{"id":1133,"date":"2017-12-04T04:27:37","date_gmt":"2017-12-04T03:27:37","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/?p=1133"},"modified":"2017-12-05T01:58:42","modified_gmt":"2017-12-05T00:58:42","slug":"il-cavallo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/2017\/12\/04\/il-cavallo\/","title":{"rendered":"Il cavallo"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/files\/2017\/12\/Theodore-Gericault-cheval-arabe-gris-blanc-rouen.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-1134\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/files\/2017\/12\/Theodore-Gericault-cheval-arabe-gris-blanc-rouen-300x245.jpg\" alt=\"Theodore-Gericault--cheval-arabe-gris-blanc-rouen\" width=\"300\" height=\"245\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/files\/2017\/12\/Theodore-Gericault-cheval-arabe-gris-blanc-rouen-300x245.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/files\/2017\/12\/Theodore-Gericault-cheval-arabe-gris-blanc-rouen-1024x838.jpg 1024w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/files\/2017\/12\/Theodore-Gericault-cheval-arabe-gris-blanc-rouen.jpg 1600w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Un semplice racconto di Natale.<\/p>\n<p>Giocherellava con la fibbia della cintura, poi con una candela; si passava i capelli fra i polpastrelli per palparne la consistenza. Tutto gli appariva pi\u00f9 attraente del riaprire quel volume di diritto tributario. Lo striscione del traguardo si avvicinava; aveva quasi completato il suo percorso universitario, ma l\u2019approssimarsi della fine, invece di mettergli il sale sotto la coda, rendeva ancor pi\u00f9 nauseabondo ci\u00f2 che leggeva. Sembrava un marmocchio a cui la mamma cerca invano di propinare un\u2019ultima cucchiaiata di minestrone. Test\u00e9 era passato al tappo di un vasetto di marmellata. Mentre vi soffiava dentro nell\u2019auspicio di emettere qualche sibilo musicale, guardava fuori dalla finestra. La sua naturale agilit\u00e0 di spirito era stata trascinata in una melma di codici talmente profonda da svigorirne gli slanci, ma l\u2019aria friccicarella dell\u2019inverno ne aveva ridestato il brio. Le lanterne imbellettavano l\u2019aria, le case di rosa antico e il vento molestava gli alberi impedendo loro di riposare. Erano le quattro del mattino.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Piergiorgio P. si affacci\u00f2. \u00abNevicher\u00e0?\u00bb, si domand\u00f2. Il tappo odorava ancora di confettura ai mirtilli. Fece un respiro solenne mentre in quella maschia solitudine contemplava un\u2019idea luminosa: sfidarsi a far canestro nel cesto della spazzatura che costeggiava il palazzo. Erano solo tre piani e l\u2019angolazione favorevole: lanciando il tappo come un frisbee poteva farcela. Mentre calibrava il tiro strofinando nei sensori del dischetto volante la giusta rotazione, sent\u00ec un rumore in lontananza. La notte era silenziosa, fino a poco fa nessun suono a parte il vento. Ma lo scalpicc\u00eco, che sul momento non riconobbe, da liminale si faceva pi\u00f9 certo e incalzante, come trottante. Si sporse con aria scrutatrice, non vide nulla mentre quel forte stridore si interruppe.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Torn\u00f2 a contemplare il suo bersaglio con la scienza di un discobolo negli occhi. Una frustata del polso fece roteare il tappo che part\u00ec per la tangente. Ancora quel rumore. Pietrischi che capitolano? Una grondaia che stramazza? Ma quel tambureggiare era in movimento, al ritmo di sonorit\u00e0 fratturate. Si affacci\u00f2 di nuovo. La via sembrava deserta. A sinistra. Ma da destra? Che arrivasse da destra?! Da quella finestra non poteva dirlo, l\u2019angolo era cieco. Si precipit\u00f2 in camera da letto, facendosi largo fra le tende con l&#8217;accesso di un rettile che cambia pelle. Spalanc\u00f2 i vetri sullo slancio di un agguato. Nulla. Anche il vicolo che costeggiava il caseggiato era deserto e quieto. Ma\u2026 Si sporse. Vide\u2026 gli sembr\u00f2 di vedere. Torn\u00f2 al palchetto della sala da pranzo, correndo disordinatamente con una sola babbuccia. Nel centro della piazza, immobile, c\u2019era un cavallo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Un cavallo. Lanci\u00f2 occhiate come liane verso finestre e balconi in cerca di partecipazione. Avrebbe voluto gridare, svegliare tutto il paese: \u00abC\u2019\u00e8 uno stallone in mezzo alla piazza e non sono io, sveglia!