Il Settimanale”, primo periodico di centrodestra a larga tiratura, assestava colpi a democristiani e comunisti senza tanti complimenti ben prima che Berlusconi arrivasse per annunciare la rivoluzione liberale. Tra il 1978 e il 1981, anni della sua direzione, ospitava interventi di intellettuali come Giano Accame, Alfredo Cattabiani, Enzo Iacopino,  Franco Cardini, Gianfranco de Turris, Stenio Solinas, Claudio Quarantotto, Massimo Fini, Enrico Nistri e l’elenco potrebbe continuare… Nel 1973 aveva avuto un certo successo con una sfiziosa quanto irriverente Guida ai misteri e ai piaceri della politica, scritta a quattro mani con Gianfranco Finaldi e pubblicata dalla socialista Sugarco. Impigliato come molti altri nella P2, rimase praticamente disoccupato, sbarcando il lunario con colloborazioni estemporanee, dirigendo persino riviste cattoliche, lui che non era certo un fervente credente, e riviste sportive, considerate pornografia dall’intellighentia di sinistra dell’epoca. Troppo tosto, però, per arrendersi. La passione per la storia lo condusse a tenere una piccola rubrica storica su Radio1 Rai, ovviamente in orari improponibili e solo in anni più recenti riuscì a trovarsi una testata decente, Italia Oggi, su cui dire la sua. Nessuno, credo, lo ha mai invitato a fare altrettanto in tv, neanche in quei talk show spazzatura in cui il livello degli ospiti è di qualità assai inferiore a un qualsiasi bar dello sport (con tutto il rispetto possibile per questi preziosi avamposti di dibattito culturale e politico). Le sue opinioni del resto, confermavano che essere politicamente moderati non significa rinunciare all’intransigenza: «Questo è un paese di merda: ormai ci siamo abituati a questa dieta, ci siamo assuefatti. Li disprezzo tutti, dal più profondo del cuore. Sfrutto le loro meschinerie, gioco sulle loro ambizioni sfrenate, sul loro desiderio di continuare ad arrampicarsi: dovrebbero trasferire il Parlamento a Palazzo di Giustizia. Non sono cose da scrivere. Non serve a niente scriverle. Non ci crede nessuno. In Italia è cambiato definitivamente il comune senso della morale. Non rubano i ladri, rubano i furbi. E quelli che si fanno beccare sono soltanto dei coglioni…». I coglioni hanno lasciato il posto a una nuova generazione di furbetti, ma siamo sicuri – siamo davvero sicuri – che il paese possa stare sereno?

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