{"id":1586,"date":"2025-01-09T17:13:26","date_gmt":"2025-01-09T16:13:26","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/?p=1586"},"modified":"2025-01-09T17:13:26","modified_gmt":"2025-01-09T16:13:26","slug":"antonio-delfini-il-pioniere-dellautofiction","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/2025\/01\/09\/antonio-delfini-il-pioniere-dellautofiction\/","title":{"rendered":"Antonio Delfini, il pioniere dell&#8217;autofiction"},"content":{"rendered":"<p>\u00c8 confortante, ma allo stesso tempo avvilente, prendere in mano un \u201cclassico\u201d del Novecento italiano. \u00c8 confortante perch\u00e9 \u2013 se di classico stiamo parlando \u2013 avr\u00e0 una scrittura che colpisce, una voce ben distinta e soprattutto qualcosa di profondo da dire. Cos\u00ec profondo che la sua \u201cattualit\u00e0\u201d si rinnovella ad ogni lettura. Leggere un simile classico, per\u00f2, pu\u00f2 anche essere sconfortante perch\u00e9 alla fine della rilettura si \u00e8 tentati di credere che simili livelli non saranno pi\u00f9 raggiunti.\u00a0Qualcuno pu\u00f2 dire che sono un passatista. Pu\u00f2 essere. In molti casi quest\u2019accusa sar\u00e0 senz\u2019altro fondata. Non per\u00f2 quando paragono gli esangui esperimenti letterari di oggi con il funambolismo di un \u201ccavallo di razza\u201d come Antonio Delfini.\u00a0Durante queste vacanze di Natale, infatti, mi sono deliziato con \u00a0la rilettura del <em>Ricordo della Basca<\/em> (ho una vecchia edizione Garzanti del 1992). Ed \u00e8 stata appunto una lettura confortante e sconfortante a un tempo. Com\u2019\u00e8 noto, si tratta del pi\u00f9 celebre testo di questo gigantesco \u201cminore\u201d del Novecento.\u00a0 Un testo che raccoglie alcuni racconti scritti negli anni Trenta dall\u2019autore modenese.\u00a0\u00c8 il capolavoro di un provinciale che aveva a cuore non soltanto la parola letteraria ma anche la vocazione alla vita. E sapeva coniugare l\u2019intelligenza con l\u2019estro e non abbassava mai la guardia, senza cercare facili soluzioni o di assecondare la pigrizia dei lettori. Ed \u00e8 sorprendente il risultato di questi racconti che non soltanto ci descrivono i vitelloni felliniani, prima ancora che Fellini raggiunga l\u2019et\u00e0 della ragione, ma ci spiegano il come e il perch\u00e9 della provincia italiana senza indulgenza e senza sconti ma anche con una partecipazione affettiva davvero sincera. Il colore dei paesaggi ricorda i racconti di Gogol mentre le voci dei personaggi e le loro ubbie fanno pensare a due \u201callievi\u201d come Gianni Celati ed Ermanno Cavazzoni.<\/p>\n<p>Quando, per\u00f2, negli anni Cinquanta, lo stesso Delfini rimette mano ai racconti e li impreziosisce di una singolare introduzione allora le cose si fanno ancor pi\u00f9 interessanti. Questa lunga introduzione, infatti, \u00e8 uno dei primi (e a mio modesto parere ancora insuperati) esempi di auto-fiction. Ben prima \u2013 tra l\u2019altro \u2013 che questa orribile definizione entrasse nel lessico comune dei lettori (non comuni e quindi forti). \u00c8 un\u2019introduzione che si fa racconto. Che mette il personaggio Antonio Delfini al centro della scena. Una scena, per altro disegnata sfruttando i paesaggi e le storie dei singoli racconti.<\/p>\n<p>Si apre, quindi, uno straordinario gioco di specchi che avrebbe fatto la felicit\u00e0 di Jorge Luis Borges. Dove i rimandi meta-narrativi diventano la ragione stessa del suo divertimento. Facendo in questo modo dell\u2019uomo Delfini, dello scrittore Delfini e del personaggio Delfini tre bersagli da colpire a ripetizione passando dall\u2019uno all\u2019altro senza piet\u00e0 alcuna.\u00a0Ditemi voi se oggi esistono scrittori altrettanto audaci. L\u2019<em>autofiction<\/em> di oggi arriva al massimo a fare della compiacente autoironia (come il caso di Francesco Piccolo e dei suoi <em>Momenti di trascurabile felicit\u00e0<\/em>). Di certo non mette in discussione canoni e stili di vita, come faceva l\u2019autore modenese.\u00a0\u201cA ripensarci dico che se avessi allora tenuto un <em>journal <\/em>\u00a0non avrei potuto avere il tempo di vivere, n\u00e9 l\u2019estro di creare, quei veri racconti, vivendo i quali non ho avuto il tempo di scriverli\u201d. Questa folgorante citazione si trova a pagina 11 del libro. Facile intuire che \u2013 passata la pagina \u2013 si vada avanti con animo sereno sapendo di aver tra le mani un capolavoro ancora originalissimo che di sicuro non ci deluder\u00e0.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>\u00c8 confortante, ma allo stesso tempo avvilente, prendere in mano un \u201cclassico\u201d del Novecento italiano. \u00c8 confortante perch\u00e9 \u2013 se di classico stiamo parlando \u2013 avr\u00e0 una scrittura che colpisce, una voce ben distinta e soprattutto qualcosa di profondo da dire. Cos\u00ec profondo che la sua \u201cattualit\u00e0\u201d si rinnovella ad ogni lettura. Leggere un simile classico, per\u00f2, pu\u00f2 anche essere sconfortante perch\u00e9 alla fine della rilettura si \u00e8 tentati di credere che simili livelli non saranno pi\u00f9 raggiunti.\u00a0Qualcuno pu\u00f2 dire che sono un passatista. Pu\u00f2 essere. In molti casi quest\u2019accusa sar\u00e0 senz\u2019altro fondata. 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