{"id":1080,"date":"2018-10-30T18:09:46","date_gmt":"2018-10-30T17:09:46","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/?p=1080"},"modified":"2018-10-30T19:14:32","modified_gmt":"2018-10-30T18:14:32","slug":"il-nordest-di-trevisan-sembra-raccontato-da-sterne","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/2018\/10\/30\/il-nordest-di-trevisan-sembra-raccontato-da-sterne\/","title":{"rendered":"Il Nordest di Trevisan sembra raccontato da Sterne"},"content":{"rendered":"<p>Qualche anno fa, quando collaboravo come assistente volontario alla cattedra di Letteratura italiana contemporanea della Sapienza, mi \u00e8 capitato di incontrare uno studente operaio. Non uno studente lavoratore. Ce ne stanno tanti. Proprio uno studente operaio. Era la solita sessione d\u2019esami, angosciante per gli studenti e frustrante per chi \u00e8 chiamato a interrogarli. Ogni tanto, per\u00f2, anche chi interroga ottiene delle belle soddisfazioni. Nel mio caso capit\u00f2 proprio quando si sedette di fronte a me questo studente operaio. Avr\u00e0 avuto la mia et\u00e0 (quindi abbondantemente sopra i trenta), allegro e disinvolto. E gi\u00e0 qui le differenze con gli altri studenti sono abissali. La maggioranza si siede gi\u00e0 divorata dall\u2019ansia e le parole escono col contagocce. Per non parlare della disinvoltura, ovviamente assente. Questo studente operaio, invece, era felice di trovarsi l\u00ec. Era un adulto, ovviamente. Quindi la maturit\u00e0 aveva anche ragioni anagrafiche. Tuttavia non gli incutevo alcun timore reverenziale ed era felice di verificare la sua preparazione su un argomento, la letteratura italiana novecentesca, che gli stava particolarmente a cuore. L\u2019esame si svolge nel migliore dei modi. Risponde con precisione a tutte le domande. Anche alle pi\u00f9 difficili. E lo fa sempre col sorriso sulle labbra. Sempre felice di azzardare rimandi e paragoni. Non faceva citazioni. Non vantava conoscenze e bibliografie. Semmai era disposto anche ad ammettere limiti e ignoranza. Per\u00f2 le cose che aveva letto le aveva davvero assimilate e soprattutto le usava come grimaldello come strumento per leggere il reale. Nella mia posizione (di assistente volontario) non potevo chiudere l\u2019interrogazione. Dovevo comunque portare il candidato dal titolare della cattedra e suggerire un voto. Quando mi ritrovo a questo punto dell\u2019esame, cedo alla mia inclinazione professionale (sono pur sempre un giornalista) e gli faccio alcune domande personali. E quando gli chiedo che lavoro fa mi risponde guardandomi dritto negli occhi con un sorriso malizioso: \u201cLavoro in fabbrica. Come Albino Saluggia\u201d. Rimango stupito. Felicemente stupito! L\u2019allusione meritava da sola un trenta e lode. Non avevamo in programma <em>Memoriale<\/em> di <strong>Paolo Volponi<\/strong> e probabilmente se avessi chiesto al resto dei candidati di dirmi qualcosa sullo scrittore marchigiano (che ha vissuto anche una piccola parentesi politica come senatore della Repubblica e vinto il Premio Strega) non avrei ricavato che una scena muta. Oggi mi ritorna in mente <strong>Albino Saluggia<\/strong>. A farmi scattare questo ricordo \u00e8 <em>Works<\/em> di <strong>Vitaliano Trevisan<\/strong> (<strong>Einaudi<\/strong>, 2016). Un gran libro. Un memoir in prima persona in cui l\u2019autore ripercorre tutte le sue esperienze lavorative prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. E dove l\u2019operaio, o meglio, il lavoratore che usa prevalentemente le sue mani \u00e8 protagonista assoluto. Un memoir, l\u2019ho definito. In effetti \u00e8 qualcosa di diverso da un romanzo (pur sinceramente) autobiografico. L\u2019uso della prima persona, poi, sposta la connotazione sempre al confine della narrazione pura. Un monologo, quello di Trevisan, che sconfina infatti spesso con il monologo teatrale. Dove la voce, imperiosa, si fa materia. D\u2019altronde l\u2019autore passa senza soluzione di continuit\u00e0 dai racconti, ai testi teatrali e, pi\u00f9 raramente, al romanzo. E questo per la sua