Come si usa dire in questi casi “riceviamo e volentieri pubblichiamo”. Questa volta ho deciso di fare un’eccezione sul mio blog, ovvero quella di accogliere un articolo scritto da altri. Il pezzo di un caro amico fucecchiese, Riccardo Cardellicchio (nella foto), giornalista e scrittore, che di questo mestiere ha fatto la sua ragione di vita, la sua religione, e che ha fatto da maestro a un’intera generazione di giornalisti toscani. Con coraggio e forza intellettuale ci regala un ritratto, tutto toscano, di Tiziano Terzani, a dieci anni dalla sua scomparsa, tratteggiando lati inediti di questa figura un po’ scomoda e bistrattata, che spesso non trova spazio sui quotidiani per motivi prettamente politici. Spero solo che l’autore non si offenda per averlo ospitato su un blog che si chiama “Bischeri e bischerate”. Questa volta di bischeri non ce ne sono. Tanto meno di bischerate.

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Tiziano Terzani è uno di quei giornalisti (come Indro Montanelli ed Enzo Biagi) che più passa il tempo e più ne senti la mancanza. Sicché tutto quello che esce di loro, o su di loro, è visto e preso.
A dieci anni dalla morte, di Terzani è uscita da Longanesi (suo editore di sempre), una selezione dei diari, curata da Alen Loreti, sotto il titolo Un’idea di destino (pag. 484, euro 19,90) . Vanno dal marzo 1981, quando è a Pechino, e terminano il 9 aprile 2003, a Binsar, giorno del compleanno della moglie, che non è lì, con lui, e si capisce che ne sente la mancanza.

E’ in mezzo alla violenza della guerra. “Cerco di scrivere, ma non ci riesco. La guerra mi angoscia, non mi fa dormire, concentrare, stare distaccato”. Qualche giorno prima, il 3, ha temuto di morire: “Stanotte di nuovo quel misterioso, improvviso dolore nel petto. Mi ha svegliato, ho pensato di morire, di nuovo non mi sono fatto prendere dal panico”.

Poi, il ritiro sulla montagna pistoiese, a Orsigna, rifiutando ogni apparizione in pubblico. L’ultima, in assoluto, avviene il 17 gennaio 2004, per il matrimonio della figlia Saskia, a Firenze. Parla in inglese, a braccio, senza tener conto degli appunti presi, che vengono proposti in fondo al libro.
Terzani è un mito, per i giovani giornalisti. Tutti sognano d’avere un percorso professionale simile al suo. Un inviato alla Hemingway – ebbe a scrivere Claudia Riconda – viaggiatore, poliglotta, testimone di guerre e rivoluzioni. E Corrado Augias: uno dei pochi veri inviati italiani.

Terzani, con i capelli fluenti e bianchi, la barba lunga e bianca e il vestito bianco immacolato, dava l’impressione di essere un indiano vero, una specie di santone (nella foto). E faceva una strana impressione vederlo muoversi nell’Appennino Toscano, soprattutto d’estate, due mesi, dove aveva coronato il sogno di metter su casa.
Orsigna è a 806 metri sul livello del mare, a 75 chilometri da Firenze. Per arrivarci, bisogna prendere “l’ottusa Porrettana”. Una località – era solito dire Terzani – che non ha ragioni di vanto. Non è nota come l’Abetone, Maresca, Gavinana, San Marcello. Non c’è mai successo niente di storico, non si è fermato mai nessuno di famoso. L’unica lapide presenta una ventina di nomi, tutti giovani, morti nella Grande Guerra. Ma Terzani aggiungeva che Orsigna era il suo vero e ultimo amore. Un amore privo di flessioni.
La prima volta ci arriva, con la famiglia, nel 1945. Quando ha 7 anni. Non è un vero posto di villeggiatura e con facilità i Terzani trovano una casa da prendere in affitto. E da allora, ogni estate, è lì a badar le pecore coi ragazzi della sua età, a cercare funghi, a raccogliere mirtilli, a guardare la levata del sole da una delle cime, tutte sotto i duemila metri. Orsigna, in sostanza, è la sua scuola di vita: il primo ballo, il primo amore, le prime paure, i primi sogni. Coi risparmi compra un prato e su quel prato mette radici, una casa cui legare la nostalgia dell’infanzia, ma anche bussola nei suoi vagabondaggi. Un luogo che difendeva a spada tratta dall’attacco dei vicini, intenzionati – alcuni – a scipparlo del poco che aveva, che gli era rimasto.
Da qualche tempo, i pastori – scesi in piano – stavano tornando, rifacevano le vecchie case. Anche Terzani tornava e si domandava sempre di più se, dopo tanta strada fatta altrove, in mezzo a tante genti diverse, sempre in cerca d’altro, in cerca d’esotico, in cerca d’un senso dell’insensata cosa che è la vita, questa valle non fosse dopotutto il posto più altro, il posto più esotico e più sensato, e se, dopo tante avventure e tanti amori, per il Vietnam, la Cina, il Giappone e, infine, per l’India, Orsigna non fosse il suo vero, ultimo amore. E lo è stato. E lì è morto dopo aver dettato al figlio il libro-testamento La fine è il mio inizio. Lascia il suo corpo – non voleva sentir parlare di morte – il 28 luglio 2004, a 67 anni.
Per la prima volta, lo vidi da vicino a Mantova, festival della letteratura. Imperava allora il confronto con Oriana Fallaci, esploso dopo l’11 settembre: lei contro il mondo islamico, lui pacifista contro ogni violenza. Ne parlò, seduto, gambe incrociate, sul tavolo, danti a una folla. Ne parlò a lungo, senza farne il nome, neanche una volta, e rimarcando che si era fatto pellegrino di pace. La seconda volta, gli parlai, a Certaldo, il 14 settembre 2002, in occasione del premio assegnatoli (è intitolato a Indro Montanelli). Era con la moglie Angela Staude. Stava già male.

Ma torniamo ai diari. Emanano freschezza intellettuale, espressioni di un uomo buono, ma deciso, innamorato del suo lavoro, ma più ancora della famiglia, che non sempre riesce a portarsi dietro.
Anche lui, prima di cedere al computer, aveva una Lettera 22, che mostrò subito ad Angela, conosciuta quando lei aveva 18 anni. E’ la stessa Angela a raccontarlo nella bella prefazione, che – senza andare oltre le righe – mostra un grande amore per un giornalista limpido e un uomo. Un esempio.

di Riccardo Cardellicchio

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