\u00bb. Ma temeva che il quadrupede sarebbe fuggito e tutti lo avrebbero preso per minchione. Un Ardennese? Troppo slanciato. Arabo? Lipizzano? Sembrava in effetti un sontuoso esemplare da arie alte. La bestia lo guardava come Amon-Ra, ma senza gonnellino. Stava di profilo, in tensione, intemerato. Come una statua equestre, tuttavia privo di quell\u2019orpello puerile che \u00e8 il cavaliere. Non aveva l\u2019aria furiosa di un cavallo del Mochi, ma preservava un che di lapidario. Sul notturno selciato della piazza, fra le mura antiche del borgo, sembrava sbrigliato da un dipinto di Th\u00e9odore G\u00e9ricault. Nudo di finimenti, dalla groppa magnificamente modellata, sul suo manto chiaro e denso si era coagulata tutta la dignit\u00e0 del mondo. Da dove veniva? Una carrozza padronale? Estinte. Non c\u2019erano maneggi nei paraggi, scuderie\u2026 e anche fosse fuggito da un recinto, dove poteva essere transitato? Dalla provinciale?! Surreale. Mentre sfogliava celermente le possibilit\u00e0, aspettandosi di veder accorrere un mozzo di stalla con le mani nei capelli, continuava a fissare quel superbo palafreno, che non si muoveva e lo fissava. \u00abGiochiamo a chi abbassa lo sguardo per primo? A chi per primo scappa il labbro?\u00bb, bisbigli\u00f2. Avrebbe voluto prendere la Polaroid, per impressionare quell\u2019immagine, anche solo come conferma a se stesso. Sapeva dove trovarla, era nel cassettone, ma sarebbe stato troppo macchinoso. La bestia si mosse. Fece due passi in avanti, quindi due passi indietro, tornando nella medesima posizione. Piergiorgio P. era vittima di una dilatazione spaziale, un accenno di vertigine interiore. Indur\u00ec il suo cuore per scuotersi, retrocedette dalla finestra e mobilit\u00f2 la camera. Senza fretta, il cavallo riprese il suo cammino, gi\u00f9 verso il centro del paese. Sent\u00ec ancora quel lontano scricchiolio di zoccoli, che prima non aveva identificato. Piergiorgio P. svest\u00ec quel poco che restava del suo impellicciato aplomb, la sua sola babbuccia di pannetto e calz\u00f2 un paio di robuste ginniche. Scese cos\u00ec, in braghe corte, che a ben pensarci forse erano mutande. Schioppett\u00f2 gi\u00f9 dalle rampe come fucilato da una doppietta Beretta, e poi fuori per la via. Vide il cavallo in lontananza, che procedeva perculeggiante. La coda, attaccata in alto come un pennacchio, roteava facendo sfrigolare crini di zucchero filato. \u00abMa no, asino d\u2019un equino! Da quelle parte c\u2019\u00e8 la provinciale! Non andare di l\u00e0, \u00e8 pericoloso!\u00bb. Urlava ora come una duchessa peripatetica, la voce gli usciva squinternata, ma nessuno si svegli\u00f2, nessun cane abbai\u00f2. La notte era insensibile, audiolesa. Inizi\u00f2 a nevicare.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Piergiorgio P. non aveva allacciato le scarpe e nel precipitarsi una gli si era sfilata. Inchiod\u00f2, la serr\u00f2. Ripart\u00ec. Non vedeva pi\u00f9 l\u2019animale. Torn\u00f2 in casa; corse come non aveva mai fatto in vita sua, nemmeno quella volta in cui nonna Renza lo inseguiva brandendo altri zoccoli, ortopedici, i pi\u00f9 temuti. Prese le chiavi dell\u2019auto e ripart\u00ec con l\u2019aiuto del motore. Si butt\u00f2 sulla provinciale. Pens\u00f2 che quello spettro zazzeruto fosse un\u2019esca. Un\u2019esca del destino. Scelse la destra, verso la citt\u00e0. Nulla. Prosegu\u00ec per qualche chilometro attraverso un nevischio lattiginoso, poi fece inversione. E se fosse sceso verso il fiume? Accese gli abbaglianti. Incroci\u00f2 una Renault 4, ma non se ne accorse. Nulla, ancora. Setacci\u00f2 il selciato con occhi di lontra, cerc\u00f2 segni, ma di cosa poi? Di zoccoli? Escrementi? \u00abTorner\u00e0 semplicemente da dove \u00e8 venuto; forse \u00e8 la sua sgambata notturna. Magari la fa spesso ed io non me ne sono mai accorto\u2026 \u00bb. Rise senza molta allegria. Rientr\u00f2 verso l\u2019appartamento con aria trafelata e prostrata. Parcheggi\u00f2.