{"id":1329,"date":"2021-02-23T20:27:12","date_gmt":"2021-02-23T19:27:12","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/?p=1329"},"modified":"2021-02-23T20:27:12","modified_gmt":"2021-02-23T19:27:12","slug":"al-supermercato-ce-il-donnarumma-che-non-ti-aspetti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/2021\/02\/23\/al-supermercato-ce-il-donnarumma-che-non-ti-aspetti\/","title":{"rendered":"Al supermercato c&#8217;\u00e8 il Donnarumma che non ti aspetti"},"content":{"rendered":"<p>Non so quanti di voi lo facciano. Io non riesco a farne a meno. Quando entro in un grande magazzino o in un grande supermercato (di quelli che hanno anche reparti di cartoleria, giochi, elettronica, etc) non posso fare a meno di buttare un occhio sul reparto dei libri. So che verr\u00f2 puntualmente deluso. Non ci sono libri che mi possano far gola. Di solito si tratta di editoria <em>mainstream<\/em>, tascabili &#8220;scolastici&#8221; (immancabili <strong>Primo Levi<\/strong> e <strong>Calvino<\/strong>), qualche classico (<strong>Dostoesvksij<\/strong> s\u00ec, <strong>Balzac<\/strong> &#8211; chiss\u00e0 perch\u00e9 &#8211; no), thriller, e libri per ragazzi (saghe fantasy o robe del genere). Talvolta trovi degli Adelphi e persino dei Sellerio, ma anche in questo caso si tratta di titoli che si potrebbero definire &#8220;di largo consumo&#8221;.<br \/>\nLa &#8220;sorpresa&#8221; per il lettore forte non arriva mai. Mai dire mai, per\u00f2. E la settimana scorsa mi sono imbattuto, mentre facevo la spesa, in un titolo decisamente fuori moda ma importante, almeno per la storia della nostra letteratura novecentesca. Garzanti ha infatti ripubblicato <em>Donnarumma all&#8217;assalto<\/em> di <strong>Ottiero Ottieri<\/strong> (con prefazione di Giuseppe Montesano). Ovviamente non stiamo parlando di calcio e il signor Donnarumma non ha niente a che fare con il portiere del Milan. Insomma, ho trovato uno di quei capolavori degli anni del Boom economico, considerato tra i precursori di quella letteratura industriale che ha avuto poi in <strong>Paolo Volponi <\/strong>il suo massimo artefice.<br \/>\nIl romanzo, scritto alla fine degli anni Cinquanta e pubblicato per la prima volta da Bompiani nel 1959, racconta l&#8217;esperienza di un giovane e motivato direttore del personale alle prese con l&#8217;apertura di uno stabilimento industriale nell&#8217;area depressa del napoletano, proprio a ridosso del mare. Ottieri e il suo narratore e protagonista non hanno fatto percorsi tanto dissimili. L&#8217;autore toscano, infatti, \u00e8 stato a lungo dirigente nell&#8217;azienda di <strong>Adriano Olivetti<\/strong>. E proprio a Ottieri fu affidato il compito di gestire le assunzioni nello stabilimento di Pozzuoli. Il romanzo, insomma, espone in maniera lucida e disincantata quanto \u00e8 avvenuto personalmente all&#8217;autore, filtrando per\u00f2 il racconto con un occhio letterario, che va in profondit\u00e0 deformando il testo allo scopo di rendere il messaggio stesso pi\u00f9 efficace.<br \/>\nIn pieno boom economico l&#8217;industrializzazione del Paese marcia a tappe forzate e il Sud diventa una copia &#8220;non conforme&#8221; di quanto avviene al Nord. E l&#8217;immaginario paesino di Santa Maria si ritrova a essere l&#8217;epicentro di una zona industriale cos\u00ec descritta: &#8220;In questa zona industriale, l&#8217;industria vive arroccata, goccia nel mare o nella sabbia di una civilt\u00e0 di pescatori senza barca e di contadini senza terra. Nessun tessuto lega una fabbrica all&#8217;altra, non c&#8217;\u00e8 proletariato. La disoccupazione non unisce, ma sempre divide, tranne quando esplode&#8221;.<br \/>\nIl protagonista deve mediare tra esigenze di produttivit\u00e0 secondo modelli, se non internazionali almeno settentrionali, e una popolazione &#8211; quella meridionale &#8211; che deve fare i conti con un ambiente &#8220;economico&#8221; decisamente ostile. Il dirigente aziendale quindi si trova sempre pi\u00f9 invischiato con questo nuovo ruolo di esploratore di una condizione umana affatto differente.  Per questa ragione Montesano parla di Ottieri come di un &#8220;antropologo dell&#8217;essere meridionale&#8221;. E tale sembra ad esempio l\u00e0 dove il narratore spiega: &#8220;L&#8217;uomo meridionale non \u00e8 diverso dagli latri, ma \u00e8 un uomo deformato. Le avventure della sua vita, la storia, lo peggiorano e lo esaltano fuori da comuni leggi. Ricchi e poveri, niente qui, nessuno scoglio, un appiglio, emerge, e tutti nuotano sotto il livello della coscienza collettiva&#8221;.<br \/>\nIl romanzo sfrutta quasi la stessa struttura narrativa del <em>Deserto dei tartari<\/em>. L&#8217;azione \u00e8 sospesa. Il mondo della fabbrica lo si vede soltanto di riflesso. Qui a dominare \u00e8 l&#8217;attesa vissuta da chi nella fabbrica vuole entrare e affolla a questo scopo la portineria dello stabilimento. Senza ovviamente mai chiedersi cosa poter fare e come essere &#8220;produttivi&#8221;, ma semplicemente sperando di ottenere un posto di lavoro. Perch\u00e9, alla fine, la disoccupazione dilagante (soprattutto in un&#8217;epoca come quella in cui il Paese usciva da una civilt\u00e0 contadini per entrare senza soluzione di continuit\u00e0 in un&#8217;era industriale) l\u00ec \u00e8 pi\u00f9 di una piaga. E&#8217; una condizione radicata. &#8220;Da una parte &#8211; osserva il dirigente chiamato appunto a selezionare il personale &#8211; hanno una smania di lavorare che li sprona e li acceca e una abitudine fissa, antica, di cercare lavoro pi\u00f9 che di lavorare; dall&#8217;altra parte una abitudine alla disoccupazione cos\u00ec profonda che ha generato i suoi vizi e le sue difese naturali&#8221;.<br \/>\nUn romanzo, quello di Ottieri, che rimane attuale. Straordinariamente efficace come affresco del mondo industriale. Chiss\u00e0 se si trover\u00e0 qualcuno che abbia la stessa capacit\u00e0 per raccontare il mondo di oggi, tra occupazione &#8220;fluida&#8221; e nuovi mestieri. <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Non so quanti di voi lo facciano. Io non riesco a farne a meno. 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