Il Mondial di Parigi non tradisce le aspettative. Nei padiglioni della Fiera, a Porte de Versailles, si rinnova la gara tra i costruttori. Il confronto, da un po’ di tempo a questa parte, riguarda più le emissioni: si fa a gara, in pratica, a chi abbatte di più l’anidride carbonica e, quindi, in prospettiva renderà più facile la circolazione nelle città.
In questi giorni nella Capitale francese, tra concept e modelli pronti per la concessionaria, c’è l’imbarazzo della scelta. Automobili elettriche e ibride dominano la scena: è veramente giunto il loro momento? Non rischiano i costruttori che hanno scommesso fiumi di euro, dollari o yen, di non veder ripagati nel medio-breve termine gli ingenti investimenti fatti? È una bella scommessa, soprattutto coraggiosa. Il rischio, infatti, è che la corsa all’elettrico (più che all’ibrido) porti una casa automobilistica a tralasciare, o mettere seppur momentaneamente in secondo piano, il miglioramento dell’efficienza dei motori tradizionali, quelli che secondo l’amministratore delegato di Fiat e Chrysler, Sergio Marchionne, ci accompagneranno ancora per tanti anni. La dura lezione dell’era dell’idrogeno, rimasta lettera morta (sono anni che si continua a dire che sarà il carburante del futuro e, allo stesso tempo, si sposta avanti la presunta data del «boom») ha lasciato una traccia indelebile soprattutto nei conti di qualche gruppo e, forse, è costata la testa a un po’ di manager, i più convinti e troppo avanti con le idee.
C’è un particolare che accomuna la corsa (fallita, per ora) all’idrogeno e quella, di questi mesi, all’elettrico. Il problema delle infrastrutture. Ancora una volta, infatti, il mondo dell’automobile ha tagliato troppo presto il traguardo rispetto alle istituzioni, in atavico ritardo. Non esiste ancora, concretamente, un piano d’azione sull’elettrico. Qualcuno potrebbe obiettare, sostenendo che alcune settimane fa è stata costituita in Italia una task force con una miriade di soggetti. Bravi. Ma ora? All’enunciazione quali e quanti fatti seguiranno? Non è la prima che si vedono stringere mega-accordi tra più realtà (tutti bei nomi, di indubbio peso) sull’onda dell’entusiasmo. Di risultati, però, non se ne sono visti tanti. Per lanciare seriamente l’auto elettrica, al di là degli sforzi economici profusi dalle case, occorre una concreta politica globale, che coinvolga l’Europa e i singoli Paesi, tutti chiamati a viaggiare in un’unica direzione e spinti, in questo programma, da incentivi equilibrati e soprattutto strutturali.
Insomma, c’è ancora troppa confusione e manca una reale pianificazione. Il rischio dell’improvvisazione è elevato. Le case, tutte insieme, si facciano sentire a Bruxelles e dai propri governi. Hanno speso una valanga di soldi, si sono spremute le meningi, hanno a cuore l’ambiente. Potrebbero chiedere i danni se la «scossa» la prenderanno solo loro. Una «scossa» pericolosa.

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