{"id":1364,"date":"2021-08-24T16:47:47","date_gmt":"2021-08-24T14:47:47","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/?p=1364"},"modified":"2021-08-24T16:47:47","modified_gmt":"2021-08-24T14:47:47","slug":"la-torrida-estate-di-pavese","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/2021\/08\/24\/la-torrida-estate-di-pavese\/","title":{"rendered":"La torrida \u201cestate\u201d di Pavese"},"content":{"rendered":"<p>Qualcuno prima o poi dovr\u00e0 raccontare questi giorni, questo tempo. Con la giusta distanza. Dovr\u00e0 dirci se \u00e8 vero che l\u2019emergenza sanitaria ci ha resi migliori. Dovr\u00e0 verificare se saremo stati in grado di elaborare lutti e separazioni. E se la sottrazione di tutto ci\u00f2 che avevamo prima abbia impoverito o meno la nostra esistenza.<\/p>\n<p>Ci vuole, per\u00f2, la giusta distanza. Quella che ha sfruttato Cesare Pavese per scrivere nel 1939 il romanzo breve <em>Il carcere <\/em>e per scrivere dieci anni dopo l\u2019altro breve romanzo <em>La casa in collina<\/em>, poi confluiti nel volume <em>Prima che il gallo canti<\/em>. Il primo rielabora un\u2019esperienza diretta, vissuta dall\u2019autore nel 1935. Pavese fu mandato al confino nel paese di Brancaleone (RC). \u00a0Agli anni della guerra, e pi\u00f9 precisamente alla stagione convulsa seguita all\u2019armistizio dell\u20198 settembre del \u201943 fa riferimento il racconto lungo <em>La casa in collina<\/em>.<\/p>\n<p>Mi sono trovato a rileggere questo volume (edizione Einaudi con una preziosa introduzione di Italo Calvino), nell\u2019estate che ci avrebbe dovuto emancipare dall\u2019emergenza sanitaria, nell\u2019estate che abbiamo vissuto come barricati in rifugi antiaerei mentre i telegiornali rimbalzavano le notizie sulle devastazioni provocate da Lucifero (l\u2019ondata di caldo torrido) e dalle mani dei soliti piromani. Sembravano gli echi di guerre non pi\u00f9 cos\u00ec lontane. Tuoni e bagliori cos\u00ec ravvicinati da farci perdere il sonno e la tranquillit\u00e0.<\/p>\n<p>Una simile inquietudine viveva il giovane insegnante Corrado. Dalla casa in collina sopra Torino, dove aveva trovato albergo, guardava i bagliori dei bombardamenti (tedeschi? americani?), cercando di non perdere contatto con le persone (per lo pi\u00f9 sfollati) che quotidianamente scendevano in citt\u00e0 per cercare chi un parente disperso, chi qualche oggetto personale, chi semplicemente una ragione per andare avanti.<\/p>\n<p>Nei due racconti i protagonisti non riescono, per\u00f2, a entrare in comunione con l\u2019ambiente che li ospita.<\/p>\n<p>Il villaggio calabrese ancorato a ritmi e leggi ancestrali, dove l\u2019ingegner Stefano \u00e8 stato mandato al confino, ricorda la Lucania che solo qualche anno dopo Carlo Levi trattegger\u00e0 nel suo capolavoro <em>Cristo si \u00e8 fermato a Eboli<\/em>. Ma non c\u2019\u00e8 la voglia di capire la realt\u00e0 cos\u00ec \u201caltra\u201d rispetto alla grande citt\u00e0 del nord da cui proviene. La reclusione, la vita coatta, e la lentezza dei ritmi di vita spingono Stefano a un\u2019indagine di autocoscienza. Senza indulgenze. E senza facili pietismi.<\/p>\n<p>Stesso asciutto registro che ritroviamo nel racconto che vede per protagonista Corrado, fresco di laurea e di ideali antifascisti, Le devastazioni della guerra non lo portano a una scelta di campo. Semmai lo spingono ancora pi\u00f9 lontano dal teatro di guerra. Nella loro precipitosa e disordinata ritirata i tedeschi distruggono e rastrellano e a Corrado non resta che fuggire con mezzi di fortuna (gli unici possibili allora) nel paese natale, sopra le Langhe.<\/p>\n<p>E questa stessa fuga, come l\u2019apatica riservatezza dell\u2019ingegnere torinese nel paesino calabrese, finisce per essere una valida metafora di quel tradimento degli intellettuali nel contesto della guerra civile che ha flagellato l\u2019Italia tra gli anni Trenta e Quaranta.<\/p>\n<p>Rileggere oggi Pavese, alla luce delle nostre emergenze epocali (il virus, i cambiamenti climatici, la profonda crisi economica, le migrazioni \u201cbibliche\u201d) ci spinge a riflettere: siamo capaci di affrontare queste prove e superarle sentendoci finalmente migliori? Oppure abdicheremo ancora una volta al nostro ruolo?<\/p>\n<p>Sul virus e sugli sconvolgimenti climatici riusciranno i nostri \u201cintellettuali\u201d, insieme con la nostra classe dirigente, a risvegliare il senso civico e l\u2019impegno collettivo?<\/p>\n<p>I romanzi di Pavese restano l\u00ec a esemplare testimonianza che una risposta ancora non \u00e8 stata data. Ora non resta che attendere la giusta distanza e qualcuno che azzardi una risposta.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Qualcuno prima o poi dovr\u00e0 raccontare questi giorni, questo tempo. Con la giusta distanza. Dovr\u00e0 dirci se \u00e8 vero che l\u2019emergenza sanitaria ci ha resi migliori. Dovr\u00e0 verificare se saremo stati in grado di elaborare lutti e separazioni. E se la sottrazione di tutto ci\u00f2 che avevamo prima abbia impoverito o meno la nostra esistenza. Ci vuole, per\u00f2, la giusta distanza. 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