{"id":1096,"date":"2018-12-06T17:36:29","date_gmt":"2018-12-06T16:36:29","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/?p=1096"},"modified":"2018-12-07T10:31:48","modified_gmt":"2018-12-07T09:31:48","slug":"jerome-e-sceso-dalla-barca-dellumorismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/2018\/12\/06\/jerome-e-sceso-dalla-barca-dellumorismo\/","title":{"rendered":"Jerome \u00e8 sceso dalla barca (dell\u2019umorismo)"},"content":{"rendered":"<p>Cosa succede se all\u2019improvviso uno scrittore (ma potrebbe anche essere un poeta, un musicista, un filosofo o un pittore) diventasse ricco? Se dall\u2019oggi al domani si scoprisse milionario? La domanda ovviamente potrebbe avere molteplici risposte. Le pi\u00f9 varie. Per\u00f2 la domanda resta valida soprattutto se si sgombera il campo dalle preoccupazioni propriamente professionali (e poetiche) e da quelle materiali (bollette, mutui e via dicendo). Dal momento che lo scrittore \u00e8 normalmente, per indole e per abitudine professionale, portato a sondare l\u2019animo umano, si porrebbe immediatamente nella condizione di mettere la sua improvvisa ricchezza in rapporto con la dilagante povert\u00e0 che lo circonda. Farebbe in buona sostanza quello che ha fatto Anthony John personaggio di <b>Jerome<\/b> <b>Klapka<\/b> <b>Jerome.\u00a0<\/b>Nell\u2019omonimo romanzo (<i>La<\/i> <i>storia<\/i> <i>di<\/i> <i>Anthony<\/i> <i>John<\/i>, ora tradotto da <b>Armando<\/b> <b>Rotondi<\/b> per le <b>Edizioni<\/b> <b>della<\/b> <b>Sera<\/b>) questo personaggio di conclamata discendenza dickensiana percorre tutta la scala sociale, iniziando come apprendista in una bottega in un malfamato quartiere di una immaginaria citt\u00e0 operaia dell\u2019Inghilterra tardo vittoriana (Millsborough) e finendo non come semplice capitano d\u2019industria, bens\u00ec come un monopolista che ha il controllo diretto o indiretto di quasi tutte le attivit\u00e0 produttive del distretto.<\/p>\n<p>Quello che il giovane Anthony stenta a vedere e riconoscere \u00e8 la povert\u00e0 che ha fatto da quinta naturale della sua infanzia e adolescenza. Il contrasto tra ricchezza e desolazione invece salta bene agli occhi del grande imprenditore, illuminato (proprio come uno scrittore, un filosofo, un artista) dal suo profondo desiderio di sondare l\u2019animo umano e di trovare risposte alle domande ultime. Come se il concetto di povert\u00e0 fosse una conquista interiore della maturit\u00e0 dell\u2019uomo e soprattutto dell\u2019uomo arricchito. Si trova infatti quasi alla fine del racconto un monologo interiore di Eleanor, la moglie di Anthony, di cui condivide l\u2019afflato religioso e i dubbi esistenziali. \u201cEra necessario essere ricchi per rendere i propri figli felici? \u2013 si chiede Eleanor -. L\u2019infanzia non vede l\u2019utilit\u00e0 della ricchezza. I piaceri della giovent\u00f9 possono essere acquistati per poco pi\u00f9 della salute e del cameratismo\u201d. Il celebrato campione dell\u2019umorismo britannico (<i>Tre uomini in barca<\/i>, 1889<i>)<\/i> che ha battuto la strada per colleghi come <b>Anthony<\/b> <b>Powell<\/b>, <b>Evelyn<\/b> <b>Waugh<\/b> e ovviamente <b>P<\/b>.<b>G<\/b>. <b>Wodehouse<\/b>, sul finire della sua lunga e osannata carriera di scrittore smette i panni del fine umorista per indossare quelli dello scrittore impegnato. Un <i>engag\u00e8<\/i> ante litteram, vicino anche per et\u00e0 al socialismo cristiano di un <b>John<\/b> <b>Ruskin<\/b> o di un <b>Edmondo<\/b> <b>De<\/b> <b>Amicis<\/b>. Accostamenti suggeriti dallo stesso traduttore nella sua prefazione al romanzo, pubblicato per la prima volta in Inghilterra nel 1923. Qui in questo racconto tutto \u00e8 denaro, ma tutto \u00e8 anche dubbio. Il dubbio che assale chi potrebbe cambiare le condizioni di vita dei poveri e che, permeato da un calvinismo molto solido, dubita della validit\u00e0 di un sistema puramente assistenziale. La povert\u00e0, \u00e8 il senso ultimo dei ragionamenti cui perviene lo stesso protagonista, \u00e8 una condizione che va combattuta dall\u2019interno. L\u2019uomo deve essere padrone del suo destino deve riscattarsi e non farsi assistere o blandire da una mano pietosa. Il trauma della prima guerra mondiale aveva radicalmente mutato le prospettive anche degli scrittori di successo come Jerome K. Jerome. La sua fede religiosa entra in crisi e perde contatto non con il Sacro ma con la Chiesa. Come gi\u00e0 era entrata in crisi l\u2019ipotesi stessa di una societ\u00e0 solamente socialista prefigurata nel primo romanzo distopico che si conosca <i>The<\/i> <i>new<\/i> <i>utopia<\/i> (1891).<br \/>\nInsomma quando Jerome scende dalla barca dell\u2019umorismo, quello che il suo occhio incontra \u00e8 una societ\u00e0 devastata. Non solo le macerie esistenziali prodotte dalla Grande guerra ma anche i forti contrasti sociali con cui l\u2019industrializzazione ha macchiato la societ\u00e0 britannica di inizio Novecento. E il punto di vista che assume, con questo romanzo, non \u00e8 quello dell\u2019intellettuale o dell\u2019artista <i>engag\u00e8<\/i> ma proprio quella del ricco imprenditore che fa i conti con il suo successo misurandolo sulla desolazione che trova intorno a s\u00e9.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Cosa succede se all\u2019improvviso uno scrittore (ma potrebbe anche essere un poeta, un musicista, un filosofo o un pittore) diventasse ricco? Se dall\u2019oggi al domani si scoprisse milionario? La domanda ovviamente potrebbe avere molteplici risposte. Le pi\u00f9 varie. Per\u00f2 la domanda resta valida soprattutto se si sgombera il campo dalle preoccupazioni propriamente professionali (e poetiche) e da quelle materiali (bollette, mutui e via dicendo). 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