{"id":1658,"date":"2026-02-20T18:27:40","date_gmt":"2026-02-20T17:27:40","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/?p=1658"},"modified":"2026-02-20T18:27:40","modified_gmt":"2026-02-20T17:27:40","slug":"quando-ripassa-il-treno-di-manzoni-meglio-non-perderlo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/2026\/02\/20\/quando-ripassa-il-treno-di-manzoni-meglio-non-perderlo\/","title":{"rendered":"Quando &#8220;ripassa&#8221; il treno di Manzoni meglio non perderlo"},"content":{"rendered":"<p>Ogni volta che riprendo in mano un classico della nostra letteratura penso ai melomani. Alla loro passione. Al loro entusiasmo nel sedersi in galleria e assistere per l\u2019ennesima volta all\u2019allestimento di un\u2019opera. Se sono fortunati si tratta di un nuovo allestimento. Che consentirebbe loro di far confronti sulle diverse impostazioni della regia, della scenografia e anche della direzione orchestrale. Se non sono cos\u00ec fortunati potranno sempre aspettare con trepidazione quei \u201cpassaggi\u201d che hanno sempre scaldato i loro cuori, quei vocalizzi e quei virtuosismi che li hanno sempre riempiti di meraviglia e vedere quanto il tempo ha mutato il loro stesso porsi di fronte all\u2019opera e alla storia sottesa.<\/p>\n<p>Per me accade lo stesso con i grandi romanzi. L\u2019ultimo che ho ripreso in mano \u00e8 <em>I promessi sposi <\/em>di Manzoni. Ho acquistato un\u2019edizione Einaudi che vanta anche una introduzione di Salvatore Silvano Nigro. Si tratta di un\u2019edizione economica (ma molto ben confezionata) che riporta in appendice anche la <em>Storia della colonna infame<\/em>. Anzi non in appendice. Perch\u00e9 la<em> Storia <\/em>ha la stessa dignit\u00e0 nel titolo che hanno proposto i curatori del libro. Ed \u00e8 proprio a partire dalla confezione di questa edizione che parte la mia piccola e \u201cpersonalissima\u201d disamina del testo. \u00a0Ma ci torner\u00f2 a suo tempo. Prima parliamo del romanzo.<\/p>\n<p>Proprio come un melomane di fronte all\u2019ennesima versione della <em>Tosca<\/em> mi sono beato della lettura manzoniana, trepidando nel ritrovare certi passi, certe descrizioni, certi personaggi, e nel sorridere di ammirazione per certe trovate dell\u2019autore. E soprattutto nell\u2019accorgermi che una \u201clettura matura\u201d aggiunge sugo a un piatto gi\u00e0 sapido di suo. D\u2019altronde ogni volta l\u2019incanto si ripete. Cosa che giustamente succede soltanto con i grandi classici che non perdono mai vitalit\u00e0 e forza.\u00a0 E poi c\u2019\u00e8 la lingua del Manzoni. Una lingua (non servirebbe nemmeno scriverlo) che non ha eguali e che conforta sempre il lettore che cerca costantemente (senza mai trovarlo) un buon esempio di stile letterario nei nostri contemporanei.<\/p>\n<p>Saltando a pie\u2019 pari tutti i preamboli sul plot (e ci mancherebbe altro!), arrivo al dunque dei passaggi che mi hanno colpito in questa nuova lettura. Intanto c\u2019\u00e8 da dire che \u00e8 la prima volta che lo prendo in mano dopo l\u2019esperienza del Covid. E non \u00e8 un dettaglio da poco. La storia della peste che ha messo Milano in ginocchio nel 1630 non lascia indifferente\u00a0chi \u00e8 passato attraverso l\u2019esperienza dei lock down dovuti alla pandemia. Tutti i meccanismi sociali e culturali che hanno dimostrato quanto i milanesi fossero impreparati allora si sono replicati con drammatica evidenza nella nostra esperienza del covid. La paura dei monatti, le restrizioni, le insolenze contro gli scienziati, le false credenze\u2026. Basta aggiornare le descrizioni e si hanno cronache perfette dei nostri giorni con la pandemia. E poi