{"id":1594,"date":"2018-04-25T17:18:07","date_gmt":"2018-04-25T15:18:07","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/?p=1594"},"modified":"2018-04-26T19:09:31","modified_gmt":"2018-04-26T17:09:31","slug":"contromano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/2018\/04\/25\/contromano\/","title":{"rendered":"Contromano"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/files\/2018\/04\/Contromano-Foto-14-kJLG-U43460248096325fEE-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-1595\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/files\/2018\/04\/Contromano-Foto-14-kJLG-U43460248096325fEE-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443-300x223.jpg\" alt=\"Contromano - Foto 14-kJLG-U43460248096325fEE-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443\" width=\"300\" height=\"223\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/files\/2018\/04\/Contromano-Foto-14-kJLG-U43460248096325fEE-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443-300x223.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/files\/2018\/04\/Contromano-Foto-14-kJLG-U43460248096325fEE-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443.jpg 571w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Come annunciato qualche settimana fa, ho scelto di recarmi all\u2019Anteo Palazzo del cinema di Milano per assistere all\u2019ultimo film di Antonio Albanese. Se il chiacchiericcio di questi giorni si concentrer\u00e0 su Berlusconi e Sorrentino o sui tragicomici editoriali di Michele Serra &#8211; gi\u00e0 ben conosciuti da chi bazzica questi quaderni &#8211; ho deciso di andare Contromano poich\u00e9 la vicenda \u00e8 ambientata a pochi metri da dove abito e coinvolge un cittadino che potrebbe essere uno dei miei vicini, impegnato a relazionarsi con un\u2019immigrazione sempre pi\u00f9 estroversa. Subodoravo la morale della favola prima ancora di assistere allo spettacolo, ma non volevo recensire un pregiudizio. Cos\u00ec mi sono messo la giacca di velluto marron, ho indossato il cappello del borghesuccio riflessivo, accompagnando tutti i populisti di passaggio con sguardi grondanti benevolente commiserazione, e, dopo aver sfruttato la convenzione con Eataly, mi sono accomodato in sala.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Perdonerete la sinossi lacunosa, ma in questa prima fase sar\u00f2 breve. Mario Cavallaro (Albanese) \u00e8 un bottegaio amante del suo lavoro e della routine. Un bel giorno, un ambulante senegalese senza permesso di soggiorno si mette a vendere calzini di fronte al suo negozio portandogli via alcuni clienti. Cos\u00ec, convinto di esercitare il dovere di buon cittadino, Mario decide di riportare l\u2019africano al suo Paese, anche servendosi dell\u2019inganno. Nel tragitto geografico e interiore, tuttavia, si innamora della di lui sorella, bellezza primigenia e malandrina, scoprendo il vero significato dell\u2019integrazione.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ora, ho scelto questa commediola morale, diretta e interpretata dal salace genio comico di Albanese &#8211; qui sempre pi\u00f9 immerso nell&#8217;acqua dolce &#8211; perch\u00e9 \u00e8 tragicamente esemplificativa della pappa del cuore che siamo costretti a ingurgitare come oche da foie gras, giorno dopo giorno, e che ha rammollito ogni vigore di ragione e di vera compassione. La sceneggiatura prende le mosse da un bambino di colore &#8211; adorabile, va da s\u00e9 &#8211; che si presenta come piccola creatura grata, la cui esistenza e felicit\u00e0 \u00e8 stata resa possibile dall\u2019altruismo di un uomo, Cavallaro Mario. Mario &#8211; e ora approfondiamo &#8211; \u00e8 un negoziante milanese di piccole eccellenze virili, che celebra con devozione in un esercizio ereditato dal padre: maglieria, calze, ombrelli, cinture, piccola pelletteria. Single, cinquantenne, vive i suoi rituali quotidiani con tenerezza e puntiglio. Ama recarsi ogni mattina allo stesso caff\u00e8 per degustare il suo marocchino preparato dall\u2019amico barista, cena regolarmente