All’interno dell’Unione Generale del Lavoro (Ugl), l’unico sindacato di destra in Italia che conta oltre due milioni di iscritti, c’è un grande fermento. Il cambiamento parte dalla Lombardia. Da Milano. Martedì prossimo Ugl Lombardia, Ugl Piemonte, Ugl Emilia-Romagna e Ugl Friuli-Venezia Giulia hanno convocato alle 10 nell’auditorium del Palazzo della Regione a Milano (Pirellone) un convegno nazionale allo scopo di tracciare le linee guida che porteranno al congresso straordinario del 2015 che eleggerà il nuovo segretario generale. Hanno confermato la loro presenza l’ex segretario generale Giovanni Centrella, l’onorevole Renata Polverini e l’onorevole Giorgia Meloni.

Lo slogan del convegno, «Tutto da capo», è anche il titolo del documento programmatico preparato dal giovane segretario regionale della Lombardia, Luigi Recupero, bresciano, 32 anni che prima di laurearsi in Scienze giuridiche ha fatto anche il garzone di un idraulico, l’operaio in una fabbrica di rubinetti e il portiere di notte in un albergo.

Oggi è esperto legale in un’azienda informatica e uno dei suoi tratti distintivi è quello di non usare eufemismi e di andare dritto al punto.

Recupero, c’è bisogno di ricostruire le fondamenta dell’Ugl?

Non credo che l’Ugl abbia bisogno di essere ricostruita, credo invece che abbia bisogno di ridare un senso alla propria azione, di ritrovare il senso del proprio esistere. Ciò significa essere in grado di rispondere a questa domanda: perché un lavoratore dovrebbe iscriversi all’Ugl? Dovremmo arrivare a poter rispondere perché l’Ugl è alternativa al sistema di Cgil, Cisl e Uil. Oggi non è così ed io vorrei dare il mio contributo perché domani possa diventarlo.

Crede che la sua giovane età sia un vantaggio in un momento di rottamazione?

Non ho mai creduto che l’età in quanto tale possa essere un elemento per preferire una persona ad un’altra, esistono infatti giovani completamente privi di stimoli e persone meno giovani che hanno invece una carica ed una energia invidiabili. Ritengo però che in un momento in cui i vecchi schemi non reggono più, solo persone giovani possano avere quella lucida follia e quella forza necessaria per ricominciare da capo, perché in primis ne va del loro presente e del loro futuro.

Di che cosa ritiene ci sia bisogno dopo gli anni della segreteria Centrella?

Di costruire un nuovo messaggio pubblico da lanciare ai lavoratori ed al Paese, un messaggio che trasformi il sindacato da strumento per la difesa di privilegi a strumento per la ricostruzione nazionale. Solo l’Ugl ha il necessario Dna valoriale, culturale e sociale per compiere questa trasformazione. Il sindacato oggi non deve difendere il passato ma essere avanguardia per ricostruire quelle possibilità di sviluppo che oggi il Paese non è più in grado di dare.

C’è bisogno di più trasparenza all’interno del sindacato?

Sicuramente si, come in qualsiasi grande realtà rappresentativa di questo Paese. A causa del malcostume degli ultimi anni in tutti gli ambiti della società gli italiani, non solo i lavoratori dipendenti, non sono più disposti a dare deleghe fiduciarie in bianco a nessuno ma voglio vedere e capire…  e fanno bene.

 Partiamo dal suo slogan. Cosa vuole dire con “Tutto da capo”?

Vuol dire che dobbiamo gettare la maschera dell’ipocrisia e dirci con chiarezza che il Paese è talmente marcio da essere irriformabile. Io non credo più alla possibilità che con le attuali regole costituzionali, economiche e rappresentative sia possibile garantire un futuro di prosperità e benessere agli italiani. Non possiamo riformare, possiamo solo ricostruire dopo aver finito di abbattere le macerie di un sistema già crollato e partendo proprio dal mondo del lavoro.

