Questo è il Mondiale della tristezza.

Tristezza italiana, spagnola, inglese.

La tristezza che, normalmente, accompagna le diverse fasi eliminatorie di un Campionato del Mondo, questa volta pare essere il motivo psicologico principale, che la televisione ed i giornali ci cantano insistentemente.

Da stamane anche una nuova Nazione si è svegliata più triste: i suoi abitanti hanno aperto gli occhi sperando di chiudere l’incubo notturno.

Non è stato un incubo, anche se in un certo senso lo è stato. Il lutto brasiliano rimbalza su tutti i media del mondo, ricordandoci quanto un popolo può soffrire e piangere amaro: avevano una speranza appesa ad un pallone, ora la speranza è andata in frantumi. E giù lacrime.

Ieri la regia brasiliana (l’unica esistente) ha insistito su bambini in lacrime, donne in singhiozzi, adulti dal volto distrutto. Tutta la sofferenza di una Nazione in crisi: ci credevano, ma alla fine il sogno è andato in frantumi, brutalmente, come uno schiaffo improvviso e bruciante tanto doloroso quanto inaspettato. E i brasiliani hanno mostrato il volto di una Nazione in difficoltà, ricordando a ognuno di noi che la realtà è questa: la società è (psicologicamente) in crisi, attanagliata da una fragilità estrema. Basta una palla dentro una rete.

La crisi (del) mondiale. Tutta una questione di emozioni, di equilibri che tanto in equilibrio non sono.

E dentro questo scenario triste, ecco che arrivano i tedeschi, con la loro di crisi. E quale miglior occasione per dimenticare, per un attimo (durato 90 minuti) le proprie difficoltà? Infierire, aggredire l’altro inutilmente per cercare un attimo di gloria, quella gioia effimera ma al contempo sadica che ti aiuta a non pensare ai tuoi di dolori. E mentre infierisci lo sai, e il tuo sorriso beffardo parla chiaro.

Da qui alla sportività ne passa. Da qui alla tristezza invece il passo è breve.

 

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