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Mentre a testa bassa infilava le chiavi nella serratura pensava a quella supposta alla glicerina custodita nella credenza per le occasioni speciali. Anche perch\u00e9 con la coda dell\u2019occhio si accorse che l\u2019animale era ancora l\u00ec, in mezzo alla piazza, precisamente dove lo aveva visto la prima volta; a venti metri da lui, in una nuvola di presagio. Piergiorgio P. gli si avvicin\u00f2 come ci si avvicina alla felicit\u00e0: con pudore. Gli fu a fianco. Cominci\u00f2 a sfiorarlo e ne incroci\u00f2 lo sguardo, che rifletteva il suo, meravigliosamente supplice. Sentiva l\u2019anima squadernarsi. Si dice che chi trova il coraggio di soffiare nelle narici di un cavallo, lo fa suo per sempre. Piergiorgio P. soffi\u00f2, coraggiosamente e timidamente. E ora che fare? Montare in groppa e via, come un tracio-cimmero nella taiga? Non se la sentiva. Gli unici sport che aveva praticato negli ultimi tempi erano i pupazzi di neve e il subbuteo, bench\u00e9 in notturna. Lo accarezz\u00f2 a lungo. Auscult\u00f2 il suo respiro che disegnava spiritelli di vapore nell&#8217;aura e ne odor\u00f2 la criniera. Non c\u2019era sentore di stallaggio, di lavoro, in quella massa serica; profumava di caramelle toffee. \u00abCome ti chiami?\u00bb, gli sussurr\u00f2. \u00abForse non lo sai, forse sei venuto da me per questo, ti serve un nome\u2026 \u00bb. Lo pronunci\u00f2 con albagia coloniale: \u00abSir Betto, da oggi ti chiamerai Sir Betto\u00bb. Rest\u00f2 in silenzio, il petto del destriero si espandeva come per deflagrare, la sua frogia gli intiepid\u00ec il palmo della mano e un\u2019ultima occhiata abbracci\u00f2 la sua. Il cavallo stiracchi\u00f2 con equino gentilgarbo qualche passo e poi inizi\u00f2 a galoppare verso sud con l\u2019impeto della pugna. Piergiorgio P. lancio il lazo di un urlo per accalappiarlo, come un gaucho cisalpino: \u00abTorna da me!\u00bb. Forse lo manc\u00f2.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/files\/2017\/12\/1003358.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-1135\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/files\/2017\/12\/1003358-250x300.jpg\" alt=\"1003358\" width=\"250\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/files\/2017\/12\/1003358-250x300.jpg 250w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/files\/2017\/12\/1003358.jpg 458w\" sizes=\"(max-width: 250px) 100vw, 250px\" \/><\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Trascorse il resto della notte al comando dei Carabinieri del paese, esulcerando la sua storia all\u2019assonnato ufficiale, l\u2019unico di provenienza indigena di tutta la provincia, che prese nota della vicenda con una faccia da massaia inacidita, liquidando la cosa con un rinfrancante: \u00abL\u2019\u00e8 and\u00e9 bei che l\u2019era m\u00eca un elefant d\u2019la Loira Orfei!\u00bb. Lo studente riprese la via mentre albeggiava. La neve aveva ormai ricoperto i suoi miraggi. I giorni seguenti pass\u00f2 in rassegna le testate locali, interrog\u00f2 con metodo i gazzettini pi\u00f9 linguacciuti del villaggio, ma nessuno aveva risposte. Nessun maneggio, galoppatoio, nessun fattore, nessuno circo segnal\u00f2 la scomparsa di un cavallo. Non se ne seppe mai nulla. Per qualche settimana torn\u00f2 alla finestra verso le quattro del mattino, in attesa del suo sonnambulo corsiero. Poi, con il tempo, si rassegn\u00f2. E il ricordo di quella notte cavalc\u00f2 nel passato di uomo solo\u2026 per non farvi pi\u00f9 ritorno.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Piergiorgio P. si laure\u00f2, due anni dopo. Divenne legale, ma per tutta la vita gli amici lo avrebbero chiamato \u201cil protettore\u201d, a causa di una romantica passione per le cocotte. Visse un\u2019esistenza lieta, la guard\u00f2 di sguincio. Gli manc\u00f2 sempre l\u2019energia necessaria per coltivare al meglio la sua pigrizia, forse per un difetto di motivazione. Quando era ormai venerabile, accus\u00f2 un malore mentre si trovava alle giostre con gli amati nipotini. Si accasci\u00f2 sul suo cavallo e mor\u00ec.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Un semplice racconto di Natale. Giocherellava con la fibbia della cintura, poi con una candela; si passava i capelli fra i polpastrelli per palparne la consistenza. Tutto gli appariva pi\u00f9 attraente del riaprire quel volume di diritto tributario. Lo striscione del traguardo si avvicinava; aveva quasi completato il suo percorso universitario, ma l\u2019approssimarsi della fine, invece di mettergli il sale sotto la coda, rendeva ancor pi\u00f9 nauseabondo ci\u00f2 che leggeva. 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