{"id":111,"date":"2017-03-13T21:00:42","date_gmt":"2017-03-13T20:00:42","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/?p=111"},"modified":"2017-03-14T05:27:16","modified_gmt":"2017-03-14T04:27:16","slug":"la-citta-violata","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/2017\/03\/13\/la-citta-violata\/","title":{"rendered":"La citt\u00e0 violata"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/files\/2017\/03\/ceronetti-ape_2871813_309876.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-112\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/files\/2017\/03\/ceronetti-ape_2871813_309876-300x210.jpg\" alt=\"ceronetti-ape_2871813_309876\" width=\"300\" height=\"210\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/files\/2017\/03\/ceronetti-ape_2871813_309876-300x210.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/files\/2017\/03\/ceronetti-ape_2871813_309876.jpg 635w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Uno dei miei primi ricordi di marmocchio, forse il pi\u00f9 vivido, \u00e8 un\u2019automobilina bianca, una Porsche 901 del 1964 in porcellana che brillava dalla vetrinetta del salotto. Come tanti maschietti, sono cresciuto circondato da modellini, poster, piccole vetture radiocomandate. E poi, l\u2019auto vera, quella di pap\u00e0: \u00abIl potere fascinatore del mezzo, nel mio ricordo infantile, si rivelava nell\u2019accensione: nel fuoco che di colpo alimentava la mole addormentata, nella sera, davanti al cancello aperto\u00bb. Che cosa si pu\u00f2 aggiungere? Alle bambine piacciono le bambole e ai bambini le macchine. Natura e cultura che si abbracciano nel gioco. A dire il vero Santa Lucia mi port\u00f2 Barbie Fior di Pesco e un tegamino in terracotta quando avevo 11 anni, ma fu certamente per un errore di smistamento. Una volta cresciuto, ho sempre amato guidare velocemente qualunque cosa si guidasse velocemente, la scomparsa di Ayrton Senna mi colp\u00ec quasi come la morte di un amico e quando per lavoro mi capita di recensire automobili o motociclette, ne sono sempre entusiasta. Tutto questo per dire che non ho in odio i mezzi a motore, anzi, ne subisco da sempre la malia. Eppure, da che ho memoria, parallelamente alla passione per la meccanica, ho sempre sentito una profonda insofferenza verso lo sferragliare grifagno del traffico cittadino. Da bambino mi faceva paura, da ragazzo mi infastidiva, mentre ora che sono adulto ne ho pi\u00f9 semplicemente vergogna. Quando mi trovo sulle strisce pedonali e istintivamente accelero il passo abbassando il capo e ringraziando chi ha compassionevolmente decelerato; quando incontro una mamma al passeggino che, con aliena noncuranza, attraversa la strada sfilata da enormi lapilli di metallo, bombe vulcaniche con l\u2019ABS; ogniqualvolta mi impegno in mirabili equilibrismi per abitare un marciapiede troppo piccolo anche per i miei mocassini; in queste circostanze e in tante altre provo vergogna. Mi imbarazza la follia circostante della quale, da driver abituale, sono complice; da candido passeggiatore o cicloamatore, vittima.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Per mettere a fuoco la demente insonnia del pensiero che chiamiamo viabilit\u00e0 urbana non serve osservare il mondo da una navicella spaziale; \u00e8 sufficiente guardarlo da una terrazza, da una finestra, o dall\u2019altezza di un bambino, di un cane. Lo spettacolo \u00e8 delirante. I pedoni, gli essere umani, le creature in carne e ossa, sono fastidiosi e ciechi insetti che strisciano radenti ai muri per non essere schiacciati. Soltanto la gradualit\u00e0 nell\u2019intensificarsi della circolazione motorizzata e