da un\u2019amica di vecchia data, cura l\u2019orto con meticolosa dedizione e patentata competenza, accarezza e coccola i manufatti che vende riscattandoli dal ruolo di merce. E mentre Augusto, lo spettatore, percepisce il calore di un\u2019esistenza piena di significati, che un singolo paladino cospira per proteggere come un instancabile orticoltore della memoria, Antonio, il regista, insinua il veleno precettivo nel suo stesso organismo d\u2019attore e racconta di un tapino solo, nevrotico, inaridito, infelice. Un uomo inghiottito da un\u2019abitudine stantia, rancida, che grazie a Dio sta per essere spazzata via da una ventata di novit\u00e0. Il bar che frequenta da trent\u2019anni viene infatti veduto al kebabbaro egiziano, attraverso le ringhiere di via Mario Pagano gruppi di immigrati cominciano a guardarlo come fosse un animale in gabbia destinato all\u2019estinzione, e infine, come agente protagonista del caos &#8211; che per Albanese \u00e8 messaggero di vita &#8211; arriva il senegalese Oba (interpretato dal francese Alex Fondja), spacciatore di calzini a buon mercato che si piazza di fronte alla sua vetrina e gli stravolge la vita. Cavallaro reagisce inizialmente con orgoglio di fronte alla presenza inopportuna, sfodera la propria pertinenza dell\u2019essere, accudendo quella prammatica capace di trasformare la roba in qualcosa che va oltre il pregio della materia: un filato intessuto nella sua storia e in quella dei suoi clienti. Ma non conta: la badante russa del \u201cGenerale\u201d, suo affezionato frequentatore, lo informa gelidamente che il militare non \u00e8 pi\u00f9 in grado di apprezzare la qualit\u00e0 di un calzino, perch\u00e9 ormai rincoglionito dalla decrepitudine; e quindi andranno pi\u00f9 che bene anche quelli in &#8220;filo di Svezia&#8221; dell\u2019africano. Cos\u00ec Cavallaro passa all\u2019azione e decide di riportare in Africa l\u2019immigrato. Prima lo stordisce con delle gocce clandestine, quindi lo carica sulla monovolume, determinato a scortarlo sino in Senegal. Ed \u00e8 l\u00ec che si assapora l\u2019Albanese autentico, nell\u2019unica scena davvero convincente del film; in auto, la notte, quando il protagonista, con una risata mefistofelica e catartica, si compiace di aver preso in mano la situazione.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Gi\u00e0 in partenza, l\u2019immigrato \u00e8 leggermente stereotipato: faccia da simpatico minchione, marmellata nell\u2019animo, inoffensivo e bonario, con qualche tratto di meschinit\u00e0 analcolica (gelosia, cialtronaggine) per non scivolare nel mito del buon selvaggio. Ma Albanese \u00e8 un intelligente paraculo e sapendo che l\u2019insofferenza patriottarda del commerciante non era sufficiente come MacGuffin motivazionale della peregrinazione, sceglie la ben pi\u00f9 persuadente voglia di passera; mettendo il babbazzo italiano come un pupazzo di pastafrolla nelle mani della suadente sacerdotessa africana, la statuaria e deliziosa Dalida, finta sorella di Oba, in realt\u00e0 sua fidanzata. La magnetica femmina tropicale fa a tal punto infigare il povero Cavallaro da convincerlo prima a finanziare un viaggetto on the road verso il Senegal pi\u00f9 sollazzevole di quanto avesse in animo, e infine a rimanere in Africa per insegnare con l\u2019eloquenza dell\u2019esempio agli incolti locali come far fiorire un seme, cedendo il proprio negozio meneghino proprio a Oba e compagna. Cos\u00ec la coppia di colore rilever\u00e0 l\u2019attivit\u00e0 milanese di Mario, conquister\u00e0 il permesso di soggiorno e metter\u00e0 al mondo il bambino &#8211; italiano &#8211; che aveva inaugurato l\u2019intreccio.