Per la prima volta sono andato a tagliarmi i capelli da un parrucchiere cinese. Abito a Milano in zona via Paolo Sarpi, la Chinatown della città, ma non mi era ancora capitato di provare. Sono stato quasi obbligato a farlo perché come dei provincialotti medio borghesi anche nella grande città della moda, della tecnonolgia e delle modernità, tutti vanno in vacanza nello stesso mese: agosto.

Così, nel deserto più completo che si crea lungo le strade meneghine, gli unici a restare aperti sono sempre loro, i cinesi. Sì, quelli che non fanno gli scontrini, non pagano le tasse, non muoiono mai (o meglio non si sa dopo morti dove vanno a finire. Quelli dell’odore inconfondibile della loro cucina, delle ragazze dalle gambe storte e dei sorrisini buffi. Quelli che copiano tutto e che ti vendono tutto. Ma anche quelli che garantiscono una zona sicura, vivace, pulita e che hanno saputo integrarsi nella società come nessun altro immigrato in questo paese. Loro non rubano, non rapinano, non stuprano, non ti scippano. Magari non ti fanno la fattura, sfruttano il lavoro minorile, non rispettano le norme di sicurezza, non sono molto avezzi alle leggi italiane (come del resto gli italiani stessi), non pagano le tasse (un regime fiscale come il nostro non si merita altro), ma questi sono altri discorsi.

In questo periodo ho una considerazione di loro se possibile ancor più alta del solito. Gli occhi a mandorla sono una manna dal cielo perché grazie a loro la zona dove abito io non muore mai, non si desertifica come invece succede in tutte le altre. Fatta eccezione per il centro, tutto il resto a Milano d’agosto sparisce. Solo loro ti salvano. Bar, tabaccherie, ristoranti, parrucchieri, minimarket, negozi di scarpe, di abbigliamento, di accessori, di telefonia, è tutto in mano loro. I prodotti costano poco, il cibo è buono, sono gentili e da loro trovi sempre tutto. Senza troppi problemi.

Insomma, mi fermo a guardare i prezzi appiccicati con lettere adesive gialle sulla vetrina d’ingresso di “Capelli di Anna” che a dispetto del nome è sia donna che uomo, quando sento una vocina da dentro che mi chiama: “Taglia capelli?”.

“Si, però non ho molto tempo”.

“Vieni, vieni”.

“Si, vengo”.

“Prima lavale”.

Mi lavano i capelli a tempo record.

“Aspettale”.

Mi mettono su una poltroncina di pelle ad attenere il mio turno. Nel negozio lavorano quattro ragazzi molto giovani, e una donna sta alla cassa e dirige il traffico. E’ un flusso continuo. Per cinque clienti che escono, cinque ne entrano. Uomini e donne. Cinesi e italiani.

“Tagliale”.

E’ il mio turno. Il barbiere che mi affidano è un ragazzo poco più che ventenne. Mi chiede come li voglio.

“Corti”, rispondo senza spiegare altro per paura di non essere capito.

E lui procede col taglio. Dalla manualità sembra molto esperto, si muove con le forbici, usa il rasoio, taglia, sminuzza, scolpisce le basette. Insomma, fa tutto quello che deve fare. Dopo otto minuti ha finito.

“Va bene?”, mi chiede compiaciuto.

“Si”, dico io. Nessun barbiere prima di allora mi aveva chiesto se fossi stato soddisfatto.

E’ arrivato il momento di “pagale”. Dieci euro, senza ricevuta. Tempo richiesto: 13 minuti.

Sì è vero, alcuni non pagheranno le tasse, alcuni non hanno neppure il registratore di cassa in negozio. Ma perché gli italiani le pagano tutte? Almeno i cinesi non ti fregano. Mai.

Questo è solo un episodio personale che mira a dimostrare la tesi che i cinesi ci superano in tutto e sono destinati a dominarci.

Altra esperienza personale. Mezzanotte, ancora senza cena e con il frigorifero vuoto vago per la città come un fantasma. Chiamo svariati ristoranti. Tutti chiusi per ferie. Chi salverà la mia cena? Anche stavolta i cinesi, naturalmente. Trattoria cinese di via Paolo Sarpi. Mi affaccio timidamente e chiedo: “State per chiudere?”.

“No, vieni pule”. Ho ordinato con tutta calma dal menù. In 8 minuti la mia cena era pronta da portare via. Una qualsiasi altra altra trattoria italiana mi avrebbe mandato a quel paese. Anche per questo i cinesi ci superano. E vinceranno sempre loro in futuro. Non solo ci sotterreranno, ma ci conquisteranno. E visto come siamo messi, non c’è altro da fare che sperarlo davvero.

Il punto è semplice e chiaro. I cinesi lavorano anche 18 ore al giorno per dodici mesi, compreso Natale e Ferragosto. Non vanno mai in ferie, non si appoggiano ai sindacati e si accontentano di 12 mensilità.

Gli italiani, che piangono crisi da quando questo Paese è stato unito, vogliono un mese di ferie all’anno (anche quando non hanno una lira in tasca), 14 mensilità, e terminate le 8 ore giornaliere (a dire tanto), sbattono l’uscio e vanno a casa.

Per questo siamo destinati a perdere contro il Dragone rosso. Non c’è gara fra chi fatica ogni giorno senza fiatare e non va mai in vacanza come i cinesi (sebbene anche per loro la recessione si sia fatta sentire) e chi è abituato al benessere e sostenuto dai sindacati non accetta i sacrifici e si lamenta da mattina a sera come noi. Negli anni Cinquanta eravamo noi i cinesi, oggi ci siamo imborghesiti e sono loro a batterci su tutto.

Un altro esempio, stavolta non personale. Alla fiera del motociclo del 2013 la Finanza aveva sequestrato lo scooter Eivissa (nella foto) prodotto dall’azienda cinese Wangye Power. Il sequestro era stato effettuato a seguito della denuncia di Piaggio, la quale lamentava una contraffazione da parte del concorrente del proprio marchio Vespa.

Il Tribunale di Varese ha autorizzato la restituzione di due degli scooter sequestrati, quelli della Wangye Power appunto, trovando significative differenze con la due ruote di Pontedera e dunque l’assenza di contraffazione del marchio tridimensionale Vespa. I due mezzi si somigliano, questo è indubbio, ma “difettano i segni dell’usurpazione del titolo di proprietà industriale”, hanno detto i giudici.

E la cosa buffa è che per ottenere questa vittoria i cinesi si sono anche avvalsi di uno studio legale italiano, Trevisan & Cuonzo, in collaborazione per gli aspetti penali con l’avvocato Antonio Bana. Italiani becchi e mazziati. Non solo i cinesi ci copiano, ma lo fanno pure bene.

Ultimo esempio, ancora personale. Giorno di pioggia, sempre a Milano. Sotto un temporale battente rientro a casa. Nell’androne di ingresso trovo un ragazzo cinese tutto bagnato e infreddolito che si era fermato davanti al mio cancello per ripararsi dall’acqua. Lo guardo e impietosito gli lascio il mio ombrellino usato.

“Tieni, prendi”, gli dico.

Lui mi guarda stupito, sembra non capire.

“Vai, prendilo”, ripeto.

“Quanto ti devo dale”, risponde lui.

“Ma niente!”. Mi sorride e se ne va. Voleva pagarmi una cortesia.

Nulla di che. Solo che anche questo mi ha fatto riflettere.

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