{"id":588,"date":"2015-02-19T08:20:30","date_gmt":"2015-02-19T07:20:30","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/?p=588"},"modified":"2015-02-21T09:38:13","modified_gmt":"2015-02-21T08:38:13","slug":"chiudiamo-le-librerie-e-accendiamo-i-pc","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/borgia\/2015\/02\/19\/chiudiamo-le-librerie-e-accendiamo-i-pc\/","title":{"rendered":"Chiudiamo le librerie (e non pensiamoci pi\u00f9)"},"content":{"rendered":"<p>Pu\u00f2 succedere a tutti. O meglio pu\u00f2 succedere a quelli che come me peccano talvolta di ingenuit\u00e0 e di ottimismo. Pu\u00f2 succedere insomma di nutrire un eccesso di fiducia nei confronti delle librerie, dei giornali, dei libri e in genere del mondo del sapere veicolato dall\u2019industria editoriale. E ti accorgi che di eccesso di fiducia si tratta quando ti si para davanti agli occhi un indizio inaspettato. Un suggerimento, insomma, a rivedere tutta la storia dell\u2019ottimismo (e anche dell\u2019ingenuit\u00e0).<\/p>\n<p>Stiamo parlando di librerie; stiamo parlando della filiera del libro. Che indubbiamente si presenta sempre pi\u00f9 magmatica e sempre meno rassicurante. Ma partiamo subito dal fatto, dall\u2019esempio che, temo, pu\u00f2 diventare (se non lo \u00e8 gi\u00e0) paradigma di una realt\u00e0 radicalmente mutata, e probabilmente non in meglio.<\/p>\n<p>L\u2019altro giorno sul nostro <em>Giornale<\/em> ho letto uno splendido articolo di <strong>Stenio Solinas<\/strong> su <strong>Evelyn Waugh<\/strong>. L\u2019occasione \u00e8 la pubblicazione di un volume che raccoglie i racconti del celebre scrittore inglese. A pubblicarlo \u00e8 <strong>Bompiani<\/strong>. Intrigato dal pezzo, decido di andare in libreria ad acquistare il libro. La redazione non \u00e8 lontana da una delle pi\u00f9 grandi librerie della citt\u00e0. Libreria che si trova, tra l&#8217;altro, in una trafficata strada del centro di Roma. Ci sono tutti i presupposti che il volume sia una facile preda. La libreria \u00e8 grande e ben fornita. E si trova in una posizione centrale. Il libro \u00e8, poi, appena uscito ed \u00e8 pubblicato da una grande casa editrice. Insomma nessun rischio, quindi, ti tornare a mani vuote.<\/p>\n<p>E invece la ricerca tra i banchi della libreria risulta alla fine infruttuosa. Il libro non lo trovo. Per\u00f2 non mi faccio scoraggiare. Vado al banco informazioni per prenotarlo. Spiego alla solerte e gentilissima commessa quale libro stia cercando e le chiedo di ordinarlo. Dopo aver consultato il suo computer la signora sgrana gli occhi e fatica a trattenere un\u2019espressione mista di stupore e disappunto. E mi spiega che non \u00e8 cos\u00ec facile ordinarlo. Mi dice, altres\u00ec, che loro stessi hanno chiesto alcune copie del titolo ma che il distributore non le ha mai inviate e che quindi \u00e8 probabile che possa non evadere la mia stessa richiesta. Quindi torno a casa senza il libro. E mentre rientro mi metto a pensare a cosa dovrebbe fare chi vive in provincia. Magari in una cittadina lontana dai circuiti della grande distribuzione. E poi rifletto anche sul fatto che se avessi voluto avrei potuto ordinare il libro via internet subito dopo aver letto l\u2019articolo di Solinas. In tre giorni lavorativi il libro sarebbe arrivato direttamente a casa e a un costo oltretutto pi\u00f9 basso, visto che le pi\u00f9 grandi librerie <em>on line<\/em> praticano sconti dal dieci al venti per cento.