basta vedere la descrizione delle strade milanesi attraversate da un Renzo ormai immune. \u201cEra uno di que\u2019 tempi, in cui, tra una compagnia di viandanti non c\u2019\u00e8 nessuno che rompa il silenzio; e il cacciatore cammina pensieroso, con lo sguardo a terra; e la villana, zappando nel campo, smette di cantare, senza avvedersene; di que\u2019 tempi forieri della burrasca, in cui la natura, come immota al di fuori, e agitata a un travaglio interno, par che opprima ogni vivente, e aggiunga non so quale gravezza a ogni operazione, all\u2019ozio, all\u2019esistenza stessa\u201d.<\/p>\n<p>Lasciando perdere la storia dei fidanzatini sfigati, \u00e8 il contesto il vero protagonista (e il vero capolavoro) di Manzoni. La rivolta del pane non ci dice tanto anche rispetto alle tante emergenze sociali del presente? La ribellione e gli assalti ai forni? Come sono trattati dall\u2019autore? Come li vede? Non sembra di avere uno specchio davanti a noi nel quale vengono mostrate le violenze urbane di oggi che blaterano di palingenesi ma incitano soltanto a una violenza fine a s\u00e9 stessa?<\/p>\n<p>E poi ci sono i ritratti: non dei fidanzatini (anche se li descrive con una precisione chirurgica), bens\u00ec del cardinale Borromeo, dell\u2019Innominato, fra\u2019 Cristoforo, e su tutti di don Abbondio (paradigmatico del genio italiano come solo Alberto Sordi riuscir\u00e0 poi a essere pi\u00f9 di un secolo dopo).<\/p>\n<p>Non posso dilungarmi oltre, anche se ne avrei ancora tante di cose da dire. Mi limiter\u00f2 a due postille. Una riguarda l\u2019edizione. Il volume in questione riporta in copertina un ritratto della <em>Monaca di Monza<\/em>, firmato da Giuseppe Molteni (1847, ora nelle Civiche raccolte d\u2019arte moderna di Pavia). L\u2019editoria contemporanea ha da tempo riconosciuto che non \u00e8 la coppia di aspiranti sposi il vero protagonista del romanzo ma, come appunto abbiamo scritto prima, il contesto sociale e storico. E in questo contesto spicca per esemplarit\u00e0 la storia della monaca di Monza. Anch\u2019essa oggi ci pu\u00f2 dire molto, di come l\u2019inferno possa nascondersi tra le mura di una dorata vita domestica. E su quanto si pagano caro le scelte proditorie dei genitori.<\/p>\n<p>L\u2019altra postilla \u00e8 una sorta di <em>mea culpa<\/em>. Mi sono accorto che a pagina 621 di questa edizione Manzoni scrive la parola \u201ctreno\u201d per intendere una serie di vetture che si susseguono in fila all\u2019uscita dalla citt\u00e0 di Milano. Possibile che durante i miei studi (anche di filologia e storia della lingua) non mi sia accorto di questa parola? Possibile che solo all\u2019ennesima lettura, varcata tra l\u2019altro la soglia dei sessanta, l\u2019occhio si sia fermato su questo termine che solo a una superficiale lettura pu\u00f2 apparire incongruo? Il termine appare, infatti, nella nostra lingua fin dal XII secolo per intendere una carovana, dove i convogli sono legati uno all\u2019altro. Alla fine, \u00e8 l\u2019ennesima riprova dell\u2019utilit\u00e0 delle riletture. Soprattutto se si ha il piacere di riprendere capolavori come questo<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Ogni volta che riprendo in mano un classico della nostra letteratura penso ai melomani. Alla loro passione. Al loro entusiasmo nel sedersi in galleria e assistere per l\u2019ennesima volta all\u2019allestimento di un\u2019opera. Se sono fortunati si tratta di un nuovo allestimento. Che consentirebbe loro di far confronti sulle diverse impostazioni della regia, della scenografia e anche della direzione orchestrale. 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