{"id":2061,"date":"2018-09-22T20:31:36","date_gmt":"2018-09-22T18:31:36","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/?p=2061"},"modified":"2018-09-22T23:25:10","modified_gmt":"2018-09-22T21:25:10","slug":"starbucks-oasi-del-deserto-globale-un-anno-e-mezzo-dopo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/2018\/09\/22\/starbucks-oasi-del-deserto-globale-un-anno-e-mezzo-dopo\/","title":{"rendered":"Starbucks: Oasi del deserto globale, un anno e mezzo dopo"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/files\/2018\/09\/download-48.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-2062\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/files\/2018\/09\/download-48-300x168.jpg\" alt=\"download-48\" width=\"300\" height=\"168\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/files\/2018\/09\/download-48-300x168.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bassi\/files\/2018\/09\/download-48.jpg 621w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Non amo molto le autocitazioni, ma la catena di caffetterie\u00a0Starbucks\u00a0ha finalmente inaugurato, fra le splendide mura di Palazzo Broggi a Milano, il suo primo negozio italiano; cos\u00ec mi pare pertinente tornare al primo articolo di questo blog (28 febbraio 2017), le cui parole, facilmente profetiche, raccontavano di ci\u00f2 che sarebbe stato. Farne esperienza diretta si \u00e8 tuttavia rivelato ancor pi\u00f9 avvilente. Poich\u00e9 \u00e8 apparso chiaro come l&#8217;ostentata valorizzazione della nostra tradizione &#8211; messa in scena con uno straordinario impiego di mezzi &#8211; sia il cavallo di Troia per la sua vampirizzazione. E noi, a giudicare dalle file necessarie per consumare, gi\u00e0 ci prestiamo con festante gratitudine.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>\u00abMilano si risveglia con palme e banani in piazza Duomo. Come nella tradizione ottocentesca. Buona o cattiva idea? Certo che Milano osa eh\u00bb.<\/p>\n<p>In questo tweet del sindaco Beppe Sala si dava il subliminale benvenuto alla catena di caffetterie statunitense Starbucks, che in attesa di inaugurare il primo megastore italiano di Piazza Cordusio, ha vinto il bando di sponsorizzazione indetto dal comune e regala alla citt\u00e0 un esotico giardino, sulla cui pertinenza ornamentale preferirei soprassedere, bench\u00e9 il darlo alle fiamme sia stato ovviamente gesto soverchio. Oggi Howard Schultz, amministratore delegato Starbucks, ha presentato a Palazzo Marino il suo progetto, \u00abcostruire una vera fabbrica del caff\u00e8\u00bb, come quella \u201cstorica\u201d di Seattle, poi replicata a Shanghai e in futuro a New York e Tokio. Un\u2019apertura al celebre investitore che dovrebbe garantire 350 posti di lavoro, oltre ai 200mila euro assicurati dalla gi\u00e0 avvenuta sponsorizzazione del giardino (wow!).<\/p>\n<p>Milano osa, dunque. Il 15 gennaio scorso aveva gi\u00e0 osato chiudere lo storico cinema Apollo, inaugurato nel 1959, per lasciare spazio a un Apple store, malgrado le romantiche e velleitarie petizioni degli spettatori, e ora osa accogliere bicchieroni di plastica nella patria della tazzina, invitate a patrocinare un verde urbano appecoronato a emergenti sensibilit\u00e0 fitologiche. Nulla di cui meravigliarsi, naturalmente; gi\u00e0 l\u2019atelier McDonald incastonato in Piazza dei Mercanti aveva accarezzato i nostri sensi con tutte le pi\u00f9 raffinate lusinghe della globalizzazione. Seduti innanzi alla Loggia degli Osii, dall\u2019austera parlera sembra di scorgere l\u2019aquila stringere un soffice Big Tasty, facile preda sfornata dal vicino fast food.<\/p>\n<p>Si va dunque vieppi\u00f9 inverando l\u2019analisi di Pasolini: quel totalitarismo che fu tragica e patetica aspirazione di nazionalsocialismo e stalinismo, trova compimento nel capitalismo avanzato della societ\u00e0 dei consumi. Le persone muoiono, e a questo nessuno \u00e8 ancora riuscito a porre rimedio, neppure il jogging, la birra analcolica e la cucina senza glutine. Ma noi assistiamo contestualmente allo spegnersi di universi simbolici che potremmo, che avremmo il dovere di preservare. Si estinguono ecosistemi complessi e irriproducibili in un clima che oscilla fra l\u2019indifferenza e il compiacimento sfottente: \u201cE\u2019 il progresso! Bisogna andare avanti!