{"id":1521,"date":"2023-11-21T08:22:56","date_gmt":"2023-11-21T07:22:56","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/?p=1521"},"modified":"2023-11-21T08:22:56","modified_gmt":"2023-11-21T07:22:56","slug":"quei-no-che-aiutano-lo-scrittore-a-crescere","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/2023\/11\/21\/quei-no-che-aiutano-lo-scrittore-a-crescere\/","title":{"rendered":"Quei no che aiutano (lo scrittore) a crescere"},"content":{"rendered":"<p>Rileggendo <em>Il pendolo di Foucault<\/em> di Umberto Eco (Bompiani) ho trovato una delle pi\u00f9 efficaci descrizioni della <em>vanity press<\/em>. La prima volta che lessi il romanzo ero un laureando. Da allora non solo \u00e8 passato molto tempo ma ho anche accumulato molte esperienze professionali (anche in case editrici, oltre che in riviste e giornali). Allora forse, quando lo lessi per la prima volta, le descrizioni della Garamond e della Manuzio (le due case editrici che solleticano la vanit\u00e0 di improbabili autori di provincia), certi dettagli, certe spiegazioni, certi affreschi e descrizioni non mi aevano colpito pi\u00f9 di tanto perch\u00e9 \u2013 in fondo \u2013 era un mondo troppo esotico per consentirmi di apprezzare l\u2019accuratezza del ritratto.<\/p>\n<p>A tanti lustri di distanza, le cialtronesche politiche editoriali del signor Garamond sono illuminate da una luce affatto diversa. Che penetra non solo nel cuore del fenomeno ma lo spiega con vivida semplicit\u00e0. Se scrivo queste righe non \u00e8, per\u00f2, per complimentarmi con Eco (conoscitore come pochi dell\u2019industria culturale del secondo Novecento) ma per sottolineare un fenomeno di questi nostri giorni difficili e molto, molto confusi.<\/p>\n<p>Avete fatto caso che sui giornali e riviste pi\u00f9 diffuse \u00e8 scomparsa proprio la pubblicit\u00e0 di quelle case editrice a pagamento che solleticavano la vanit\u00e0 di aspiranti poeti e romanzieri? Una ventina di anni fa quelle pubblicit\u00e0 campeggiavano spesso nelle prime pagine dei quotidiani e promettevano (proprio come la Garamond raccontata da Eco) di tirar fuori dai cassetti quei capolavori che ancora (per timidezza) non erano riusciti a saltar fuori e a ricevere il giusto tributo di onori e gloria. Ora non \u00e8 pi\u00f9 cos\u00ec. Che il fenomeno si sia esaurito ne dubito fortemente. C\u2019\u00e8 ancora \u2013 e aggiungerei: purtroppo. Semmai la <em>vanity press<\/em> non \u00e8 pi\u00f9 quel canale privilegiato per titillare la vanit\u00e0 personale. Oggi a quella necessit\u00e0 rispondono molto pi\u00f9\u00a0 efficacemente i social.<\/p>\n<p>Fin dagli anni Sessanta assistiamo al lento ma costante sgretolamento del principio di autorit\u00e0 (nel senso latino di <em>auctoritas<\/em>). Col tempo abbiamo imparato a diffidare di chi parla da una cattedra (conquistata con merito). Preferiamo pescare dal mazzo della folla indistinta colui che risponde meglio \u2013 con i suoi vaneggiamenti \u2013 alle nostre perplessit\u00e0. L\u2019autorevolezza ha perso il suo fascino e non siamo pi\u00f9 disposti a farci giudicare, a incassare dei no. Quindi il bar digitale, nel quale noi ci permettiamo di pontificare, risponde alla nostra necessit\u00e0 di sfogare il nostro narcisismo. Lo stesso Umberto Eco in una delle sue ultime <em>lectio magistralis<\/em> aveva detto che internet ha dato la parola agli imbecilli. Che prima, ricorda lo stesso semiologo, non \u00e8 che stavano zitti. Al contrario. Quelle stupidaggini erano il pane quotidiano delle loro conversazioni al bar. \u201cSolo che al bar si fa presto a zittire un imbecille\u201d. Sui social \u00e8 pi\u00f9 difficile.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Rileggendo Il pendolo di Foucault di Umberto Eco (Bompiani) ho trovato una delle pi\u00f9 efficaci descrizioni della vanity press. La prima volta che lessi il romanzo ero un laureando. Da allora non solo \u00e8 passato molto tempo ma ho anche accumulato molte esperienze professionali (anche in case editrici, oltre che in riviste e giornali). 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