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Io non so se Antonio Albanese creda davvero nell\u2019allegoria consolatoria che ha messo in scena, ma so che conosce il quartiere, la citt\u00e0, il Paese che racconta. Il suo invito a guardare il diverso con simpatia, senza ostilit\u00e0, ascoltando la sua storia, le sue rivendicazioni, ripercorrendo il suo cammino\u2026 \u00e8 benemerito. Ci\u00f2 che sfugge, per fatale assenza di prospettiva o per la volont\u00e0 di espungere ci\u00f2 che ispira autentica riflessione, \u00e8 la pena che suscita il protagonista italiano. Il quale non \u00e8 da commiserare perch\u00e9 inaridito dalla xenofobia &#8211; come la signora milanese dall\u2019adorabile sacchettino veggie bag al mio fianco avr\u00e0 dedotto &#8211; quanto perch\u00e9 testimone diretto dello sgretolamento del proprio ecosistema. Il regista di Olginate ha cercato l\u2019ironia per maneggiare un tema elettrico come l\u2019immigrazione, e l\u2019ha trovata dove non immaginava: \u00e8 infatti ironico pensare che la favola esordisca con un male di vivere italiano e si concluda con il lieto fine africano. Se facciamo un salto fuori dalla fiaba, scopriremo che l\u2019immigrato medio di Sempione non \u00e8 il mite venditore di calzini con la donna scolpita nell\u2019ebano e dal sorriso invincibile (e by the way \u2013 che fa tanto multiculti \u2013 per interpretare l\u2019irresistibile profuga \u00e8 stata scelta una sofisticata attrice e cantante parigina, Aude Legastelois, compagna di Mathieu Kossovitz, come parigino \u00e8 appunto il protagonista maschile); piuttosto lo spacciatore che in mezzo al parco mi viene incontro minaccioso in canottiera alla zuava. E\u2019 lo sgangherato perdigiorno che gira come un avvoltoio intorno alle ragazzine a passeggio in shirt sempre pi\u00f9 corti. Quel genere di spacciatore e di perdigiorno che faticheresti a convertire al girocollo in Shetland. Il quartiere di Albanese, che conosco bene, \u00e8 un luogo dove non posso slegare il cane fra le aiuole perch\u00e9 rischierebbe di nasare e ingerire fatalmente sostanze psicotrope, magari nascoste vicino al ponte delle Sirenette del Tettamanzi. Un quartiere dove chiedere alla polizia di intervenire per far sgomberare i numerosi sudamericani che costantemente, quotidianamente, bivaccano sull\u2019erba tagliata di fresco urinando sugli alberi e prendendosi con gaudio a bottigliate dove mamme con bambini dovrebbero poter consumare briosce integrali e formaggette normanne, produce questa risposta: \u00abSe li sgomberiamo, il giorno dopo tornano\u00bb. Ma usciamo pure dal guano dell\u2019ordine pubblico e parliamo di botteghe di rione. Il negozio di Mario Cavallaro non \u00e8 fiction, esisteva davvero. Era la boutique di Andrea Canevelli, atelier discreto di prammatica britannica, incastonato come un solitario nel cuore di piazza dei Volontari, dove si confezionavano camicie su misura e si vendevano gli stessi calzini del film. Ci andai pi\u00f9 volte e vi acquistai delle robuste derby Crockett &amp; Jones che ancora indosso. Ora il negozio si \u00e8 trasferito nei pressi di via Monti e in Piazza dei Volontari c\u2019\u00e8 soltanto una serranda abbassata, firmata da qualche graffito. Quanto alla ristorazione, se domandi un marocchino ai baristi della zona, ma anche un cappuccino, e lo fai dopo le 17\u2026 ti guardano come fossi un provinciale del paleoproterozoico; in compenso hanno il Bloody Mary nel sangue. E se vai nel bar dell\u2019immigrato, del cinese come dell\u2019egiziano, non percepisci il calore umano di culture millenarie, balli esotici ed allegrezza tribale: trovi le macchine mangiasoldi e gente che non parla la lingua del Paese in cui vive. Come avevo scritto ormai pi\u00f9 di un anno fa, nel mio primo blog, il milanese di oggi rifugge la bottega e spende i soldi guadagnati dalla propria alienazione quotidiana in un ufficio per i ritrovati dell\u2019industria fatta in serie; e mentre lo fa si sdilinquisce per il fatto a mano, che non esiste pi\u00f9 nemmeno nelle pugnette, ormai prevalentemente virtuali. Un tempo andava al caff\u00e8 e c\u2019era il bullo al flipper, le compagnie al biliardo o al calcio balilla, i pensionati alla briscola: oggi ci sono gli zombie delle slot-machine. Mentre le avanguardie metropolitane degustano un frappuccino per sentirsi cool come i newyorker cosmopoliti. I mondi della memoria, diversi da paese a paese, da citt\u00e0 a citt\u00e0, dalla formidabile