<\/p>\n<p>Un ragionamento che mi fa pensare a quanto sia precaria la salute delle nostre librerie. Non mettono a disposizione dei clienti nemmeno i libri appena pubblicati da grandi case editrici e di cui si parla sui giornali nazionali. A quel punto provo a ripensare a cosa esattamente vendono le librerie di oggi. Un terzo dello spazio espositivo \u00e8 dedicato a gadget e articoli che solo tangenzialmente hanno a che fare con la cultura e che comunque non sono libri. La maggior parte dei titoli in vendita, poi, sono i cosiddetti <em>bestseller<\/em>. Con poco spazio non tanto (e non solo) per le novit\u00e0 quanto per l\u2019originalit\u00e0 delle proposte culturali. Poco spazio quindi per titoli di nicchia e piccoli editori.<\/p>\n<p>E a questo punto il problema diventa pi\u00f9 genericamente culturale. E si torna alla domanda delle domande. \u201cPerch\u00e9 si legge?\u201d Sicuramente per aumentare il proprio bagaglio di conoscenze. Per rafforzare l\u2019originalit\u00e0 del nostro pensiero e l\u2019indipendenza del nostro giudizio. Tutto il contrario di quanto le librerie sembrano supporre. Secondo le rigide regole del mercato i clienti delle librerie sono semplicemente consumatori. E non dei pi\u00f9 illuminati, peraltro. Sembra quasi che i librai vogliano che noi si legga soltanto <em>bestseller<\/em> e libri di consumo, magari <em>instant book<\/em> che non resistono non solo al tempo ma nemmeno al passaggio di una moda passeggera. Se l\u2019offerta proposta dalle grandi librerie \u00e8 cos\u00ec \u201cpovera\u201d il lettore non si emancipa, e se non si emancipa non diventa un grande lettore.<\/p>\n<p>Poi, per vedere se il mio ragionamento \u00e8 confortato dai dati, vado a vedere i risultati dell\u2019ultima ricerca effettuata dall\u2019<strong>Aie<\/strong> (l\u2019associazione degli editori). E i numeri confortano, purtroppo, le mie impressioni. Secondo quanto riportato dalla ricerca commissionata alla<strong> Nielsen<\/strong> dall\u2019associazione degli editori, nel 2014 si sono acquistati 4 libri su 10 nelle grandi catene librarie e 3 su 10 nelle librerie indipendenti. Con un calo limitato rispetto all\u2019anno precedente; comunque una diminuzione c\u2019\u00e8 stata. In generale tutta la ricerca \u00e8 un unico segno meno. Meno lettori, meno titoli acquistati, meno libri letti. Gli unici dati positivi sono l\u2019aumento della vendita (e della lettura) di libri digitali e la vendita di libri cartacei <em>on line<\/em>. Quest\u2019ultimo settore \u00e8 cresciuto del 13,8% rispetto al 2013. Una crescita davvero notevole. Di questo passo le librerie, per sopravvivere, dovranno vendere altro. Anche perch\u00e9 la filiera editoriale non sembra disposta a mutare prospettive e strategia. Insomma non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 spazio per l\u2019ingenuo pensiero che per stimolare la propria curiosit\u00e0 intellettuale sia necessario passare da una grande libreria di un grande centro cittadino. L\u2019ottimista deve guardare altrove e soprattutto deve perdere il suo attaccamento a moduli ormai \u201cpassati di moda\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Pu\u00f2 succedere a tutti. O meglio pu\u00f2 succedere a quelli che come me peccano talvolta di ingenuit\u00e0 e di ottimismo. Pu\u00f2 succedere insomma di nutrire un eccesso di fiducia nei confronti delle librerie, dei giornali, dei libri e in genere del mondo del sapere veicolato dall\u2019industria editoriale. E ti accorgi che di eccesso di fiducia si tratta quando ti si para davanti agli occhi un indizio inaspettato. Un suggerimento, insomma, a rivedere tutta la storia dell\u2019ottimismo (e anche dell\u2019ingenuit\u00e0). Stiamo parlando di librerie; stiamo parlando della filiera del libro. Che indubbiamente si presenta sempre pi\u00f9 magmatica e sempre meno rassicurante. 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