{"id":1108,"date":"2019-01-22T17:39:11","date_gmt":"2019-01-22T16:39:11","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/?p=1108"},"modified":"2019-01-22T17:39:11","modified_gmt":"2019-01-22T16:39:11","slug":"il-proust-damerica-fa-a-pezzi-la-famiglia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/2019\/01\/22\/il-proust-damerica-fa-a-pezzi-la-famiglia\/","title":{"rendered":"Il Proust d&#8217;America fa a pezzi la famiglia"},"content":{"rendered":"<p>&#8220;Non credo che la memoria menta per motivi futili. Il fatto \u00e8 che la memoria tratta l&#8217;assoluto, i riassunti; tratta forme di conoscenza portatili, e cos\u00ec finisce per drenare cose che assomigliano pi\u00f9 a motti, ad aforismi e ad apoftegmi che non a momenti reali&#8221;. Ci pu\u00f2 essere sentenza pi\u00f9 proustiana di questa? Se non \u00e8 dell&#8217;autore della <em>Recherche<\/em> (e non lo \u00e8 infatti), almeno \u00e8 di qualcuno che quel testo ha davvero letto con estremo profitto. Tanto che questa stessa frase potrebbe essere il compendio esegetico pi\u00f9 corto e pi\u00f9 lucido che su quel capolavoro della letteratura novecentesca possa esserci. L&#8217;autore \u00e8 <strong>Harold Brodkey<\/strong> (1930-1996), lo scrittore statunitense considerato dalla critica il <strong>Marcel Proust<\/strong> d&#8217;America (come lo battezz\u00f2 <strong>Harold Bloom<\/strong>). Fin dalle sue prime prove, apparse sotto forma di racconto su riviste di prestigio come il <em>New Yorker<\/em>, Brodkey ha mostrato capacit\u00e0 di analisi dell&#8217;animo umano fuori dal comune, con un interesse particolare per la sfera affettiva e psicologica dell&#8217;infanzia. I suoi lavori non hanno la linearit\u00e0 e la compiutezza di storie (pi\u00f9 o meno lunghe) romanzesche. Anzi, proprio come per il suo modello francese, la linearit\u00e0 del racconto \u00e8 un ostacolo all&#8217;immediatezza del ricordo e della rielaborazione affettiva dello stesso. E in effetti, a ben vedere, tutta la sua produzione si riduce a una lunga storia dove i personaggi ritornano ciclicamente per affollare un microcosmo che non \u00e8 altro che la ricostruzione in chiave letterariamente &#8220;classica&#8221; del vissuto dell&#8217;autore. Ci sono madri, ci sono matrigne, amici di strada, governanti, padri distratti e poco attendibili, primi amori. Per ognuno di loro la storia ricomincia da capo. Si assume il loro punto di vista, si ripetete tutta la giostra dell&#8217;analisi dei rapporti di forza e delle relazioni. Si chiede alla memoria un rinnovato sforzo per reinventare il vissuto secondo, appunto, categorie e schemi intellegibili.\u00a0 Le sue <em>Storie in modo quasi classico<\/em> (Mondadori) questo sono. E questo \u00e8 anche il suo romanzo <em>L&#8217;anima che fugge<\/em> (da poco riedito da <strong>Fandango<\/strong>), che usc\u00ec per la prima volta nel 1991 dopo trent&#8217;anni di febbricitante attesa da parte della critica.\u00a0<em>L\u2019anima che fugge<\/em> (tradotto da <strong>Flavio Santi<\/strong>) esplora senza reticenze tutti gli aspetti interiori della vita di\u00a0 <strong>Wiley Silenowicz<\/strong> che, sulle soglie dei sessant&#8217;anni, fa un bilancio della sua vita. Orfano a due anni, nuovamente senza famiglia a sei, resiste ai danni dell\u2019esistenza e agli abusi della sorella adottiva Nonie con la forza immaginifica della fantasia. Da questo speciale punto d\u2019osservazione richiama a raccolta i fantasmi del passato indicandoli per nome, come per disfarsene. Le loro nevrosi sono il bersaglio verso cui indirizzare la sua prosa, che caricata di vendetta, si fa eccessiva, traboccante, insolente. Proprio come nei racconti che lo hanno preceduto, e che ne costituiscono l&#8217;<em>humus<\/em> pi\u00f9 che fertile, questo romanzo non fa che scomporre e ricomporre sotto le mani dello scrittore americano il <em>topos<\/em> della famiglia come fucina di tutte le nevrosi moderne. Della madre adottiva, per esempio, il piccolo Wiley riconosce doti ineguagliabili ma anche la consapevolezza di una mancanza feroce di maternit\u00e0. &#8220;Molte donne &#8211; diceva sempre la madre adottiva &#8211; sono migliori di me nell&#8217;allevare i bambini, ma io sono brava nell&#8217;aiutare i miei figli a essere realistici&#8221;. E nei confronti del padre \u00e8 altrettanto impietoso Tanto che proprio in uno dei racconti che compongono <em>Storie in modo quasi classico 2<\/em>\u00a0(<strong>Mondadori<\/strong>, traduzione di <strong>Delfina Vezzoli<\/strong>) il piccolo Wiley confessa: &#8220;Direi che nessuno ha avuto un padre ideale, \u00e8 un desiderio strampalato, triste&#8221;. Che poi proprio la cifra di Brodkey \u00e8 assegnare alla voce di un ragazzino l&#8217;autorit\u00e0 e la profondit\u00e0 di un grande scrittore. Il suo flusso narrativo resta in bilico costante tra l&#8217;imprevedibilit\u00e0 dell&#8217;<em>Ulisse<\/em> joyciano e il paziente e caparbio sfruttamento della memoria di Proust. Inevitabilmente qualche critico lo ha definito il maggiore scrittore a stelle e strisce dopo <strong>William Faulkner<\/strong> (<strong>Gordon Lish<\/strong>). Di sicuro la sua scrittura \u00e8 impervia perch\u00e9 costringe il lettore a precipitare in ogni capoverso in un pozzo di memoria quasi a s\u00e9 stante. Un percorso, quindi, accidentato ma affascinante che fa di Brodkey un maestro e del suo romanzo <em>L&#8217;anima che fugge<\/em> un classico moderno.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>&#8220;Non credo che la memoria menta per motivi futili. 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