ricchezza espressiva, ora bollati come passatismi da nostalgici del droghiere, sono, erano l\u2019eredit\u00e0 di chi non c\u2019\u00e8 pi\u00f9. Dei nostri antenati, dei nostri nonni, di mamma e pap\u00e0. Come la nostra, che un giorno pi\u00f9 non saremo. Erano strutture di riferimento che permettevano di pensare, di sentire il reale in una unit\u00e0 coerente fra passato, presente e futuro, che offrivano un significato condiviso alle azioni dei singoli e li proteggevano dalla vertigine della provvisoriet\u00e0. Questa vertigine oggi \u00e8 insopportabile e talvolta si trasforma in collasso, come quando un anziano indifeso intercetta tutto l\u2019ethos dei cazzotti di un immigrato rumeno e finisce in coma. Magari proprio a Milano.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>In una delle scene finali del film si vede il ragazzone senegalese, ripulito, vestito con un bel pullover pastello, intento a calarsi in una realt\u00e0 che non gli appartiene. Un\u2019immagine che vorrebbe aprire la mente e il cuore all\u2019universalit\u00e0, alle infinite possibilit\u00e0 della solidariet\u00e0 di un mondo piano come un\u2019asse di legno, senza increspature storiche, linguistiche, culturali, religiose, ma che intristisce immensamente. Non ci sar\u00e0 chi si prender\u00e0 cura per noi di ci\u00f2 che abbiamo edificato, Albanese! Noi stessi saremo gli aguzzini del nostro olocausto, perch\u00e9 abbiamo permesso che fosse il bottegaio a sentirsi inadeguato e solo. Perch\u00e9 abbiamo permesso che i nostri anziani diventassero carcasse per i capovaccai venuti da dietro le montagne. Perch\u00e9 abbiamo permesso che i maestri venissero ridicolizzati dagli alunni e le forze di polizia dalla teppa criminale. Il futuro di questo Paese, che la storia vede sorgere sul bel visino di un bimbo nero che va all\u2019asilo, integrato da una parabola di generosit\u00e0 nostrana, domani sar\u00e0 precipuamente alimentato dalla demenza compulsiva, grottesca e sacrilega di nuovi bulletti che infamano il fatiscente rimasuglio dell\u2019autorit\u00e0 costituita. Tutti, bianchi e neri, con l\u2019eguale diritto di ridicolizzare prima i genitori, poi gli insegnanti, infine lo Stato. Forse, nella \u201crassicurante\u201d conclusione del film, passano gi\u00e0 i titoli di coda per il docile autoesilio della nostra nazione.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Come annunciato qualche settimana fa, ho scelto di recarmi all\u2019Anteo Palazzo del cinema di Milano per assistere all\u2019ultimo film di Antonio Albanese. Se il chiacchiericcio di questi giorni si concentrer\u00e0 su Berlusconi e Sorrentino o sui tragicomici editoriali di Michele Serra &#8211; gi\u00e0 ben conosciuti da chi bazzica questi quaderni &#8211; ho deciso di andare Contromano poich\u00e9 la vicenda \u00e8 ambientata a pochi metri da dove abito e coinvolge un cittadino che potrebbe essere uno dei miei vicini, impegnato a relazionarsi con un\u2019immigrazione sempre pi\u00f9 estroversa. Subodoravo la morale della favola prima ancora di assistere allo spettacolo, ma non volevo [&hellip;]<\/p>\n&nbsp;&nbsp;<div class=\"readmore\"><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/2018\/04\/25\/contromano\/\">Continua a leggere...<\/a><\/div><\/p>","protected":false},"author":1096,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[87,22884,15,160,247],"tags":[48515,13460,389359,38902],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1594"}],"collection":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1096"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=1594"}],"version-history":[{"count":10,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1594\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":1606,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1594\/revisions\/1606"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=1594"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=1594"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=1594"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}