Lei definisce il nostro sistema marcio. In che consiste, dunque, la sua rivoluzione?

Ci servono regole basate sul concetto di azienda quale “sfida comune tra lavoratori ed imprenditori” e legate ai seguenti concetti:  realizzare la partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa, riscrittura completa dei contratti collettivi nazionali, i quali nella stragrande maggioranza dei casi hanno una impalcatura risalente agli anni settanta, limitando i Ccnl alla individuazione dei livelli minimi delle prestazioni e lasciando il resto alla contrattazione territoriale ed aziendale.

Lei dice che il sindacato è diventato sterile e addirittura dannoso. Perché?

Perché oggi assomiglia più ad un ufficiale d’anagrafe in grado solo di certificare decessi: quelli delle imprese e dei posti di lavoro. Quando prova a fare qualcosa di più  il massimo che riesce ad elaborare è la difesa dello status quo, strategia ormai suicida in  quanto se il sindacato non avrà il coraggio di stravolgere il proprio modo di porsi non  riuscirà a tamponare l’emorragia e diventerà una delle cause della resa del nostro sistema economico e produttivo davanti alla crisi.

Secondo lei un sindacato moderno che cosa dovrebbe fare per liberarsi degli stereotipi del passato?

In primo luogo liberarsi dallo schema marxista secondo il quale lavoratori ed imprenditori sono due mondi separati, contrapposti ed avversi. Oggi il sindacato deve promuovere esattamente l’opposto: una unione di lavoratori ed imprenditori che parta dalla consapevolezza che oggi entrambe hanno lo stesso interesse: sopravvivere; e lo stesso nemico: questo Stato. Per troppi anni ci siamo danneggiati a vicenda consentendo allo Stato di affamarci: ciò non deve più accadere. Lavoratori ed imprenditori appartengono alla stessa squadra, pur giocando in ruoli diversi, quando se ne renderanno conto vinceranno la loro partita: creare ricchezza e lavoro.

Lei punta sull’unione fra imprenditori e lavoratori. Come li vorrebbe far dialogare?

Innanzitutto partendo dal presupposto che l’azienda è un patrimonio anche del lavoratore e non solo dell’imprenditore, in funzione di ciò oltre alla riscrittura dei contratti ed alla concretizzazione della partecipazione sarebbe necessario  costituire un’associazione unitaria tra lavoratori ed imprenditori la quale, eviti il più possibile il ricorso al giudice del lavoro e che si faccia carico di rappresentare davanti (e purtroppo contro) lo Stato la forza del mondo del lavoro unito. 

Perché la percezione generale è che il sindacato sia contro i ricchi?

Perché il sindacato ha sempre e solo parlato di redistribuire ricchezza, cosa indubbiamente non sbagliata ma che non ritengo essere l’obiettivo di oggi. Oggi il sindacato dovrebbe porsi come baluardo per evitare che la ricchezza venga fagocitata dallo Stato, e quindi sparisca sia dalle tasche dei ricchi che dei poveri, e come soggetto propulsore per la creazione di nuova ricchezza. Se il Paese continua ad impoverirsi ogni giorno di più staranno male tutti, sia i ricchi che i poveri.

Lei vorrebbe una Ugl più simile alla vecchia Cisnal?

La Cisnal parlava di partecipazione e collaborazione tra le classi in tempi in cui era impossibile concretizzarla ed ha voluto rappresentare per tanti decenni un’alternativa a Cgil, Cisl e Uil. La Cisnal è stata costituita da uomini che a costo della vita (e non sto esagerando) hanno tenuto viva un’idea. Se l’Ugl non si accorgesse oggi che ha la possibilità di concretizzare questo patrimonio ideale, facendo un servizio al Paese, getterebbe alle ortiche 60 anni di storia.

Perché ripartire dalla Lombardia?