l\u2019assuefazione quotidiana alla democrazia di massa dell\u2019automobile hanno potuto rendere questa pratica potabile per la ragione. Sono piuttosto i sensi, i nervi, sporadicamente, a darci impercettibile allarme, sotto forma di una insofferenza al rumore, al caos, che nelle persone sane produce qualche provvidenziale attacco di panico. Ogni tanto si reagisce verbalmente, ma quasi sempre con disillusione. E se daresti in pasto ai maiali della Guinea lo scooterista che ti sfila sul marciapiede, l\u2019autista di furgone che ti inchioda al portone di casa, il motociclista che scatta dal semaforo come fosse a Sepang, di fatto subisci. Perch\u00e9 se litighi, il ferro \u00e8 contro di te. Dostoevskij e Gaber avevano colto l\u2019essenza con esattezza: l\u2019uomo \u00e8 un essere che si abitua a tutto. E noi ci siamo abituati anche a questo. Ma solo quel genio afflitto di Guido Ceronetti ne ha dato lacerante, lancinante descrizione, con una violenza critica che investe, asfalta, arrota il nostro discernimento, per provare a trarre in salvo almeno i nostri corpi da quello stesso destino:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>\u00abIl metallo, vestito da coltello, si alza: la carne cade. Arriva di corsa mascherato da proiettile per canna lunga o corta: la carne si affloscia. In forma volatile, attacca la gola dell\u2019uomo e la spariglia. E una grande concentrazione di automobili un\u2019<em>infernale<\/em> (devo sottolineare questo aggettivo per toglierli un po\u2019 di banalit\u00e0 figurata) concentrazione di metalli, acciaio, alluminio, piombo, cromo, ec. Ma l\u2019uomo non \u00e8 che carne. Ecco perch\u00e9 la carne (l\u2019uomo a piedi che si vede carne, nuda anche se irta di calzoni) \u00e8 smarrita e disfatta nel ribollimento metallico del traffico automobilistico; si sente uncinata per la gola, colpita da mazze ferrate, liquefatta da una colata. Siete carne, misericordia. Non vedete, non sentite le Entit\u00e0 piombate mettervi sulla faccia le loro spaventevoli mani? Vedo sovente, con sconforto, gli amici, le donne, i bambini, starsene sotto l\u2019uragano dei metalli come fosse la pioggia buona di Dio che accoglieva felice, sui capelli pettinati di Aisha, la nuca del sigillo dei profeti. Come pu\u00f2 la carne ignorare fino a questo punto di essere carne? Se una sbarra d\u2019acciaio vi cade in testa la sentite? Non vi accorgete che le automobili vi prendono a sprangate, anche se non vi toccano? Vi trapanano la testa, vi coprono dei loro escrementi gassosi, vi abbagliano, vi annusano, vi braccano come volpi rincoglionite, vi strinano le arterie, vi regolano il passo, vi burlano come tori, vi strangolano a poco a poco. Ah, fanno di peggio! Vi fanno dimenticare di non essere che carne. Si fanno accettare dalla carne. Allora la carne \u00e8 spacciata, il ferro ha vinto\u00bb.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Sono convintamente persuaso che nel futuro, in un futuro non troppo remoto, quando i sopravvissuti abitanti del domani guarderanno a ritroso fino alla nostra grottesca epoca, troveranno inconcepibile che esseri umani, nella loro frangibile nudit\u00e0, e irremovibili involucri di ferro motorizzati si spartissero lo stesso spazio vitale, rendendolo ogni giorno mortale. Un po\u2019 come noi troviamo inaudito che ai tempi della Frontiera le carovane si fermassero quotidianamente per seppellire qualche morto di colera.