Sono passati quarant’anni dagli anni di piombo, ma a Napoli sembra che il tempo si sia fermato a quell’epoca. Il sangue sulle strade, le sparatorie, la violenza, i reati, le aggressioni, la camorra. Nulla è cambiato. Una città bellissima, violentata da una criminalità dilagante, da una sicurezza inesistente e da un’amministrazione inefficiente.

L’ultimo caso parla da solo. La morte di Davide Bifolco (nella foto), 17 anni il penultimo giorno di questo mese, e ucciso da un carabiniere al termine di un inseguimento nel Rione Traiano (una delle zone più complicate di Napoli, meno famosa di Scampia e Forcella, ma non meno piena di piazze di spaccio e di criminali grandi e piccoli) dà il metro di come si vive in quella città.

Tanto per capirci subito quel carabiniere ha sbagliato a sparare. Prima di tirare fuori dalla fondina la sua Beretta e fare fuoco avrebbe dovuto pensarci non una ma mille volte. E’ vero che certi momenti sono concitati e solo chi li vive può capire la drammaticità di quei secondi, ma un rappresentate delle forze dell’ordine dovrebbe sapere come comportarsi in questi casi, senza farsi sopraffare dalle emozioni. In quel far west che è Napoli avere il grilletto facile non paga. Quindi, se verrà stabilito che quel carabiniere ha sparato intenzionalmente contro un ragazzo disarmato, la sproporzionalità della reazione, la non legittima difesa, sarà giusto che paghi per quell’errore.

Ma è giusto anche rivoltare la medaglia e guardare cosa c’è dall’altro lato.
Forse a Napoli vige un altro ordinamento legislativo, forse Napoli non fa parte di questa Repubblica ma ne ha fondata una tutta sua, ma dopo aver detto e ripetuto che la morte, soprattutto se di un giovane, è sempre una tragedia, va anche detto che fermarsi all’alt dei carabinieri è un obbligo, non una facoltà discrezionale. Le leggi vanno rispettate, anche a 17 anni.

Per far comprendere meglio in che stato versi la città in queste ore, sull’orlo di una guerra civile, basti dire che la cugina del ragazzo ucciso ha dichiarato che i veri camorristi sono i carabinieri e che la camorra non avrebbe mai ammazzato un ragazzo di 16 anni ma la polizia si. Belle frasi, non c’è che dire.

A questo si aggiungano gli slogan urlati per strada contro carabinieri e poliziotti, e le scritte apparse sui muri del tenore “Sbirri assassini pagherete anche Napoli”, “Acab”, “Per sempre ribelli”, “Digos merde”, “Carabinieri assassini”. Manco a dirlo dietro le manifestazioni che sono spuntate spontaneamente ci sarebbero anche alcuni centri sociali e antagonisti della città.

Quando muore un ragazzo in condizioni così tragiche, non si può che disperarsi. Se il carabiniere ha sbagliato pagherà: l’appuntato che lo ha ucciso ha 32 anni, ed è già accusato di omicidio colposo. Ma ciò non toglie che Napoli è una città allo sbando. Il ragazzo morto si trovava su un grosso scooter con altri due scugnizzi (un pregiudicato e un latitante), tutti senza casco, senza assicurazione, senza patentino ed è fuggito nonostante l’alt dei carabinieri. E’ addirittura uno di loro a confermarlo a Pomeriggio Cinque, davanti al solito volto affranto di Barbara D’Urso. “Eravamo in tre, il motorino era senza assicurazione ed eravamo senza casco. L’auto dei carabinieri ci ha tamponato e fatti cadere, il ragazzo che guidava è scappato, io sono rimasto a terra e Davide si è alzato. Il carabiniere gli ha sparato direttamente alle spalle, non ha sparato in alto: un solo colpo e l’ha ucciso. E con lui a terra, li ho sentiti ridere”.

Ha detto così Salvatore Triunfo, uno dei tre ragazzi. Le versioni, però, sono contrastanti: il carabiniere sostiene che il colpo è partito accidentalmente mentre tentava di immobilizzare Davide, l’altro ribadisce che la vittima è stata colpita alle spalle. Qualcuno ha anche detto che al ragazzino a terra esamine sono state anche messe le manette.

Ma il fatto è sempre un altro. L’attenzione è stata spostata sulle presunte colpe dei carabinieri, peraltro tutte da provare, e non sul fatto che quei ragazzi viaggiavano in tre su un motorino, senza casco, senza assicurazione e senza documenti, e poi hanno avuto pure la brillante idea di non fermarsi all’alt dei carabinieri. La morte di questo ragazzino è solo colpa delle cattive compagnie ed è una sconfitta della società, prima ancora che della famiglia. I criminali però non sono quelli che indossano una divisa e che cercano, tra mille difficoltà e stipendi da fame, di far rispettare la legge in quartieri difficili come il Rione Traiano. Come per il caso di Gabriele Sandri, sono già tutti pronti a inchiodare sulla croce le forze dell’ordine. Ma la guerra che dovrebbero portare avanti i cittadini di Napoli, non è allo Stato ma alla camorra, che invece a volte difendono. Criminalizzare carabinieri e polizia significa fare il più grande assist alla camorra, che troverà così terreno fertile per arruolare tra le sue fila tanti altri ragazzini innocenti da mandare al macello.

La domanda a questo punto non è tanto se il carabiniere abbia sbagliato o meno, ma perché a Napoli ci sono ancora ragazzini che, come Davide, hanno smesso di andare a scuola, delinquono ogni giorno, non rispettano le leggi e, invece di stare a casa, vanno in giro alle tre di notte su uno scooter senza assicurazione, insieme ad altri ragazzini pregiudicati, e non si fermano quando i carabinieri mostrano loro la paletta.

Non ci sono altre soluzioni, a Napoli va mandato l’Esercito.

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