{"id":1710,"date":"2026-10-02T20:28:44","date_gmt":"2026-10-02T18:28:44","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/?p=1710"},"modified":"2026-10-02T20:28:44","modified_gmt":"2026-10-02T18:28:44","slug":"che-incubo-quando-incontri-il-tuo-doppio-soprattutto-se-si-chiama-philip-roth","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/2026\/10\/02\/che-incubo-quando-incontri-il-tuo-doppio-soprattutto-se-si-chiama-philip-roth\/","title":{"rendered":"Che incubo quando incontri il tuo doppio (soprattutto se si chiama Philip Roth)"},"content":{"rendered":"<p>Che l\u2019autofiction sia l\u2019ultima frontiera della sperimentazione letteraria \u00e8 un fatto ormai acclarato. Nessuna obiezione. Se poi prendiamo, come esempio, uno scrittore che ha fatto della sperimentazione e della provocazione una cifra inconfondibile della sua poetica e lo si mette all\u2019opera nel campo dell\u2019autofiction ci si possono aspettare soltanto fuochi d\u2019artificio. E, in finale, un capolavoro.<\/p>\n<p>Ed \u00e8 quanto succede <em>con Operazione Shylock<\/em> (<em>Operation Shylock. A confession<\/em>), pubblicato da Philip Roth nel 1993, ora riedito da Adelphi nella traduzione di Ottavia Fatica. Edizione, peraltro, impreziosita da una prefazione di Emmanuel Carr\u00e8re.<\/p>\n<p>L\u2019autore del <em>Lamento di Portnoy<\/em> si cimenta qui con il tema del doppio. Ma non con un doppio qualsiasi ma proprio col suo. E non c\u2019\u00e8 antagonista pi\u00f9 pericoloso e infido di un altro Philip Roth che condivide con lo scrittore sia il nome che l\u2019aspetto. Un doppio nel quale l\u2019autore (o meglio il narratore di questo meraviglioso romanzo) si imbatte mentre si reca a Gerusalemme per intervistare un suo collega israeliano. L\u2019impostore non si limita a usurpare titolo e nome ma sfrutta la popolarit\u00e0 dello scrittore americano per lanciare il suo fantasmatico progetto: il diasporismo, un movimento che invita gli ebrei ashkenaziti a fare il percorso inverso, cio\u00e8 il ritorno nei Paesi d\u2019origine della vecchia Europa. Lo scopo? Salvarsi da un pi\u00f9 che probabile conflitto in Medio Oriente.<\/p>\n<p>Da qui si dipana un rocambolesco susseguirsi di colpi di scena, incontri improbabili, momenti grotteschi e drammatici. Dentro queste pagine c\u2019\u00e8 di tutto: dal tema del doppio, alla riflessione sul sionismo, dal complottismo al tema della menzogna letteraria. Il tutto, ovviamente, in un puro metaromanzo dove l\u2019autore si diverte anche ad alludere a un capitolo espunto causa censura del Mossad.<\/p>\n<p>Ed \u00e8 proprio un vecchio (e anche improbabile) agente del servizio segreto israeliano a svelare tutti gli inganni e gli intrecci che si nascondevano dietro l\u2019attivismo del \u201cfinto\u201d Philip Roth. Una spia che non solo ha il compito di smascherare gli inganni ma anche di incalzare l\u2019autore sulle verit\u00e0 della letteratura e del lavoro. Di fronte alle lucide provocazioni di Smilesburger il narratore allarga le braccia scoraggiato. \u201cTagliamo corto. Io non posso conoscere le cose in s\u00e9 e per s\u00e9, invece lei s\u00ec. Io non posso trascendere me stesso, lei invece s\u00ec. Io non posso esistere fuori di me, lei invece s\u00ec. Al di fuori della mia esistenza e delle mie idee io non so nulla, la mia mente determina <em>in toto<\/em> come la realt\u00e0 mi appare, per lei invece la mente funziona diversamente. Lei conosce il mondo per quello che \u00e8, io lo conosco soltanto per come appare\u201d. Alla fine, il narratore alza bandiera bianca. Di fronte ai mali del mondo e alle piaghe pi\u00f9 tragiche del reale (come il conflitto arabo-israeliano), lo scrittore non pu\u00f2 far niente \u00a0e per bucare il filtro tra finzione e realt\u00e0 pu\u00f2 soltanto puntare all\u2019introspezione. E la chiave della sua impotenza \u00e8 proprio nel tema del Doppio l\u2019autore sfoggia il pi\u00f9 virtuoso autolesionismo, azzannando s\u00e9 stesso come scrittore, come ebreo e come essere umano.<\/p>\n<p>A noi resta una commedia noir di impareggiabile perizia stilistica. Ecco perch\u00e9 almeno noi assolviamo Roth dai suoi peccati e dalle sue idiosincrasie. E a fine lettura rimettiamo il volume nello scaffale dei classici novecenteschi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Che l\u2019autofiction sia l\u2019ultima frontiera della sperimentazione letteraria \u00e8 un fatto ormai acclarato. Nessuna obiezione. Se poi prendiamo, come esempio, uno scrittore che ha fatto della sperimentazione e della provocazione una cifra inconfondibile della sua poetica e lo si mette all\u2019opera nel campo dell\u2019autofiction ci si possono aspettare soltanto fuochi d\u2019artificio. E, in finale, un capolavoro. Ed \u00e8 quanto succede con Operazione Shylock (Operation Shylock. A confession), pubblicato da Philip Roth nel 1993, ora riedito da Adelphi nella traduzione di Ottavia Fatica. Edizione, peraltro, impreziosita da una prefazione di Emmanuel Carr\u00e8re. 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