<\/p>\n<p>Nel solo 2015, in Italia sono morti 601 pedoni. Pi\u00f9 in generale, sulle strade urbane ci sono state 1.495 vittime. Una strage, una mattanza. Ignorata o accettata, perch\u00e9 il ferro ha vinto. Quando si affronta la problematica, che si tratti dell\u2019Istat &#8211; con la gelida asetticit\u00e0 dei suoi numeri &#8211; dell\u2019Associazione familiari e vittime della strada &#8211; con il bruciante calore di un cuore straziato &#8211; e persino del Legislatore, la limpida irragionevolezza del tutto viene offuscata dal delirio delle perturbazioni incidentali: svagatezza, abuso di sostanze stupefacenti, alcol nel sangue, sonnolenza, uso irresponsabile del telefonino, inopinata reazione al passaggio di una magnetica passera, febbra di macciocapatondiana memoria. Tutte cause reali, eppure microbi di verit\u00e0, che distolgono l\u2019attenzione dal problema di fondo: se al volante facciamo un errore, per qualunque ragione, non dovremmo correre il rischio di asfaltare una creatura inerme o di morire nel tentativo di evitarla. Da creature inermi, non dovremmo correre il rischio di essere asfaltati per il minimo errore di chi ci impazza a cannone fra le corna. La doppia dimensione dell\u2019esperienza non \u00e8 servita a nulla. E pur sapendo quel che rischiamo da pedoni, da ciclisti, ci trasformiamo in draghi insofferenti appena messo il culo sul fuoco. \u00abL\u2019uomo a piedi \u00e8 due volte saccus stercorum. Schiacciatelo senza rimorso\u00bb. Questa \u00e8 la verit\u00e0 subliminale e brutale della prassi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Insciente di questa evidenza si \u00e8 mostrata anche la maldestra legge numero 41 del 23 marzo 2016 che ha reso l\u2019omicidio stradale colposo un reato autonomo. Se l\u2019intenzione era lodevole \u2013 responsabilizzare chi guida scelleratamente con la minaccia di una punizione commisurata \u2013 l\u2019effetto \u00e8 quello di colpevolizzare oltremisura chi vive, come chiunque di noi fa guidando nel traffico, in situazioni di incognita oggettiva perenne. Ci\u00f2 che sbalordisce della condizione umana calata nella disumanit\u00e0 del quotidiano, \u00e8 la difficolt\u00e0 di scendere in corsa. A ciascuno di noi \u00e8 capitato di usare il portatile durante una manovra; anche l&#8217;inflessibile censore delle costumanze altrui, che appenderebbe al primo albero chi telefona svagatamente mentre guida, non pu\u00f2 negare di averlo fatto almeno una volta. Una volta \u00e8 sufficiente. E perfino a un mormone brianzolo sar\u00e0 successo di tracannare due bicchieri di Oltrepo\u2019 prima di mettersi al volante. A separarci dall\u2019essere rubricati come assassini \u00e8 dunque, semplicemente, il caso. Qui non voglio sottovalutare la condotta criminale di numerose teste di cazzo circolanti, condotta da colpire spietatamente e capillarmente, ma sottolineare la pazzia <em>infernale<\/em> del contesto, che cerca vanamente di normare l\u2019incubo, come il sonnambulo che d\u00e0 disposizioni a chi incontra in corridoio. Il fatto che con la nuova legge si possa arrestare in flagranza anche chi si ferma e presta soccorso, certifica l\u2019ottusit\u00e0 del provvedimento. Colpevolizzare preventivamente chi uccider\u00e0, senza capire come colpevole sia innanzitutto l\u2019apparato scenico che rende la tragedia possibile, o forse per distrarsene.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>\u00abMa una citt\u00e0 senza auto \u00e8 utopia!\u00bb. In genere il cittadino pragmatico replica tosto cos\u00ec, dal precipizio cognitivo di quella che in filosofia si chiama alienazione e in logica viene detta fallacia naturalistica: poich\u00e9 funziona cos\u00ec, cos\u00ec dev\u2019essere.