naturale diffidenza nei confronti dell\u2019invenzione. Trevisan sa che tutto \u00e8 artificio ma preferisce trattare questa realt\u00e0 artificiale con le dovute maniere. E si appella a<strong> Laurence Sterne<\/strong>. Lo scrittore inglese, insieme con <strong>Samuel Beckett<\/strong> e <strong>Ludwig Wittgenstein<\/strong>, \u00e8 il nume tutelare di questa storia nella quale Trevisan ripercorre tutte le sue avventure lavorative. \u00c8 stato tutto: da saldatore a muratore, da lattoniere e geometra comunale, da commesso di negozio a disegnatore, fino all\u2019ultima occupazione: portiere notturno. Trevisan riesce benissimo nell\u2019impresa di avvicinarci al lavoro semplicemente perch\u00e9 ha fatto proprio quel lavoro. Qui non si tratta di scomodare le solite categorie di realismo, neorealismo, neo-neorealismo. Qui c\u2019\u00e8 soltanto un autore, la sua reale esperienza di vita, e l\u2019inclinazione (forse anche l\u2019ambizione) a trasferirla su carta chiedendo la mediazione della lingua letteraria. Qui entrano in gioco Beckett, Wittgenstein e soprattutto Sterne. Perch\u00e9 la lingua non restituisce la realt\u00e0. Non comunica mai al grado zero. C\u2019\u00e8 sempre mediazione, sempre c\u2019\u00e8 stile. Tanto vale mettersi l\u2019anima in pace e raccontare \u201cletterariamente\u201d. E Trevisan lo fa alla grande. Trova una lingua molto letteraria. E si diverte anche a giocare con i doppi sensi e con le trappole metaletterarie (che proprio Sterne ha inventato). Ecco perch\u00e9 alla fine della lettura ho ripensato a Saluggia e al celebre romanzo di Volponi (uscito per <strong>Garzanti<\/strong> nel 1962 e ora in catalogo Einaudi). Quella (primi anni Sessanta) era l\u2019epoca in cui si esaltava la cosiddetta \u201cletteratura industriale\u201d e il neorealismo. E tanti scrittori mettevano operai, contadini e manovali come personaggi principali dei romanzi. Solo che alla fine l\u2019autenticit\u00e0 era poca. Era pur sempre un intellettuale (lo scrittore) che immaginava il proletario da esaltare e da rendere epico. Scrittori come <strong>Ottiero Ottieri<\/strong>, <strong>Lucio Mastronardi<\/strong>, <strong>Romano Bilenchi<\/strong> e <strong>Luciano Bianciardi<\/strong> (oltre ovviamente lo stesso Volponi) hanno tentato di santificare la classe operaia ma l\u2019unica cosa che hanno prodotto \u00e8 un canone \u201coperaistico\u201d. Senza peraltro riconoscere il giusto debito alla letterariet\u00e0 della lingua che sfruttavano (forse con l\u2019eccezione di Bianciardi). Trevisan \u00e8 pi\u00f9 onesto anche nel suo essere sinceramente scrittore. Insomma il suo \u00e8 un caso pi\u00f9 unico che raro di \u201coperaio\u201d che si fa sedurre dalla lingua letteraria e si fa autore. Ecco perch\u00e9 parlo di <em>Works<\/em>. Pu\u00f2 tranquillamente diventare un classico della nostra letteratura contemporanea. Mentre aspettiamo che venga inserito nel canone, per\u00f2, possiamo leggerlo con gusto per capire cosa \u00e8 davvero il lavoro. Senza falsi miti, senza filtri ideologici. Perch\u00e9 Trevisan lo tratta per quello che \u00e8 in tutta semplicit\u00e0. Ora mi chiedo soltanto che fine abbia fatto quello studente lavoratore, tanto bravo quanto simpatico. Chiss\u00e0 se \u00e8 rimasto orgogliosamente operaio o se ha fatto \u201ccarriera\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Qualche anno fa, quando collaboravo come assistente volontario alla cattedra di Letteratura italiana contemporanea della Sapienza, mi \u00e8 capitato di incontrare uno studente operaio. Non uno studente lavoratore. Ce ne stanno tanti. Proprio uno studente operaio. Era la solita sessione d\u2019esami, angosciante per gli studenti e frustrante per chi \u00e8 chiamato a interrogarli. Ogni tanto, per\u00f2, anche chi interroga ottiene delle belle soddisfazioni. Nel mio caso capit\u00f2 proprio quando si sedette di fronte a me questo studente operaio. Avr\u00e0 avuto la mia et\u00e0 (quindi abbondantemente sopra i trenta), allegro e disinvolto. 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