Basta, sono stufo e molto arrabbiato. Parlo come automobilista, uno dei 35 milioni in Italia, e soprattutto uno dei tanti pendolari delle quattro ruote non per puro masochismo (visti i costi ormai oltre i livelli di guardia che dobbiamo sostenere), ma perché costretto da orari di lavoro fuori della portata dei mezzi pubblici e del tanto reclamizzato car-pooling (la condivisione dell’auto con altri).
Tutta questa arrabbiatura, che penso riguardi buona parte dei 35 milioni sopra citati, trae origine dal fatto che noi automobilisti, e di riflesso l’intero settore, siamo da sempre considerati da chi ci governa la mucca da mungere. E non solo in termini di accise sui carburanti, caro assicurazioni, Ipt, superbolli (l’elenco è drammaticamente lunghissimo), ma anche per tutti i divieti (Area C e cose simili) che ci vengono imposti (le cambiali in bianco che certi sindaci e assessori firmano con il mondo degli ambientalisti «anti-automobile» e con le fette di salame sugli occhi quando si tratta, invece, di prendere altri e più incisivi provvedimenti anti smog).Insomma, l’automobile è vista come responsabile di tutti i mali della società, e nulla importa dei progressi compiuti dalla sua industria in termini di sicurezza e rispetto dell’ambiente. L’automobile a emissioni zero, a idrogeno o elettrica che sia, non è una novità di questi giorni, ma è pronta da anni. Se anche gli investimenti nelle infrastrutture avessero avuto la stessa velocità di quelli fatti dall’industria automobilistica, a questo punto la situazione sarebbe diversa. E invece siamo ancora a parlare di colonnine e distributori del metano assenti in certe aree del Paese. Dare addosso in continuazione all’automobile, con tasse e divieti «cassetta», significa voler privare l’automobilista della libertà (strapagata) di muoversi e mettere in ginocchio un comparto, come sta accadendo, che è uno dei motori dell’economia (vale l’11,4% del pil) e assicura ogni anno valanghe di miliardi alle casse del fisco (nel 2010 il 16,6% del gettito complessivo, cioè 67,8 miliardi). Ecco allora che il crollo delle vendite, causato sì dalla crisi dell’euro, ma anche da un governo che su questo settore ha la mano molto pesante, sta già costando caro in termini di posti di lavoro (concessionarie e officine di assistenza). Il collasso del sistema auto del Paese è più vicino di quanto si creda, e gli «incentivi» che Palazzo Chigi metterà in campo da gennaio, sono stati definiti dalla filiera inutili, arbitrari e per di più dannosi. Invece di voler in qualche modo tappare una falla, si vari un piano strutturale, capace di apportare benefici reali.Per ultimo, a Milano sta per partire l’ennesima guerra ai Suv, senza nemmeno sapere che un Suv non deve necessariamente essere un «mostro» per dimensioni, e anche se lo fosse, le nuove tecnologie lo rendono ormai un esempio virtuoso di efficienza. Tutto questo, dunque, esige che il mondo dell’automobile si dia una svegliata e faccia valere il suo ruolo di «motore». L’auto non può più essere considerata il bancomat buono per tutte le occasioni. Ho così ritenuto, insieme ad alcuni amici, di fondare un movimento di opinione denominato «Missione Auto» e portavoce di tutto il mondo della mobilità virtuosa, affinché il problema diventi un caso nazionale e vada oltre i comunicati di circostanza. Mai come ora è necessario dare risposte concrete e palesare il fatto che il bancomat ha esaurito i soldi, che la mucca non ha più latte. «Missione Auto», intende chiamare a raccolta il settore i prossimi 5 e 6 ottobre a Torino. È ora di dire le cose come stanno. Stop alla demagogia. Perché se il «motore» si spegne…
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