\u201d, si legge nei commenti del Corriere online. \u201cFinalmente qualcosa di interessante anche nel centro di Milano!\u201d, scrive un altro cittadino. Questi individui sono pi\u00f9 letali, pi\u00f9 parodistici dei nazionalsocialisti. E\u2019 la schiavit\u00f9 della ragione strumentale che si crede emancipazione. E\u2019 la sopravvivenza del virus dispotico nell\u2019organismo democratico. L\u2019alabarda spaziale dell\u2019omologazione asina si scaglia su ci\u00f2 che la nostra memoria collettiva aveva custodito, livella tutto alle macerie dello shopping mall e dei multiplex di periferia, dove le famiglie figlie del progresso-regresso passano le domeniche plasmando l\u2019immaginario delle nuove generazioni. Mi ero gi\u00e0 macerato nel cordoglio per la chiusura di antichi negozi meneghini, unici al mondo, masticati, mangiati vivi da catene internazionali, che gi\u00e0 nel nome propagandano la loro idea di libert\u00e0. E il consumatore mi consola manifestando estroverso sollucchero per l\u2019approdo di Starbucks come per l\u2019inaugurazione di un Apple store o di un nuovo centro commerciale. Uguali a Milano, a Los Angeles e a Seul. Un oniomaniaco che assassina la differenza con la fissione nucleare dell\u2019indifferenziato e poi pretende di sentirsi speciale, di essere vivo; che veste meccanicamente il mass market ma lo vuole col profumo artigianale; va alla Taverna, alla Salsamenteria, all\u2019Osteria, perch\u00e9 ha sentito tanto parlare delle tradizioni, ma cerca i tortelli piacentini o il manzo all\u2019olio rovatese in uno skyscraper metropolitano, perch\u00e9 la locanda autentica \u00e8 da anziani di provincia, non \u00e8 abbastanza Instagram-friendly. Spende i soldi guadagnati dalla propria alienazione quotidiana in un ufficio per i ritrovati dell\u2019industria fatta in serie, ma si sdilinquisce per il fatto a mano, che non esiste pi\u00f9 nemmeno nelle pugnette, ormai prevalentemente virtuali. Un tempo andavamo al Caff\u00e8 e c\u2019era il bullo al flipper, le compagnie al biliardo o al calcio balilla, i pensionati alla briscola: oggi ci sono gli zombie delle slot-machine. Mentre le avanguardie metropolitane degusteranno un frappuccino per sentirsi cool come i newyorker cosmopoliti.<\/p>\n<p>I mondi della memoria, diversi da paese a paese, da citt\u00e0 a citt\u00e0, dalla formidabile ricchezza espressiva, bollati ora come passatismi da nostalgici del droghiere, sono, erano l\u2019eredit\u00e0 di chi non c\u2019\u00e8 pi\u00f9. Dei nostri antenati, dei nostri nonni, di mamma e pap\u00e0. Come la nostra, che un giorno pi\u00f9 non saremo. Erano strutture di riferimento che permettevano di pensare, di sentire il reale in una unit\u00e0 coerente fra passato, presente e futuro, che offrivano un significato condiviso alle azioni dei singoli e li proteggevano dalla vertigine della provvisoriet\u00e0, cui l\u2019unica alternativa oggi sono gli algoritmi di Mark Zuckerberg e il suo mondialismo d\u2019accatto. Ma noi stessi saremo gli aguzzini del nostro olocausto, lasceremo in eredit\u00e0 il nulla che stiamo costruendo, senza epos n\u00e9 solidariet\u00e0, vuoto di finalismo o trame di senso, animato solo dalla demenza compulsiva, grottesca e sacrilega dei morti viventi: ci annulleremo come la Grazia del Duomo che Milano osa nascondere sotto le insegne luminose delle mutande Moschino.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Non amo molto le autocitazioni, ma la catena di caffetterie\u00a0Starbucks\u00a0ha finalmente inaugurato, fra le splendide mura di Palazzo Broggi a Milano, il suo primo negozio italiano; cos\u00ec mi pare pertinente tornare al primo articolo di questo blog (28 febbraio 2017), le cui parole, facilmente profetiche, raccontavano di ci\u00f2 che sarebbe stato. 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