Perché la Lombardia è il cuore economico d’Italia e solo in questo territorio è possibile sperimentare con successo nuovi approcci. In Lombardia, oltre ad essere presenti grandi aziende e multinazionali, esistono centinaia di migliaia di Pmi nelle quali ciò che propongo è già un sentire comune e diffuso ed è la voce di questa parte del mondo del lavoro che l’Ugl dovrebbe fare propria.

Cosa intende per fase di ricostruzione nazionale?

Lo Stato italiano, nella sua forma attuale, è ormai avulso dalla vita del proprio popolo, anzi è dannoso e perciò delegittimato. Non riuscendo le sue istituzioni ad autoriformarsi è necessario che i cambiamenti necessari vengano prodotti in autonomia dalla società; in particolare lavoratori ed imprenditori uniti devono cominciare a ricostruire l’economia del Paese autoriformandosi costituendo l’avanguardia perché ciò possa poi avvenire in tutti i settori.

Ma non pensa che la cosa più urgente per chi lavora sia intervenire sulla pressione fiscale?

Assolutamente sì, ma non credo più nella possibilità che questo sistema istituzionale la possa abbassare; lo considero ormai prigioniero di se stesso e dell’Europa. Ritengo, invece, che se il mondo produttivo saprà unirsi ed autoevolversi, svilupperà quella forza necessaria ad imporre i provvedimenti necessari invece che mendicarli come sta facendo oggi; contro un sistema produttivo unito nessuno Stato può alcunché.

Da che parte vi ponete nei confronti del governo Renzi?

Considero il governo Renzi come l’ultimo lifting  del vecchio sistema, Renzi sta cercando di riformare un sistema ormai irriformabile e non ho intenzione di gettare via tempo ed illudere la gente rispetto ad una battaglia già persa. Il sindacato deve produrre cambiamenti indipendentemente dallo Stato e da chi lo governa, non fare questo oggi, in questa situazione di empasse, vorrebbe dire essere inutili.

In un’Italia di renzismo dilagante, diventerete mica renziani anche voi?

In Italia non dilaga il renzismo ma il desiderio di aggrapparsi alla speranza che le cose possano cambiare in maniera ordinaria, senza scossoni. Io sostengo esattamente la tesi opposta. Tutti gli italiani in cuor loro sanno che la via della ricostruzione è obbligata; è ora che qualcuno trasformi questo sentimento in progetto ed in azione, partendo dal lavoro che rappresenta per tutti il pane quotidiano e quindi il bene più prezioso.

E’ vero che qualcuno la chiama l’anti-Renzi?

Sì è vero. Se ciò si riferisse ad una mia pretestuosa avversione a Renzi sarebbe una considerazione erronea, se invece si riferisse al fatto che i giovani impegnati nel sociale devono oggi abbandonare le certezze del vecchio sistema per abbatterlo e ricostruirlo invece di riformarlo, allora sarebbe una considerazione corretta.

Qual è l’identikit dei vostri iscritti?

Ciò che caratterizza i nostri iscritti, al di la delle peculiarità dei singoli settori, è il fatto di non riconoscersi nelle modalità di rappresentanza dei sindacati tradizionali e di cercare qualcosa di diverso. Negli ultimi anni l’Ugl è riuscita ad essere alternativa solo quando vi è stata costretta dalle contingenze; io credo che dovremmo istituzionalizzare questa situazione.

Cosa dirà il 30 settembre davanti alla platea del Pirellone?

Dirò al mondo produttivo del Paese che deve smetterla di aspettare che qualcuno risolva i nostri problemi perché ciò non avverrà. Dobbiamo unirci e combattere uniti la guerra per la ricostruzione nazionale, la quale si vincerà in tre battaglie campali: quella per imparare a stare uniti (lavoratori ed imprenditori uniti si vince), quella per riscrivere le regole del gioco economico (produrre nuova ricchezza e rigettare l’elemosina), quella per riprenderci le istituzioni e ricostruirle.

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