{"id":448,"date":"2014-06-13T07:45:06","date_gmt":"2014-06-13T05:45:06","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/?p=448"},"modified":"2014-06-13T10:34:41","modified_gmt":"2014-06-13T08:34:41","slug":"lansia-di-kafka-ci-rende-felici","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/2014\/06\/13\/lansia-di-kafka-ci-rende-felici\/","title":{"rendered":"L&#8217;ansia di Kafka ci rende felici"},"content":{"rendered":"<p>L\u2019ansia di <strong>Kafka<\/strong> rende noi lettori felici. Ecco una massima che suona quasi come un paradosso. Oltretutto sembrerebbe, a un primo approccio, una sentenza molto cinica. Si direbbe che sia sul dolore dello scrittore (Kafka in questo caso diviene una sorta di sineddoche in rappresentanza degli scrittori tutti) che fondiamo la nostra soddisfazione. Lui infatti scrive, scrive, scrive. Spesso mosso da urgenze dolorose; da ansie incompiute, da pensieri luttuosamente profondi. E quel risultato noi lo riconosciamo nelle sembianze di libro. Lo apriamo (il libro) voluttuosamente. E avidamente lo leggiamo. E spesso (ma non sempre, va precisato) ne godiamo copiosamente la scrittura (letteraria, <em>ca va sans dire<\/em>). Quindi il risultato finale \u00e8 che la sua infelicit\u00e0 di scrittore rende noi felici. Ed \u00e8 questa la conclusione che ricavo dal blog di <strong>Andrea Pomella<\/strong>. Questo giovane scrittore romano (ha all\u2019attivo alcuni romanzi, il pi\u00f9 quotato dei quali si intitola <em>La misura del danno<\/em>, ed \u00e8 stato pubblicato l\u2019anno scorso da Fernandel) ha scritto un articolo dal titolo <em>Il motivo per cui uno scrittore sar\u00e0 sempre un lettore infelice<\/em>. \u00a0Quindi non parla della gioia che provano i lettori comuni, bens\u00ec di tutte le preoccupazioni, ansie e frustrazioni che fanno s\u00ec che la lettura dei romanzi degli altri sia sempre un calvario per gli scrittori. <a href=\"http:\/\/andreapomella.com\/2014\/06\/11\/il-motivo-per-cui-uno-scrittore-sara-sempre-un-lettore-infelice\/\">http:\/\/andreapomella.com\/2014\/06\/11\/il-motivo-per-cui-uno-scrittore-sara-sempre-un-lettore-infelice\/<\/a>\u00a0Ci sarebbe da citarlo copiosamente ma ovviamente in questa sede mi limito a offrire il link del pezzo. Mi permetto qui di riportare solo un passaggio. \u201cLa lettura di un libro \u2013 spiega Pomella \u2013 \u00e8 per uno scrittore il terreno per una contesa letteraria, il campo vagheggiato di una lotta feroce che si ingaggia con l\u2019altro scrittore, l\u2019antagonista assente\u201d. Ed \u00e8 una cosa che <em>mutatis mutandis<\/em> capita a un cineasta quando va al cinema o a un artista quando entra in una galleria. L\u2019aver proposto il link di questo articolo serve a noi umili e semplici lettori (che mai scriveremo un romanzo) per realizzare quanto sia fortunata la nostra posizione.<\/p>\n<p>Il lettore, per\u00f2, deve essere consapevole del privilegio di cui gode. E non deve buttarsi gi\u00f9 sciroppandosi fino all&#8217;ultima pagina libri indigesti solo per solidariet\u00e0 con il sofferente autore. Deve sentirsi libero di godere appieno proprio della sua libert\u00e0. Ed \u00e8 un grande scrittore &#8211; in questo caso &#8211; \u00a0a darci la sua benedizione. <strong>Daniel Pennac<\/strong> in <em>Storia di un corpo<\/em> (Feltrinelli) offre addirittura una sorta di decalogo. La prima norma parla addirittura del diritto di non leggere, cui seguono il diritto di saltare pagine e quello di non finire il libro. Tra i punti qualificanti anche quello importantissimo che riguarda il diritto al bovarismo. Con buona pace di <strong>Gustave Flaubert<\/strong>, Pennac afferma perentoriamente: &#8220;E&#8217; questo, a grandi linee, il <em>bovarismo<\/em>, la soddisfazione immediata ed esclusiva delle nostre sensazioni:\u00a0l&#8217;immaginazione che si dilata, i nervi che vibrano, il cuore che si accende, l&#8217;adrenalina che sprizza, l\u2019identificazione che diventa totale e il cervello che prende (momentaneamente) le lucciole del quotidiano per le lanterne dell\u2019universo romanzesco\u2026\u00a0E\u2019 il nostro primo stato di lettori&#8221;.<\/p>\n<p>Sulla pagina gi\u00e0 scritta da altri, insomma, noi (lettori felici) \u00a0sospendiamo la nostra incredulit\u00e0, cos\u00ec come abbandoniamo logica e realismo ogni volta che assistiamo a un\u2019opera lirica, a uno spettacolo teatrale o che ammiriamo un film al cinema. Questo procedimento \u00e8 istintivo fino a un certo punto. Ci dobbiamo mettere del nostro. E soprattutto dobbiamo far vincere la nostra istintiva pigrizia. Ed \u00e8, paradosso dei paradossi, proprio la nostra indolenza a salvare noi e a riscattare la <em>via crucis<\/em> attraverso la quale \u00e8 passato lo scrittore. E non pensiate che gli scrittori umoristici o i pi\u00f9 raffinati gestori dell\u2019ironia abbiano sofferto di meno. Il \u00a0monopolio del dolore non \u00e8 di Kafka, appunto. Il primo esempio che mi balza davanti agli occhi \u00e8 la vita di <strong>Charles Dickens<\/strong>. Ma sono tanti i nomi che compongono questo particolare Pantheon dove rifulgono i ritratti di quei maestri della penna che hanno sublimato il loro dolore per la nostra felicit\u00e0. A voi lettori riconoscerli e completare la lunga (immagino molto lunga) galleria di <em>auctores<\/em>. Tenendo sempre a portata di mano il decalogo di Pennac in modo che nulla, proprio nulla, turbi la nostra felicit\u00e0.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>L\u2019ansia di Kafka rende noi lettori felici. Ecco una massima che suona quasi come un paradosso. Oltretutto sembrerebbe, a un primo approccio, una sentenza molto cinica. Si direbbe che sia sul dolore dello scrittore (Kafka in questo caso diviene una sorta di sineddoche in rappresentanza degli scrittori tutti) che fondiamo la nostra soddisfazione. Lui infatti scrive, scrive, scrive. Spesso mosso da urgenze dolorose; da ansie incompiute, da pensieri luttuosamente profondi. E quel risultato noi lo riconosciamo nelle sembianze di libro. Lo apriamo (il libro) voluttuosamente. E avidamente lo leggiamo. 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