{"id":522,"date":"2014-10-07T08:00:57","date_gmt":"2014-10-07T06:00:57","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/?p=522"},"modified":"2014-10-06T18:25:54","modified_gmt":"2014-10-06T16:25:54","slug":"522","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/2014\/10\/07\/522\/","title":{"rendered":"Cummings, Kafka e la Grande Guerra"},"content":{"rendered":"<p>Non troverete tra le pagine di <em>La stanza enorme<\/em> nemmeno uno sparo. Non ammirerete nemmeno una compassionevole descrizione della vita di trincea. Tra le pagine del romanzo di <strong>Edward Estlin Cummings<\/strong> (1894-1962), che ora <strong>Baldini &amp; Castoldi<\/strong> riporta in libreria, non vi soffermerete su alcuna battaglia o epico episodio di coraggio. Insomma del dramma della Prima Guerra mondiale non si trova in questo titolo alcun di quei <em>topoi<\/em> tanto cari alla memorialistica di genere. Eppure, basta sfogliare un\u2019enciclopedia, un compendio di storia della letteratura americana, o un buon saggio sulla letteratura di guerra per venire a sapere che proprio questo romanzo, uscito per la prima volta nel1922 a New York, \u00e8 uno dei testi letterari di cui proprio non si pu\u00f2 fare a meno per capire al meglio cos\u2019\u00e8 stata la Grande Guerra. Il perch\u00e9 ve lo spieghiamo dopo intanto ricordiamo chi \u00e8 l&#8217;autore.<\/p>\n<p>Cummings come la maggior parte dei suoi colleghi americani, non \u00e8 il tipo che si arrovella per inventare arabeschi letterari. Come i suoi conterranei, ha bisogno di calarsi realmente dentro una situazione per poterla descrivere. E probabilmente fin dal lontano 1916, quando ormai stava per laurearsi nel prestigioso ateneo di Harvard, pensava a una futura carriera letteraria. A una nobile attivit\u00e0, insomma, che concedesse a lui il privilegio di sondare il labirinto caotico che siamo soliti chiamare umanit\u00e0. Cosa di meglio di una guerra, con tutte le sue sofferenze e privazioni? Si sar\u00e0 detto. Magari senza prendere un fucile in mano. Insomma senza colpo ferire. E la risposta arriva facile alla sua mente, come a quella di tanti altri protagonisti di quella che fu poi definita da <strong>Gertrude Stein <\/strong>la <em>lost generation<\/em>, vale a dire il gruppo di scrittori, artisti e intellettuali cresciuto molto in fretta proprio perch\u00e9 testimone dei laceranti drammi imposti dalla guerra. Proprio come <strong>Hemingway<\/strong> e <strong>Dos Passos<\/strong>, il giovane Cummings sceglie di arrivare al fronte con il ruolo di barelliere. Un\u2019idea, dicevamo, molto popolare all\u2019epoca.<\/p>\n<p>Cummings viveva in uno degli ambienti pi\u00f9 snob del Paese. Non solo aveva studiato a Harvard, come da tradizione familiare, ma il padre Edward, professore di Scienze sociali nel suo stesso ateneo, e la madre <strong>Rebecca Haswell Clarke<\/strong> provenivano da due delle famiglie pi\u00f9 influenti e ricche del New England. Proprio il padre, con il quale il futuro scrittore aveva un rapporto molto stretto, spinse il figlio alla carriera artistica. Non solo. Lo aiut\u00f2 anche a tirarsi fuori dai guai quando, per ingenuit\u00e0 e per inesperienza, quest\u2019ultimo incapp\u00f2 nel miope ma rigido sistema giudiziario francese. Appena sbarcato a Parigi, infatti, il giovane Cummings aveva stretto amicizia con <strong>William Slater Brown<\/strong>, altro rampollo americano con ambizioni artistiche, che aveva avuto l\u2019impudenza di scrivere una lettera &#8220;pacifista&#8221; a un membro del Congresso. Ai francesi la cosa non piacque affatto. Anche se i due lavoravano come barellieri in un\u2019organizzazione composta per met\u00e0 da francesi, furono presto spediti in un campo di prigionia non lontano da Marsiglia.<\/p>\n<p>Ed \u00e8 proprio quella esperienza che solo pochi anni dopo lo scrittore sublimer\u00e0 nel suo primo e ineguagliato romanzo. <em>La stanza enorme<\/em> usc\u00ec per la prima volta in Italia solo nel 1978 con la traduzione di <strong>Alfredo Rizzardi<\/strong>. In America invece \u00e8 un<em> long seller<\/em> da sempre. Il suo eclettismo, paradossalmente, trova la sintesi perfetta proprio nel romanzo d\u2019esordio. <em>La stanza enorme<\/em> ricorda <em>Il castello <\/em>di <strong>Franz Kafka<\/strong>, anche, se all\u2019epoca in cui scrisse, Cummings conosceva dell\u2019autore praghese solo le prime prove narrative. Il romanzo rievoca, infatti, la sua drammatica esperienza raccontando la vita nel campo di prigionia di la Fert\u00e9 Mac\u00e9, dove rimase per pochi mesi prima dell\u2019intervento del padre che, grazie alle sue aderenze a Washington e grazie alla benevola amicizia di <strong>Cornelius Vanderbilt III<\/strong>,\u00a0 che alle ingenti fortune della sua famiglia prefer\u00ec una ben pi\u00f9 scomoda carriera militare, \u00e8 riuscito a far liberare il figlio, accusato di tradimento. Accusa peraltro infondata. L\u2019assurdit\u00e0 della sua imputazione viene scelta come grande metafora del romanzo che punta su tinte surreali e tragicomiche. In uno stile, inoltre, molto raffinato dove si mescolano i linguaggi alti e quelli popolari, dove l\u2019inglese coabita con espressioni prese in prestito dai compagni di sventura di Cummings che provenivano da mezza Europa.<\/p>\n<p>Alla fine il libro centra il suo bersaglio. A centinaia di chilometri di distanza dal fronte, infatti, la Fert\u00e9 Mac\u00e9, descritta da Cummings con mano espressionista, rappresenta il lato oscuro della guerra. Anche un apparentemente \u201cpacifico\u201d campo di prigionia riesce nell\u2019opera di \u201cdecomposizione delle coscienze\u201d, come ebbe a scrivere <strong>Antonio Debenedetti<\/strong> a proposito di questo capolavoro ritrovato.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Non troverete tra le pagine di La stanza enorme nemmeno uno sparo. Non ammirerete nemmeno una compassionevole descrizione della vita di trincea. Tra le pagine del romanzo di Edward Estlin Cummings (1894-1962), che ora Baldini &amp; Castoldi riporta in libreria, non vi soffermerete su alcuna battaglia o epico episodio di coraggio. Insomma del dramma della Prima Guerra mondiale non si trova in questo titolo alcun di quei topoi tanto cari alla memorialistica di genere. 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