{"id":1174,"date":"2019-06-16T18:28:37","date_gmt":"2019-06-16T16:28:37","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/?p=1174"},"modified":"2019-06-16T18:45:32","modified_gmt":"2019-06-16T16:45:32","slug":"il-patrimonio-di-roth-andrebbe-conservato-a-scuola","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/2019\/06\/16\/il-patrimonio-di-roth-andrebbe-conservato-a-scuola\/","title":{"rendered":"Il &#8220;patrimonio&#8221; di Roth andrebbe conservato a scuola"},"content":{"rendered":"<p>Il prossimo 25 ottobre saranno passati trent\u2019anni dalla morte di <strong>Herman Roth<\/strong>. A portarlo via \u00e8 stato un tumore al cervello. Si \u00e8 spento al St. Elizabeth Hospital di Elizabeth nel New Jersey. Al suo capezzale c\u2019era il figlio, <strong>Philip Roth<\/strong>. Prima di andare in pensione Herman aveva trascorso tutta la sua vita adulta (ben 32 anni) in una societ\u00e0 di assicurazioni. Come il figlio Philip, anche Herman era nato e cresciuto a Newark. L\u2019anonima citt\u00e0 americana resa immortale proprio dai romanzi dell\u2019autore de <em>Il lamento di Portnoy<\/em>. Ormai anche Herman \u00e8 immortale. Proprio come Newark. La sua anonima esistenza, quel suo vivere tenacemente attaccato al comune sentire di chi ha contribuito a far crescere il sogno americano, non meriterebbe un luogo privilegiato nella memoria collettiva. Eppure questo funzionario ebreo delle assicurazioni con la passione del baseball \u00e8 diventato un eroe letterario. Probabilmente non \u201csuo malgrado\u201d. Al contrario. Forse egli stesso ha tramato a lungo a questo scopo. E chiss\u00e0 che pirandellianamente non sia stato lui stesso, ormai gi\u00e0 morto e sepolto, a imporre al figlio (con metodi ovviamente non convenzionali) di riportarlo in vita sulla carta. A trent\u2019anni esatti dalla sua morte ho letto <em>Patrimonio<\/em>. Questo \u201cromanzo\u201d fortemente autobiografico \u00e8 stato ripubblicato da\u00a0<strong>Einaudi<\/strong>\u00a0 nel 2007 con la traduzione di <strong>Vincenzo Mantovani<\/strong>. La stessa (ottima) traduzione che ritrovo nell\u2019edizione dei <strong>Meridiani Mondadori<\/strong> (secondo volume) che ho sotto gli occhi. La trama non val la pena nemmeno di essere raccontata. Phil scopre che il padre (vedovo da anni) ha dei singolari disturbi alla testa. Il referto \u00e8 impietoso. Si tratta di tumore. E il testo racconta il lungo viaggio verso il distacco tra i due. Lo scrittore, a quel punto, non \u00e8 pi\u00f9 figlio. \u00c8 diventato padre di un vecchietto sperduto e impaurito, ma ancora fortemente attaccato alla vita. Ed \u00e8 ovviamente diventato anche \u201ccreatore\u201d del personaggio Herman.<\/p>\n<p>Nei momenti pi\u00f9 delicati e drammatici della regressione di Herman, Philip Roth si accorge che il \u201cpatrimonio\u201d che ricever\u00e0 in eredit\u00e0 dal padre non \u00e8 costituito dagli oggetti di famiglia, non dai segreti (sempre di famiglia) o dagli insegnamenti. Sono proprio le sue feci, le sue deiezioni, che il vecchietto ha abbandonato in giro per il bagno complice una improvvisa diarrea. Ha capito che il patrimonio \u00e8 proprio quel darsi completamente all\u2019assistenza del padre senza pensarci. \u201cE non perch\u00e9 pulire fosse il simbolo di qualche altra cosa, ma proprio perch\u00e9 non lo era, perch\u00e9 non era altro, n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno, della realt\u00e0 vissuta che era. Ecco il mio patrimonio: non il denaro, non i <em>tefillin<\/em>, non la tazza per farsi la barba, ma la merda\u201d.<\/p>\n<p>Archiviato anche il titolo e il senso ultimo dello sforzo letterario di Roth, passo a una veloce considerazione. Il racconto degli ultimi anni della vita di Herman Roth \u00e8 un romanzo a tutti gli effetti. Perch\u00e9 il figlio Philip sceglie di usare il linguaggio letterario del racconto. Anzi, tra i tanti possibili ne sceglie quello pi\u00f9 raffinato. E non si ha mai l\u2019impressione di subire l\u2019urgenza del racconto di chi non riesce a gestire il suo personale materiale \u201cumano\u201d.<\/p>\n<p>Ecco perch\u00e9 consiglierei\u00a0 a chi insegna scrittura creativa di inserire questo romanzo tra i \u201clibri di testo\u201d. La materia biografica viene infatti dominata, controllata, ma mai anestetizzata. Roth usa tutti i suoi mezzi \u00a0del mestiere per rendere quella vita un racconto. E non \u00e8 facile. Al contrario. Non c\u2019\u00e8 niente di pi\u00f9 difficile. Perch\u00e9 l\u2019autore non \u00e8 imparziale e non pu\u00f2 esserlo. E non pu\u00f2 nemmeno essere sereno. Il lettore se ne accorge. E applaude a tanto autocontrollo. Un esempio? Eccolo. Nel momento in cui capisce che il decadimento fisico del padre pu\u00f2 portarlo a perdere non soltanto l\u2019autonomia ma anche la lucidit\u00e0 Roth gli propone di firmare il testamento biologico. Alla fine di una paziente e delicata conversazione telefonica il padre accetta. E il commento del narratore (qui anche co-protagonista) rende la misura di quanto sia bravo uno scrittore di razza a trasformare il particolare in universale e viceversa. \u201cInvece di sentirmi il figlio dell\u2019assicuratore, mi sentivo un assicuratore io stesso, un assicuratore che aveva appena venduto la sua prima polizza a un cliente che avrebbe potuto vincere solo se fosse morto\u201d.<\/p>\n<p>Se un giovane e aspirante scrittore volesse&#8221;allenarsi&#8221; forse dovrebbe prendere materiale autobiografico e scomporlo come fa Roth in tante singole immagini e scene da montare con un ritmo quasi cinematografico. Dove si passa senza apparente soluzione di continuit\u00e0 da un momento all&#8217;altro distanti poche ore come svariati anni. Solo cos\u00ec potr\u00e0, il giovane aspirante romanziere, capire che la scrittura si deve mettere al servizio di una narrazione fatta per immagini e momenti che poco hanno a che fare con il flusso della vita e con la sua semplice cronaca.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Il prossimo 25 ottobre saranno passati trent\u2019anni dalla morte di Herman Roth. A portarlo via \u00e8 stato un tumore al cervello. Si \u00e8 spento al St. Elizabeth Hospital di Elizabeth nel New Jersey. Al suo capezzale c\u2019era il figlio, Philip Roth. Prima di andare in pensione Herman aveva trascorso tutta la sua vita adulta (ben 32 anni) in una societ\u00e0 di assicurazioni. Come il figlio Philip, anche Herman era nato e cresciuto a Newark. L\u2019anonima citt\u00e0 americana resa immortale proprio dai romanzi dell\u2019autore de Il lamento di Portnoy. Ormai anche Herman \u00e8 immortale. Proprio come Newark. 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