{"id":1594,"date":"2025-02-05T20:55:05","date_gmt":"2025-02-05T19:55:05","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/?p=1594"},"modified":"2025-02-05T20:55:05","modified_gmt":"2025-02-05T19:55:05","slug":"in-fuga-dalla-retorica-sulle-montagne-del-cadore","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/2025\/02\/05\/in-fuga-dalla-retorica-sulle-montagne-del-cadore\/","title":{"rendered":"In fuga dalla retorica sulle montagne del Cadore"},"content":{"rendered":"<p>I buoni libri sono come le ciliegie: uno tira l\u2019altro. Ed \u00e8 cos\u00ec che, dopo la lettura di <em>Libera nos a Malo<\/em>, ho iniziato quella de <em>I piccoli maestri<\/em>, altra opera di ispirazione autobiografica con la quale Luigi Meneghello ha dato testimonianza della sua militanza nelle milizie partigiane. Anche assaporare la seconda ciliegia ne \u00e8 valsa la pena. Il racconto parte dall\u20198 settembre che sorprende il protagonista allievo ufficiale di stanza nel Viterbese. Da l\u00ec la risalita verso casa, in Veneto, a piedi o con mezzi di fortuna. Poi la presa di coscienza e l\u2019adesione a una formazione partigiana di Giustizia e Libert\u00e0. Il titolo del libro d\u00e0 conto proprio del tipo di squadra cui si \u00e8 legato il protagonista. Tutti giovanissimi studenti universitari guidati da un professore antifascista. Con la testa piena di azioni eroiche tratte dai classici greci e latini e la voglia di misurare le incombenze della guerra con le teorie di palingenesi sociale. Alla fine, saranno loro a essere messi sotto esame dalla guerra che si risolver\u00e0 in un violento e drammatico apprendistato alla vita.<\/p>\n<p>In una scena memorabile, ambientata come quasi tutto il resto del racconto sull\u2019altopiano di Asiago tra le montagne del Cadore, si vedono due partigiani difendersi dall\u2019afa estiva sotto le fronde di un albero. Davanti a loro, in lontananza, due contadine continuano a lavorare in un campo. I partigiani non riescono a capacitarsi di come le due ragazze riescano a sopportare quel caldo mentre piegate sulla terra continuavano in silenzio il loro lavoro. La scena, riflette uno dei due partigiani, \u00e8 paradossale. Loro si godono un intermezzo di pace in mezzo alla guerra, mentre le contadine che non combattono non smettono mai la loro \u201cguerra\u201d fatta di fatica e sudore.<\/p>\n<p>E il punto sul quale ruota la parabola di questa avventura \u00e8 proprio il fatto che la guerra non rappresenta che una parantesi nel lungo fiume della vita del protagonista. In molti, all\u2019inizio del movimento di liberazione, avevano sperato che la guerra potesse rappresentare un \u201camarissima medicina\u201d con la quale non soltanto liberarsi del nemico nazista ma anche emendare le storture della societ\u00e0 italiana. Liberarsi dal fascismo avrebbe dovuto essere liberarsi dai vizi antichi e dalle vecchie piaghe del nostro Paese. Ma non \u00e8 cos\u00ec. E nelle pagine finali il protagonista avverte con chiarezza che la Liberazione \u00e8 soltanto un breve momento di euforia, un\u2019amara illusione.<\/p>\n<p>La retorica si era gi\u00e0 impadronita dell\u2019ideologia antifascista e i piccoli maestri, deposte le armi, venivano chiamati \u2013 all\u2019alba del 25 aprile \u2013 a scrivere editoriali sulla vittoria. Ma l\u2019editoriale \u00e8 gi\u00e0 un punto fermo. Una pietra tombale per nascondere i mali tutt\u2019altro che sconfitti che attanagliavano la nostra comunit\u00e0 devastata dalla guerra.<\/p>\n<p>Siamo soltanto nel 1964 quando Meneghello d\u00e0 corpo a questo racconto, eppure la guerra e il tormentato e vorticoso dopoguerra sembrano lontanissimi. \u201cUn po\u2019 alla volta \u2013 fa dire al protagonista che si trova ad osservare spaesato i festeggiamenti della Liberazione con i tricolori <em>liberati<\/em> dal simbolo sabaudo \u2013 mi era venuta un\u2019assurda voglia di ritirarmi subito da questa storia, andare in biblioteca quella mattina stessa, prendere un libro e mettermi a studiare\u201d. Le biblioteche erano ovviamente chiuse e a fermentare era soltanto la cultura propagata dai giornali. E il partigiano disilluso chiamato a scrivere un editoriale all\u2019alba della nuova era antifascista urla sconfortato: \u201cNoi abbiamo bisogno di studiare, non di scrivere!\u201d<\/p>\n<p>Ai piccoli maestri, intellettuali ancora immuni dal morbo della disillusione, era rimasta la voglia di studiare, di applicare le teorie alla cura del mondo. Questi giovani e goffi partigiani, per\u00f2, non saranno tra coloro che guideranno le sorti magnifiche e progressive del dopoguerra. Si rintaneranno nelle piccole torri eburnee di provincia. Forse \u00e8 proprio quel loro lento ritirarsi, quel loro lasciarsi marginalizzare dalla societ\u00e0, il seme della societ\u00e0 in cui oggi ci troviamo a vivere.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>I buoni libri sono come le ciliegie: uno tira l\u2019altro. 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