<\/p>\n<p>L\u2019abitudine a circolare per la citt\u00e0 con mezzi a motore \u00e8 tale da farcelo percepire come assolutamente naturale. In realt\u00e0 ci sono poche cose pi\u00f9 alterate. Innanzitutto le nostre citt\u00e0, almeno la stragrande maggioranza di quelle europee, sono state concepite prima dell\u2019avvento del motore. Se \u00e8 semplicemente grottesco osservare l\u2019ammiraglia del cumenda dialogare con l\u2019urbanistica medievale, lo \u00e8 altrettanto contemplare i grandi boulevard del centro, pensati per le carrozze e oggi trasformati in superstrade. E poi esistono prove provate del contrario, come dimostra il caso atipico, eppure emblematico, di Venezia. Inoltre, le domeniche a piedi hanno avuto il benefico effetto di far immaginare, agli abitanti delle metropoli, che cosa potrebbe significare riappropriarsi della citt\u00e0. Vivere le strade vuote di auto e piene bambini, di animali, di campanelli. Un\u2019epifania di breve durata, incapace di determinare una presa di coscienza collettiva profonda tale da generare progresso autentico. Il positivismo meccanizzato dei cervelli ha ripreso la sua marcia con argomentazioni impiegatizie; eppure qualcosa si muove senza motore, qualcuno pensa l\u2019uomo a guida di se stesso.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Oslo dichiara di voler chiudere il centro alle auto dal 2019, corroborando trasporti pubblici e piste ciclabili. La galiziana Pontevedra \u00e8 l\u2019unica citt\u00e0 da oltre 50mila abitanti in Europa ad essere quasi interamente pedonalizzata. Le auto sono state estromesse da 16 anni, modellando la struttura urbanistica e le abitudini di vita sulle esigenze dei pi\u00f9 deboli, gli anziani e i bambini, con l\u2019ovvia conseguenza di un innalzamento della qualit\u00e0 della vita in tutti i parametri sensibili per un essere umano: calo drastico degli incidenti, aria pi\u00f9 respirabile, intensificazione del commercio, sviluppo delle aree verdi. Il sindaco di Rieti Simone Petrangeli e qualche altro amministratore italiano hanno fatto viaggi-studio a Pontevedra per studiare le soluzioni adottate dal collega spagnolo Miguel Anxo Fernandez Lores.<\/p>\n<p>Eppure, scardinare quell\u2019offesa del metallo alla nostra carne che chiamiamo traffico \u00e8 di complicata realizzazione poich\u00e9 \u00abla religione del lavoro impone, paradisiaco sbocco, l\u2019automobile\u00bb. Perch\u00e9 abbiamo adescato \u00abcon l\u2019odore della potenza e del prestigio sociale tutti i prepuzi, tutti i tarati delle citt\u00e0 e delle campagne, tutta la schiuma della terra, i discendenti della Tortuga, il fiore della ruffianit\u00e0, i rifiuti dei porti, delle stive, delle stazioni, delle universit\u00e0, delle caserme, degli ospedali, dei commerci, dei giornali, dei parlamenti, delle chiese, dei bordelli, delle morgui e dei cimiteri, palpabilmente vampiri. Tutta questa infezione, uscita dalle sue croste, si \u00e8 rovesciata dentro i metalli da strada, smaniosa di abolirsi come carne e pretendendo, per speranza di felicit\u00e0, di essere cosa\u00bb.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Uno dei miei primi ricordi di marmocchio, forse il pi\u00f9 vivido, \u00e8 un\u2019automobilina bianca, una Porsche 901 del 1964 in porcellana che brillava dalla vetrinetta del salotto. Come tanti maschietti, sono cresciuto circondato da modellini, poster, piccole vetture radiocomandate. E poi, l\u2019auto vera, quella di pap\u00e0: \u00abIl potere fascinatore del mezzo, nel mio ricordo infantile, si rivelava nell\u2019accensione: nel fuoco che di colpo alimentava la mole addormentata, nella sera, davanti al cancello aperto\u00bb. Che cosa si pu\u00f2 aggiungere? Alle bambine piacciono le bambole e ai bambini le macchine. Natura e cultura che si abbracciano nel gioco. 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