{"id":2457,"date":"2018-06-25T06:38:36","date_gmt":"2018-06-25T04:38:36","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bertirotti\/?p=2457"},"modified":"2018-06-25T06:38:36","modified_gmt":"2018-06-25T04:38:36","slug":"ci-salveranno-gli-androidi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bertirotti\/2018\/06\/25\/ci-salveranno-gli-androidi\/","title":{"rendered":"Ci salveranno gli androidi"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bertirotti\/files\/2018\/06\/Androide.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-thumbnail wp-image-2458\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/bertirotti\/files\/2018\/06\/Androide-150x150.jpg\" alt=\"Androide\" width=\"150\" height=\"150\" \/><\/a>\u00c8 tutta questione di\u2026 <strong>invisibilit\u00e0<\/strong>.<\/p>\n<p>Pu\u00f2 accadere che con l\u2019arrivo di un nuovo videogioco, riaffiorino interrogativi antropologici mai sopiti. <a href=\"https:\/\/www.ilgiornale.it\/news\/finalmente-videogame-che-ci-fa-tornare-uomini-1535981.html\">Detroit: Become Human<\/a>, questo \u00e8 il suo nome. Ha per protagonisti alcuni androidi asserviti alla razza umana. Ad un certo punto della loro esistenza, alcuni di essi vivono l\u2019esperienza dell\u2019emersione della coscienza di s\u00e9, e scoprono di avere terrore della morte, di provare sensazioni e sentimenti umani. In modo peraltro pi\u00f9 accentuato degli umani stessi.<\/p>\n<p>Il giocatore, coinvolto con il tatto, la vista e l\u2019udito, pu\u00f2 vivere, per immedesimazione, i sentimenti della scoperta, della sorpresa, l\u2019ansia dell\u2019ignoto, la bellezza del contatto tra individui e con le macchine. E proprio entrambi, individui e macchine, condividono la stessa esperienza, perch\u00e9 vivono lo stesso gioco.<\/p>\n<p>Da un punto di vista tecnologico, tutto ci\u00f2 non ci stupisce. Oramai, siamo abituati ai giochi di ruolo interattivi. Ma il tratto <strong><em>nuovo<\/em><\/strong> di \u201cDetroit\u201d \u00e8 che non mette in scena una guerra tra esseri di razze diverse, ne manca infatti l\u2019aspetto violento e prevaricatorio. Non offre alcuna rivalit\u00e0 tra bene e male, e manca l\u2019<em>effetto ricompensa<\/em>, per aver giocato il ruolo del \u201cgiusto\u201d.<\/p>\n<p>\u201cDetroit\u201d \u00e8 un viaggio nella riscoperta della mentalit\u00e0 umana legata all\u2019aspettativa, alla paura, e alla condivisione di un destino comune, ovvero quello di diventare un essere senziente, esattamente come l\u2019Uomo, scegliendo, tra quelli possibili, il <strong>destino<\/strong> che pi\u00f9 aggrada. Quasi in modo naturale, mi si affaccia una domanda: perch\u00e9 qualcuno (vale a dire gli ideatori del gioco) ha pensato di indurre il pubblico a riscoprire la genesi delle emozioni umane e dei sentimenti, facendo vestire al giocatore i panni di un androide anzich\u00e9 di un uomo?<\/p>\n<p>La risposta \u00e8, al tempo stesso, banale e disarmante.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 la globalizzazione comunicativa ci ha portati sul binario di una strisciante omologazione emotiva. Direi, una omogeneizzazione generalizzata della mente, in quasi tutte le sue manifestazioni empatiche, solidaristiche e di gruppo. Quotidianamente e, quasi con <strong>metodicit\u00e0<\/strong>, siamo esposti alle immagini ed alle notizie che riguardano ogni forma di violenza e sfruttamento, a carico non solo di qualunque genere vivente sul pianeta, ma anche della Natura. Ogni giorno, abbiamo la percezione visiva della menzogna, del sotterfugio, dell\u2019approssimazione, del menefreghismo che pervade ogni manifestazione umana in ogni angolo della Terra.<\/p>\n<p>Siamo assuefatti e raramente riusciamo a percepire l\u2019anormalit\u00e0 di una realt\u00e0 ormai deragliata.<\/p>\n<p>Si \u00e8 andato lentamente perdendo quel sentimento di immedesimazione che i nostri genitori devono aver provato quando, per la prima volta nella storia della televisione italiana, le immagini del terremoto del Belice sono entrate direttamente nelle case degli italiani, con tutto il carico emotivo di distruzione e morte.<\/p>\n<p>Ecco, questo \u00e8 il senso della necessit\u00e0 antropologica di calarsi nei panni di un androide.<\/p>\n<p>La comprensione \u2013 favorita dalla tattilit\u00e0 e dalla percezione oculare \u2013 di un mondo <strong><em>emozionalmente ateo<\/em><\/strong>, nonch\u00e9 l\u2019immedesimazione con esso, favorisce una specie di shock empatico, quando il giocatore-androide inizia a \u201csentire\u201d, a provare un\u2019emozione, a vedersi come un essere che pu\u00f2 sviluppare il sentimento del s\u00e9.<\/p>\n<p>Come si dice: in amore e in guerra tutto \u00e8 permesso. Certamente non si tratta di una guerra, ma della riscoperta del significato profondo della nostra essenza umana, vissuta anche con l\u2019antitesi dell\u2019umano. Ogni mezzo per capire che dovremmo riflettere su noi stessi, e la nostra funzione antropologica \u00e8 sempre pi\u00f9 necessario, specialmente in questo nostro strano andare senza sapere esattamente dove.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>\u00c8 tutta questione di\u2026 invisibilit\u00e0. Pu\u00f2 accadere che con l\u2019arrivo di un nuovo videogioco, riaffiorino interrogativi antropologici mai sopiti. Detroit: Become Human, questo \u00e8 il suo nome. Ha per protagonisti alcuni androidi asserviti alla razza umana. Ad un certo punto della loro esistenza, alcuni di essi vivono l\u2019esperienza dell\u2019emersione della coscienza di s\u00e9, e scoprono di avere terrore della morte, di provare sensazioni e sentimenti umani. In modo peraltro pi\u00f9 accentuato degli umani stessi. 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