{"id":1464,"date":"2022-12-17T06:18:36","date_gmt":"2022-12-17T05:18:36","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/?p=1464"},"modified":"2022-12-17T06:18:36","modified_gmt":"2022-12-17T05:18:36","slug":"non-si-finisce-mai-di-imparare","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/2022\/12\/17\/non-si-finisce-mai-di-imparare\/","title":{"rendered":"Non si finisce mai di imparare"},"content":{"rendered":"<p>\u201c &#8211; Che citt\u00e0 di merda &#8211; dice uno di noi, spezzando il silenzio. &#8211; Ma quanto \u00e8 bella &#8211; \u201d. Si chiude cos\u00ec il libro <em>Racconti romani<\/em> di <strong>Jhumpa Lahiri<\/strong> (edito da Guanda). Si chiude con una sentenza. Che non spiega molto in verit\u00e0. E che giudica soltanto in parte.\u00a0 Una frase che coglie lo stato d\u2019animo degli abitanti di questa citt\u00e0 condannata ad essere eterna nella sua precariet\u00e0.<\/p>\n<p>Roma \u00e8 protagonista, ovviamente. Come lo fu nell\u2019altro volume che porta lo stesso titolo. Nel libro di <strong>Alberto Moravia<\/strong> (uscito nel 1954), per\u00f2, Roma \u00e8 una quinta quasi riconoscibile ma indifferente alla vita frenetica dei suoi personaggi. L\u2019autore nomina piazze, strade, luoghi che restano per\u00f2 estranei alla vicende di chi soffre o gioisce. E\u2019 una scenografia superba che per\u00f2 ha bisogno di non mescolarsi ai sentimenti dei suoi protagonisti per durare.<\/p>\n<p>Jhumpa Lahiri, invece, ci restituisce una citt\u00e0 scarnificata. Insultata e osservata al microscopio. Come la bambina di uno di questi racconti scopre un mondo di vermi e insetti brulicanti sotto una pietra, una realt\u00e0 che vive e si agita nascosta al sole e all\u2019osservatore,\u00a0 cos\u00ec Jhumpa Lahiri cerca di osservare il dato reale che si nasconde dietro la bellezza della citt\u00e0.<\/p>\n<p>Un lavoro coraggioso e impegnativo, il suo. Che sfrutta il vantaggio che hanno gli \u201cstranieri\u201d, ovvero di poter guardare la citt\u00e0 e il suo mondo con un occhio alieno dal pregiudizio degli indigeni. Trastevere, Monteverde, il Gianicolo, Cinecitt\u00e0, Esquilino, sono tutti riconoscibili eppure nessuno li ha mai finora descritti in questo modo. Rarissimi i dettagli e i nomi dei luoghi. Caratterizzati da elementi architettonici e urbanistici comuni a tutte le citt\u00e0 (scalinate, ponti, panchine, alberi, marciapiedi). \u00a0Roma \u00e8 una sfida, per i personaggi di questi racconti. Spesso vengono da lontano, come l\u2019autrice. E devono fare i conti con una realt\u00e0 che non li accetta. Vivono ai margini ma senza l\u2019impotente disperazione dei personaggi di <strong>Marco Lodoli<\/strong> (<em>Grande raccordo anulare, Crampi, I fannulloni<\/em>). Alcuni sono immigrati per fame, altri (borghesi americani) per noia o crisi esistenziali. Tutti, per\u00f2, vengono segnati da questa citt\u00e0 bellissima ma invivibile. E ne subiscono il fascino e la maledizione. La loro autrice \u00e8 pi\u00f9 fortunata. Anche lei si \u00e8 trasferita a Roma (nel 2011). Ha conseguito un dottorato in Studi rinascimentali quando gi\u00e0 era una donna (madre e moglie) adulta. E soprattutto ha studiato con profitto la nostra lingua tanto da riuscire a sfruttarla per la sua produzione letteraria (con <em>In altre parole<\/em> nel 2015 vince il Viareggio Internazionale e nel 2019 pubblica <em>Dove \u00a0mi trovo,<\/em> il suo primo romanzo direttamente in italiano).<\/p>\n<p>Anche nei confronti della lingua, Lahiri ha uno sguardo disincantato e obiettivo. Usa, per esempio, il termine <em>mantecare<\/em> per descrivere l\u2019abilit\u00e0 con cui la padrona di casa mescola gli invitati delle sue feste, affollate da persone provenienti da mondi e contesti differenti. Non cucino e di fronte a quel termine sono rimasto interdetto. Mi ha soccorso un\u2019amica gentile, cuoca appassionata e lettrice sensibile e acuta. \u201cE\u2019 il processo \u2013 mi ha detto Michela \u2013 che rende pastoso e omogeneo un composto di diversi elementi\u201d. \u00a0E all\u2019improvviso, illuminato e confortato, mi sembra che il travertino e il porfido di questa eterna citt\u00e0 siano il corrispettivo del burro nei risotti mantecati. Elementi, cio\u00e8, capaci di mantecare i destini e i sentimenti degli indigeni e dei migranti che fanno di questa citt\u00e0 il loro destino.<\/p>\n<p>Poi penso ancora a una parola: <em>migrabondo<\/em>. La incontro quasi a fine lettura. Penso: che bella invenzione! Penso che sia germinata direttamente dalla penna di questa migrante consapevole e coltissima. E invece esisteva gi\u00e0. Era gi\u00e0 patrimonio della nostra lingua. L\u2019ha usata pure Eugenio Montale, come mi spiega il Signorelli: <em>\u00e8 raro che appaia\/ nella bonaccia muta\/ tra l\u2019isole dell\u2019aria migrabonde\/ la Corsica dorsuta o la Capraia.\u00a0<\/em>Vado a riprendere\u00a0<em>Ossi di seppia\u00a0<\/em> per cercare questi versi (la poesia si intitola\u00a0<em>Casa sul mare<\/em>) e intanto penso con gratitudine ai <em>Racconti romani<\/em> della Lahiri. Mi hanno regalato una Roma insolita e insegnato qualcosa che non sapevo sulla mia stessa lingua.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>\u201c &#8211; Che citt\u00e0 di merda &#8211; dice uno di noi, spezzando il silenzio. &#8211; Ma quanto \u00e8 bella &#8211; \u201d. Si chiude cos\u00ec il libro Racconti romani di Jhumpa Lahiri (edito da Guanda). Si chiude con una sentenza. Che non spiega molto in verit\u00e0. E che giudica soltanto in parte.\u00a0 Una frase che coglie lo stato d\u2019animo degli abitanti di questa citt\u00e0 condannata ad essere eterna nella sua precariet\u00e0. Roma \u00e8 protagonista, ovviamente. Come lo fu nell\u2019altro volume che porta lo stesso titolo. Nel libro di Alberto Moravia (uscito nel 1954), per\u00f2, Roma \u00e8 una quinta quasi riconoscibile ma [&hellip;]<\/p>\n&nbsp;&nbsp;<div class=\"readmore\"><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/2022\/12\/17\/non-si-finisce-mai-di-imparare\/\">Continua a leggere...<\/a><\/div><\/p>","protected":false},"author":1023,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[36016,35925],"tags":[35972,281390,17906,453023,35946,453024,453025],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1464"}],"collection":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1023"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=1464"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1464\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":1465,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1464\/revisions\/1465"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=1464"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=1464"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=1464"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}